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Mussorgsky: Complete Piano Works. Intervista a Maurizio Baglini.

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Mussorgsky: Complete Piano Works. Intervista a Maurizio Baglini.

INVITO-16-DICEMBRE-2014

Il 16 dicembre alle ore 18 al Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” di Pordenone Maurizio Baglini racconterà dal vivo la musica di Mussorgsky. Lo spunto è la recente registrazione, da parte del pianista, di un doppio cd pubblicato con Decca in cui ha messo insieme e interpretato l’integrale pianistica del compositore russo. La serata si preannuncia speciale, poiché Maurizio Baglini eseguirà i “Quadri di un’esposizione” di Mussorsgky con le proiezioni multimediali di Giuseppe Andrea L’Abbate, dando vita a una performance artistica che omaggia la multimedialità come espressione artistica contemporanea e va a inserirsi in un progetto più ampio denominato Web Piano.

Della musica di Mussorgsky, della sua produzione pianistica e di questo progetto multimediale abbiamo parlato con Maurizio Baglini in questa intervista.

  

Paola Parri: Martedì 16 dicembre eseguirai dal vivo al Teatro Comunale di Pordenone i “Quadri di un’esposizione” di Modest Mussorgsky. In questa occasione la tua esecuzione sarà effettuata in un contesto progettuale più ampio, multimediale, che si chiama Web Piano e con cui lavori insieme a Giuseppe Andrea L’Abbate.

Partiamo dal principio. La musica di Mussorgsky è oggetto della tua recente registrazione dedicata all’integrale pianistica di questo compositore, un doppio cd pubblicato da Decca. Introduciamo il protagonista.

cover mussorgsky lr

Chi era Modest Mussorsgky e quale ruolo ha svolto nel contesto musicale in cui ha operato?

Maurizio Baglini: Svolge la tesi e antitesi del genio dilettante, perché è un enfant prodige al pianoforte, ma smette di suonare presto. Fa di tutto nella vita. Ha fatto anche carriera militare però non regge la tensione nervosa. Figlio di industriali, viene avviato anche all’imprenditoria. Si ostinava a dire “io non sono un musicista”, tanto è vero che fonda il Gruppo dei Cinque per rivendicare l’appartenenza alla scuola musicale russa nazionale, con Borodin, che per esempio fa il chimico. C’è questo desiderio di affermare attraverso la musica un’arte assoluta e totale però fatta in una dimensione che non è quella che era appartenuta per esempio nel Romanticismo pieno a Liszt, a Schumann, Chopin, ovvero del musicista a tutto tondo.

Questa doppia veste, dove comunque la parola dilettante è da usare nel senso più nobile del termine, si riflette anche nella sua produzione. Mussorsgky in fondo poi soffre tantissimo per questa non identificazione di se stesso nell’ambito della società e infatti morirà molto giovane, a soli 42 anni, in una malinconica depressione, in stato di cirrosi in quanto affetto da alcoolismo dovuto a un disagio profondo e interiore, non per problemi economici o di status in senso sociologico, era un problema proprio culturale di come essere riconosciuto e di come far esprimere la propria dimensione di artista.

In fondo questo contrasto micidiale del doppio profilo del grande genio professionista e dilettante, geniale ma che rimane comunque dilettante, lo si vede anche in questa produzione discografica, perché abbiamo i “Quadri di un’esposizione”, composti come pezzo sperimentale di Suite più architettonica che musicale che diventano una pietra miliare della letteratura, e accanto ai “Quadri” ci sono dei pezzi di rara esecuzione, molto saltuaria, di cui la discografia ha dei rari precedenti che si contano sulla punta delle dita e manca sempre qualcosa. Sono pezzi molto profondi, molto poetici, molto descrittivi, ma mai passati all’immaginario collettivo.

P.P: Come è avvenuta la ricerca e la conseguente costruzione di questa integrale?

M.B: Mi sono basato su due precedenti integrali che esistono su case discografiche minori rispetto alla mia, però ho visto poi che in entrambe mancavano ad esempio o la “Sonata a 4 mani”, che in questo caso ho inciso con Roberto Prosseda, oppure “La capricieuse”, che è un piccolo foglio d’album virtuosistico. Sono andato a cercare il catalogo facendo un po’ il topo di biblioteca e ho visto che ci sono anche tante bozze di pezzi incompiuti.

