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Polarities (2014, Footprint Record). Il piano solo di Joona Toivanen. Intervista

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Polarities (2014, Footprint Record). Il piano solo di Joona Toivanen. Intervista, 5.0 out of 5 based on 110 ratings

Polarities (2014, Footprint Record). Il piano solo di Joona Toivanen. Intervista

Photo by Mikka Pirinen
Photo by Mikka Pirinen

Il pianista finlandese Joona Toivanen, del quale abbiamo già avuto occasione di apprezzare l’ottimo At my side (2011, CamJazz) in trio, ci regala il suo esordio in piano solo, intitolato “Polarities” e pubblicato dalla Footprint Records. L’album è un raffinato esempio di esplorazione delle possibilità del piano solo nella sua specifica accezione acustica, intesa però come punto di partenza da superare presto per approdare alle sonorità offerte dal piano preparato, sempre usate in funzione espressiva. Le melodie di Joona Toivanen sono piccoli gioielli musicali che creano la visione di un paesaggio fisico e interiore e che prendono la forma di delicato universo sonoro. Toivanen spoglia il pianoforte della sua monumentale dimensione orchestrale per farne lo strumento di comunicazione privilegiata di intime suggestioni, attribuendo a ogni singola nota il senso di un verso poetico breve ma incisivo. Nei brani in cui l’artista ha preparato il pianoforte sentiamo quasi suonare un duo, un trio, risultato di una ricerca che senza violare la voce dello strumento ne arricchisce le potenzialità traducendole in voci differenti. Joona Toivanen ci ha parlato di “Polarities” nell’intervista che segue. Le fotografie del piano preparato sono state scattate dall’artista. Sul sito di Joona Toivanen potete ascoltare in anteprima le tracce del cd.

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Paola Parri: Con “Polarities” ci regali un album in piano solo. Vuoi parlarci di questo progetto? Quando e come è nato? Perché… “Polarities”?

Joona Toivanen: L’idea mi è venuta una notte, qualche anno fa, mentre ero nella mia sala prove, riguardando i miei vecchi appunti musicali. Sin da quando ero un adolescente buttavo giù e salvavo le mie idee musicali, delle bozze o delle melodie più o meno complete. Quella notte ho ritrovato molte melodie dimenticate che non avevo mai suonato con una band. Alcune erano state scritte per piano solo e da lì mi è venuta l’idea di un album in piano solo con musica originale. Dall’idea alla realizzazione dell’album è passato un po’ di tempo, ma è in quel momento e in quel luogo che il seme ha cominciato a germogliare. Io non avevo mai veramente suonato da solo e l’idea era spaventosa all’inizio, ma forse questo è il motivo per cui continuava a tornarmi in mente.

P.P.: Dove è stato registrato?

J.T.:  L’album è stato registrato in un piccolo comodo studio al centro di Gothenburg, Studio Epidemin. Lo studio ospita un bel pianoforte a coda Fazioli, di cui mi sono totalmente innamorato. Conosco da anni uno dei proprietari, Johannes Lundberg, e abbiamo pianificato la registrazione. Lui era là per il setup e il sound check e mi ha lasciato le chiavi dello studio, così che io potessi lavorare da solo. Ho registrato alcune tracce nella completa oscurità nel cuore della notte mentre la città là fuori dormiva.

P.P.:  Come sono nati i brani che ascoltiamo in Polarities? Da cosa hai preso spunto e ispirazione?

J.T.: Ho voluto trovare un punto di vista per l’album. Avevo già lavorato prima sul piano preparato e volevo esplorare le possibilità dei suoni del pianoforte diversi da quello acustico. In testa avevo un certo paesaggio sonoro mentre scrivevo la musica. Avevo ascoltato molta musica per piano preparato, ma avevo trovato la maggior parte di questa piuttosto percussiva, metallica e rigida. Desideravo esplorare suoni che fossero caldi e naturali nella mescolanza con il suono acustico del piano. C’è un’ampia varietà di fonti di ispirazione per “Polarities”: dal jazz tradizionale alla musica orchestrale al repertorio pianistico classico, musica per film minimalista, pop & rock…

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P.P.:  Parliamo di suono. In “Polarities” non ti limiti a suonare il pianoforte, ma addirittura lo prepari. Come lo hai preparato e qual è la scelta artistica, l’esigenza espressiva che ti ha indotto a compiere questa operazione?