Io non ho la pretesa dei record o della prima esecuzione assoluta, a meno che non si tratti di musica contemporanea. La prima esecuzione assoluta ha un senso oggi se si va sulla contemporaneità. Nel riesumare cose del passato non è un primato che mi interessa. Però ho cercato di consegnare alla discografia tutto ciò che non era un abbozzo, ma era completato e suggellato dalla volontà del compositore.

Mi spiego meglio. C’è un abbozzo di “Una notte sul Montecalvo” trascritto da Mussorgsky per pianoforte solo, ma è molto elementare e incompleto e quindi non l’ho incluso nella registrazione. Ci sono due pezzi sempre di piccole dimensioni però andati perduti che ho lasciato perdere. Ho scelto l’”Intermezzo in modo classico”, poi la seconda versione che è quella con difficoltà considerevoli, nel senso che ne fa una prima versione per pianoforte e poi una seconda trascritta per orchestra a mo’ di poema sinfonico. Poi trascrive nuovamente per pianoforte quella per orchestra nella versione definitiva ed è di una difficoltà considerevole. Non ho voluto fare qualcosa di didascalico o dogmatico che mettesse a confronto varie versioni, ma ho voluto dare la testimonianza di tutto ciò che quest’uomo ha dedicato al pianoforte, che è il suo primo strumento.

Non dimentichiamo che a 9 anni Mussorgsky ha eseguito il concerto di John Field, che è un esempio di virtuosismo Biedermeier molto sviluppato. Quindi il lavoro non è stato di per sé titanico. È una produzione abbastanza limitata. Adesso mi accingo per esempio a realizzare un progetto Schumann e quando si va questi tipi di integrale si parla di 10 – 11 cd. Però era molto importante dare una dimensione completa di quello che questo autore ha fatto col pianoforte senza dimenticare il suo rapporto con la musica, che appunto è conflittuale nella sua dimensione professionale.

Spesso dimentichiamo che quest’uomo ha scritto il “Boris Godunov”, che è l’opera epica forse più importante che il teatro lirico possa annoverare oggi, forse anche più di un’opera wagneriana, anche la “Kovancina” che contiene pezzi molto importanti dal punto di vista musicologico. Pochi titoli quindi che passano alla storia. I “Quadri di un’esposizione” sono fra questi. Bisognava contornarli con una ricerca culturale specifica.

P.P.: Ascoltando la tua registrazione si percepisce quella che è la vastità del mondo di Mussorgsky. Non c’è un clima univoco, quanto piuttosto un passaggio continuo da luce a buio, da gioia a dolore, da un temperamento appassionato e irruente a una vena di languore malinconico. Quali sono le caratteristiche della scrittura pianistica di Mussorgsky? Presenta caratteristiche ricorrenti?

M.B.: Non c’è mai una via di mezzo, come in tutta la sua vita. Si passa da pezzi virtuosistici, difficilissimi, e penso a “Ein Kinderscherz”, altrimenti detto “Il gattino nell’angolo”, che ha dei passi al limite dell’eseguibilità, a pezzi che tecnicamente sono dei fogli d’album molto semplici, che non vuol dire che musicalmente non abbiano difficoltà.

C’è questo clima descrittivo, o geografico, spesso la Crimea per esempio, che poi è di attualità perché c’è questa Ucraina inserita in scuola nazionale russa che fa pensare che la musica vada ben al di là di quelle che poi sono le trasformazioni geo-politiche anche successive. Poi c’è molta descrizione del mondo dell’infanzia, vista non solo in senso autobiografico. Come spesso accade i pezzi per bambini sono poi destinati agli adulti.

Mi viene in mente “Una lacrima”, che è la lacrima di un bambino scritta da un genio adulto ed è l’ultimo pezzo che ha scritto, quindi non possono essere solo coincidenze queste. Non ho trovato pezzi di media difficoltà, bensì pezzi difficilissimi o molto semplici a livello di eseguibilità.