J.T.: Ho deciso di sfruttare le possibilità di sovra incisione in studio, ma di suonare sempre dal vivo. Insomma come preparare il piano a suonare come differenti strumenti e poi registrare un duo, un trio uno strumento alla volta. Le preparazioni sono per lo più ottenute con magneti differenti: in brani come Planned Obsolescence ho usato coltelli da cucina con magneti ricoperti da uno strato di gomma per silenziare le corde gravi del pianoforte verticale. Ho cercato di farlo anche sul pianoforte a coda, ma la lunghezza delle corde ha reso difficile ottenere un suono veramente smorzato. Sulla title track Polarities c’è solo un singolo magnete, piazzato sul Sol bemolle. Il magnete incrementa il volume delle corde e abbassa il tono, rendendo il suono simile a un Fa, ma con un differente timbro, a campana. Questo tipo di preparazione è stata più liberamente usata sul brano improvvisato Morning Music. Ho anche cercato di preparare il piano in modo che suonasse con gli armonici, ad esempio in Seconds Before Sleep.  Su questo brano solo ho preparato il piano con una combinazione di magneti preparati.

Comunque, lo scopo del pianoforte preparato è sempre essere funzionale alle composizioni. Questo è il motivo per cui circa la metà delle tracce sono acustiche e senza sovra incisioni. Ho pensato che fossero migliori in quel modo.

P.P.: Spesso si dice che il pianoforte rispetto agli altri strumenti musicali ha infinite possibilità. Condividi questa affermazione?

J.T.: Sì e no. Il piano ha un registro e un range dinamico davvero impressionanti, ma non c’è molto da fare con il suono una volta che hai premuto il tasto. Ho sognato un pianoforte con una leva del tremolo, una grande leva per poter piegare le note. Vibrati, bends, tutte queste cose dovrebbero essere possibili per un pianista. Un altro limite del pianoforte è la qualità dei suoni: decrescono sempre in volume. Ho usato un Ebow per creare un effetto sostenuto continuo delle note in Solace.

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P.P.: Un pianista e il pianoforte. Il piano solo è sempre un momento di grande intimità per un artista, un momento di introspezione, di ricerca e di scoperta. Quali sono per te le principali differenze fra suonare in trio e suonare solo?

J.T.:  Il processo di registrazione cambia molto se la realizzi da solo o con una band. Comporre, esercitarsi, scegliere le melodie, registrarle, selezionare le riprese è un processo collettivo se includi tutti i membri della band. Loro ci sono sempre in un modo o nell’altro. Probabilmente loro hanno buone impressioni su un brano che hai scritto e  questo branno arriva ad essere una registrazione o no. Quando ho realizzato Polarities ho affrontato tutte le fasi da solo. Non c’era un tecnico del suono in studio per commentare le riprese audio e l’etichetta discografica mi aveva lasciato libero sulla scelta dei pezzi, le riprese e il suono. La musica che è arrivata a far parte dell’album è pertanto un “solo” in senso ampio: è il risultato molto soggettivo di materiale che è passato attraverso i miei filtri.

Trovo che suonare in piano solo sia piuttosto arduo. È tutto su di me: creare la musica, l’intensità, le pause, il feeling. Allo stesso tempo è la liberta maggiore il fare musica ovunque ti piaccia. Ma quando suoni con una band metti in campo interplay, differenti personalità, differenti umori, cose che sempre hanno a che fare con la musica.

P.P.: Qual è la tua storia musicale? Che tipo di formazione hai ricevuto?

J.T.: Ho iniziato a suonare il pianoforte a sette anni. Ho imparato a suonare in stili differenti durante la mia infanzia, classica, pop/rock, jazz, boogie woogie. Il jazz era lo stile a cui ero maggiormente interessato e durante la mia adolescenza ho studiato piano jazz nella mia città natale, Jyväskylä in Finlandia. Durante la scuola superiore ho creato un trio con mio fratello Tapani Toivanen al basso e con il mio compagno di classe Olavi Louhivuori alla batteria. A diciotto anni il club fece un accordo con I nostri genitori che ci consentiva di essere là e suonare in concerto. Tenemmo concerti una volta a settimana e jam sessions con molti musicisti locali o di passaggio. Questa è stata la migliore scuola di jazz che io abbia mai frequentato. Più tardi mi sono trasferito a Gothenburg, in Svezia, per studiare all’ Academy for Music and Drama, dando il mio esame finale nel 2008.

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P.P.: Sarai in tour con “Polarities”?

J.T.: Sì, sarò in tour in Finlandia a novembre per la Finnish Jazz Federation, insieme al trio di percussioni Kallio Slaaki. Mi esibirò inoltre a vari festival jazz durante l’estate. La mia idea è di collaborare con differenti bands in modo tale da suonare un set in piano solo e un secondo set con la band. Ho alcuni progetti nei paesi del nord, ma vediamo se posso organizzare qualcosa anche in Europa.

P.P.:I tuoi progetti futuri?

J.T.: Ho appena finito di realizzare un nuovo album con Joona Toivanen Trio (la band che ho menzionato prima) intitolato November. È il nostro quinto album e sarà pubblicato a settembre dall’etichetta italiana CAM Jazz. Sono anche membro dell’ Anders Hagberg Quartet (Svezia) e stiamo lavorando a un tour estivo in US. E poi c’è questo progetto nordico chiamato Jazz & Fly Fishing. Realizziamo brevi films sul jazz e la pesca a mosca, suoniamo e peschiamo pesci in vari luoghi. È una sorta di progetto surrealistico che rende però al contempo bene l’idea del suo significato.

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(Ph Joona Toivanen)

Polarities (2014, Footprint Record). Interview with Joona Toivanen

Paola Parri: “Polarities” is a piano solo album. Would you like to tell us something about this project? When and how is it born? Why the title “Polarities”?

Joona Toivanen: The idea came one late night a couple of years ago I was at my rehearsal room, going through my old music sketchbooks. Ever since I was a teenager I’ve written down and saved musical ideas, drafts and more or less complete tunes. That night I found lots of “forgotten” tunes that I had never played with a band. Some of them were written for solo piano and I got this idea of making a solo piano album with original music. It took some time to make it complete from that idea and until the album was done, but that’s where and when the seed started to grow. I had never really played solo and the idea was frightening at first but maybe that’s why it kept reminding of itself in the back of my head.

The title Polarities resembles two opposite things: plus and minus, near and far, old and new, plain and complex, and so on. It’s also a reference to the use of small magnets in the preparing of the piano.

P.P.: Where has it been recorded?

J.T.: The album was recorded in a small cozy studio in the middle of Gothenburg, Studio Epidemin. The studio is the home for a beautiful Fazioli grand piano that I’ve totally fallen in love with. I’ve known one of the owners, Johannes Lundberg, for years and we made a plan for the recording. He was there for the setup and sound check and left me the studio keys so I could work in private. I recorded some tracks in complete darkness in the middle of the night while the city outside was sleeping.

P.P.: How came to life all pieces we can enjoy in Polarities? What inspired you?

J.T.: I wanted to find a viewpoint for the album. I had been working with prepared piano earlier and wanted to explore the possibilities of the different acoustic sounds of the piano. I had a certain soundscape in mind when writing the music. I listened a lot to music written for prepared piano, but found most of it quite percussive, metallic and harsh. I wanted to explore sounds that were warm and organic to blend well with the acoustic sound of the piano. There’s a broad variety of inspiration sources behind Polarities: traditional jazz, orchestral music, classical piano music, minimalistic film music, pop & rock…

P.P.: Let’s talk about sound. In “Polarities” you don’t simply play the piano, but you also prepare it. How did you prepare it and what was the artistic choice, the expressive need, that led you to make this operation?