A livello di poetica, di espressione pura e semplice, ho trovato sempre musica molto genuina, molto sincera e mai artefatta, che poi esplode in questa visione grandiosa dei “Quadri un’esposizione”. Non bisogna dimenticare che non sono quadri pittorici, ma sono disegni di un architetto morto a 31 anni, Viktor Hartmann, del quale ignoreremmo l’esistenza se non vi fosse stata la grande creazione di Mussorgsky al pianoforte. Mussorgsky passa tutta la vita a cercare di diventare un orchestratore e i “Quadri” diventano celebri con l’orchestrazione di Ravel, prima con Rimskij Korsakov.

Per il “Boris Godunov”succede la stessa cosa, ovvero c’è voluto poi Claudio Abbado per ritornare alla versione originaria di Mussorgsky quando l’avevano trascritta Rimskij Korsakov, Shostakovich, per renderli più importanti. Gli stessi “Quadri” hanno avuto il medesio travaglio, basta pensare a Horowitz che li aveva praticamente ritrascritti. Questa insoddisfazione sulla dimensione del virtuoso che sia orchestratore o pianista la si trova e quindi l’approccio è assolutamente senza mezze misure, perché hai dei pezzi che leggi a prima vista e ne hai altri che richiedono una quantità di ore di studio micidiale per essere risolti.

P.P.: Tutto sommato Mussorsgksy non è molto frequentato dagli interpreti. Quali sono le ragioni di questa diserzione a tuo parere?

M.B.: Sì. Alla fine i pianisti hanno in repertorio i “Quadri di un’esposizione” e io stesso sono partito da lì, perché volevo inciderli dopo averli suonati per tanti anni in pubblico, però faccio fatica a piazzare il resto. Vedo che anche un pezzo importante come l’”Intermezzo in modo classico” o la Fiera che era un inizio di balletto coreografico poi messo al pianoforte sono di difficile accettazione da parte di molti direttori artistici. È un Mussorgsky che non si conosce e spesso lo sconosciuto fa paura. Invece io sono per spingere la curiosità dell’ascoltatore.

P.P.: E arriviamo finalmente all’evento di martedì 16 dicembre al Teatro Comunale di Pordenone. Web Piano, o meglio “Un piano per il web” realizzato insieme Giuseppe Andrea L’Abbate. Vuoi illustrarci brevemente il progetto?

M.B.: Premetto che già Kandinsky aveva fatto qualcosa di importante sul tridimensionale, da associare in senso retrospettivo ai “Quadri di un’esposizione”. Io sono partito con Giuseppe Andrea L’Abbate da un progetto che ha un concetto semplice ovvero: qual è una forma d’arte contemporanea creativa attiva? Il multimediale. Piaccia o non piaccia è una forma di espressione contemporanea. Applicato alla grafica può dare quello che poi è il tentativo dell’arte totale. Io mi batto per l’abolizione delle barriere, degli stereotipi anche nella musica, quindi mi piacerebbe che questo lavoro che è partito con l’idea di avvicinare tutti gli appassionati di informatica, di arte creativa applicata al computer, figurativa alla musica e viceversa, potesse portare poi a un rinnovamento nel bacino del pubblico. Mi auguro di portarlo anche in Toscana questo progetto, presso il nuovo Auditorium (Bertarelli Concert Hall, Collemassari), che si presta perfettamente a questo tipo di proiezione.

È un progetto che nasce per il web, come si può vedere dal sito, dove c’è una mia esecuzione fatta qualche anno fa, però è bello vederla proprio in live, perché non è una sorta di cinema muto in cui c’è una sincronizzazione della musica dal vivo che però si deve adattare alle immagini. Qui è il contrario. C’è una regia in cui se io suono più lento per esempio l’algoritmo creato da L’Abbate per il quadro fa sì che la proiezione sia sempre diversa e si può adattare, per cui anche un quadro come “Il vecchio castello” può durare anche 40 secondi in più rispetto a come viene concepito sul web e non subisce un danno. Il cambio di scena viene gestito in sincronia con la mia esecuzione live da una regia e questo crea qualcosa di nuovo che è nel massimo rispetto dell’espressione di musica d’arte dal vivo della diretta e fa capire cha anche con il computer, con la tecnologia, si può avere musica dal vivo o comunque arte figurativa proposta dal vivo, che non è statica, fissa e precostituita. Poi ci saranno anche gli scettici che diranno “ma io voglio ascoltare solo musica”, e va benissimo, “chiudi gli occhi”.

P.P.: Quindi è una forma d’arte che va ad aggiungersi a quella che già tu proponi suonando…

M.B.: Sì. Poi è creata in sintonia fra me e L’Abbate, perché io cerco sempre di riattualizzare ogni interpretazione. Mi spiego meglio. La musica cosiddetta classica, per quanto intramontabile, è comunque datata, perché è stata scritta secoli fa. Qui parliamo di un pezzo che ha 140 anni di vita (i Quadri) Bisogna renderla attuale.

Faccio un esempio su tutti. “Bydlo” è il carro agricolo nel fango che fa molta fatica. Le ruote del disegno di Hartmann sembrano quasi quadrate, a simboleggiare questa fatica micidiale di un carro che non si sposta e che simboleggia il sacrificio del contadino nella miseria pur di sopravvivere. Oggi questo senso del movimento lo si vede ad esempio negli scafisti, nel fenomeno tragico di questi criminali che fanno fare questi viaggi della speranza che poi si concludono molte volte in maniera cruenta e violenta. Nel secolo scorso c’è stato il fenomeno della deportazione che ha avuto un epilogo tragico con i campi di concentramento. Anche lì c’era un treno, quindi il “Bydlo” diventa un quadro di guerra. Quindi cercare di attualizzare in senso proprio antropologico un fenomeno di disagio che la musica stessa esprime, perché Mussorgsky fa sentire questa grande fatica per la sopravvivenza, non lo trovo blasfemo, altrimenti dovremmo solo fermare l’interpretazione al tempo in cui è stata scritta, per cui si giustificherebbe esclusivamente la filologia.

Così suoneresti Mozart solo sugli strumenti antichi ad esempio. Io sono invece per proiettare nel futuro la musica cosiddetta antica in modo che riacquisti il proprio valore intramontabile, che ha. La musica d’arte, la musica colta penso che debba solo essere comunicata in modo da essere scoperta anche da parte dell’ignorante e ne diventi appassionato. Del resto siamo tutti ignoranti in molte discipline. Io ad esempio vado al cinema e non sono di certo né un cineasta né un attore, non sono un regista né uno scenografo. Vado a teatro, idem. Vado a vedere un museo e posso decidere come interpretare da spettatore un quadro, ma non ne capisco niente. Però non mi è preclusa la visione dell’opera d’arte. Quindi la musica colta deve aggiornarsi in questo senso, altrimenti rimarremo destinati esclusivamente ad una èlite che sta poi scomparendo.

P.P.: Quindi appuntamento martedì 16 dicembre al Teatro Comunale di Pordenone che è poi il luogo dove il tuo lavoro è stato registrato?

M.B.: Esatto. Io adesso sarò spesso in Toscana a registrare i prossimi dischi perché con questo nuovo Auditorium di Collemassari avremo grosse soddisfazioni, però essendo io privilegiato a registrare per una major di questo tipo ed essendo anche un testimonial del teatro di Pordenone dove sono consulente artistico per la musica, sto svecchiando le abitudini anche in un luogo diverso rispetto alla Toscana. Il Friuli è una regione diversa, con un approccio a una cultura e una lingua diversa e ho voluto veicolare l’immagine di questo teatro anche come artista perché mi sembrava giusto sfruttare il catino di questa sala così ampia e capiente dove io potessi diventare una sorta di direttore d’orchestra e dare al pianoforte questa dimensione sinfonica che i “Quadri di un’esposizione” richiedono. Credo che fosse doveroso, dopo tutto il tour italiano nelle Feltrinelli e dopo le date all’estero (sono appena stato a Parigi al Museo d’Orsay dove ho fatto un recital con una diretta per France Musique e poi la presentazione presso la Libreria del Museo d’Orsay), mi sembrava un dovere morale insomma poter far conoscere questo lavoro nel teatro che è protagonista a tutti gli effetti del prodotto finale.

 

 

 

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