J.T.: I decided to use the overdubbing possibilities in the studio, but play every sound live. Sort of preparing the piano to sound like different instruments and then record a duo or a trio, one instrument at the time. The preparations are mostly accomplished with different magnets: on tracks such as Planned Obsolescence I used kitchen knife magnets covered with a rubber layer to mute the bass strings of the upright piano. I tried it with the grand as well, but the length of the strings made it difficult to get a really muted sound. On the title track Polarities there’s only a single magnet, placed on the G flat. The magnet increases the mass of the strings and lowers the pitch, making it sound like an F, but with a different, bell-like timbre. This kind of preparation has been more freely used on the improvised piece Morning Music. I also found a way of preparing the piano so that I could play with the harmonics, as on Seconds Before Sleep. On that one I’ve prepared the piano with a combination of prepared magnets…

However, the aim with piano preparing has always been to serve the compositions. That’s why about half of the tracks are acoustic and without overdubs – I just thought they were better that way.

P.P.: People often say that the piano is much more versatile, has unlimited possibilities, than other instruments. Do you agree?

J.T.: Well, yes and no. It has a pretty impressive register and dynamic range, but there’s not much to do with the tone once you’ve pressed the key. I’ve been dreaming about a piano with a whammy bar, a huge handle that would bend the notes. Vibratos, bends, all those things would become possible for a pianist. One other limitation with the piano is the quality of the tones: they always decrease in volume. I’ve used an Ebow for drone-like tones on the track Solace, which gives almost a synth-like tone yet being totally acoustic.

P.P.: A pianist and the piano. Piano solo is always a very intimate moment for an artist, a moment of introspection, of research and discovery. Which are the main differences between playing in a trio and playing solo?

J.T.: The making of a recording is a very different process if you do it yourself compared to with a band. Composing, practicing, choosing tunes, recording them, selecting the takes – it will be a collective process when band members are included. And they always are, in one way or another. Maybe they get good feeling about a tune you wrote, and that tune ends up on the recording, or vice versa. When I made Polarities, I went through all these stages all by myself. There was not even a sound guy in the studio to comment the takes, and the record label gave me free hands when it comes to tunes, takes and sound. The music that ended up on the album is therefore “solo” in a broader manner: it’s a very subjective result of a lot of material that has gone through my filters.

I find playing solo concerts quite demanding. It’s all up to me to create the music, the intensity, pauses, feeling. At the same time it’s a greater freedom to take the music wherever you like. But when playing with a band you have the interplay, different personalities, different moods, that always affect the music.

P.P.: What’s your music history? What kind of education do you have?

J.T.: I started to play the piano at the age of seven. I learned to play different styles in my childhood, some classical, some pop/rock, jazz, boogie woogie. Jazz was the style I got most interested in and in my teens I got to study jazz piano in my home town Jyväskylä in Finland. I started a trio in high school with my brother Tapani Toivanen on bass and my classmate Olavi Louhivuori on drums. We got to play at the local Jazz Bar every Tuesday night as a house band. We were under 18 and the club made an agreement with our parents that we were allowed to be there and play the gigs. We played lots of gigs weekly and had jam sessions with lots of local and visiting musicians. That was the best jazz school I’ve ever been to.

Later I moved to Gothenburg, Sweden, to study at the Academy for Music and Drama, taking my masters exam in 2008. Today I live in Gothenburg with my family and play with different musicians and bands from Finland, Sweden and Norway.

P.P.: Will you be on tour with “Polarities”?

J.T.: Yes, I will be on a Finnish Jazz Federation tour in Finland in November, together a with a percussion trio Kallio Slaaki. I’m also performing at jazz festivals this summer. My plan is to collaborate with different bands so that I play one solo set, followed by a second set by the band. I have some plans in the Nordic countries but let’s see if I could do something like that in Europe as well.

P.P.: Your plans for the future?

J.T.: I’ve just finished making a new album November with Joona Toivanen Trio (the band I mentioned earlier). It’s our fifth album and will be released in September by the Italian label CAM Jazz. I’m also a member of Anders Hagberg Quartet from Sweden and we’re heading for a US tour this summer. And then there’s this Nordic project called Jazz & Fly Fishing. We make short films about jazz and fly fishing, play concerts and fish in various places. It’s sort of a surrealistic project that makes perfect sense at the same time.

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