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Murakami-Wada, Ritratti in jazz (Einaudi)

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Murakami-Wada, Ritratti in jazz (Einaudi), 5.0 out of 5 based on 2 ratings

Murakami-Wada, Ritratti in jazz (Einaudi)

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Murakami Haruki è uno scrittore giapponese che prima di dedicarsi in via esclusiva alla produzione letteraria ha gestito negli anni Settanta un jazz club a Tokyo che si chiamava “Peter Cat”. Questo “Ritratti in jazz” è il tributo di un appassionato musicofilo al linguaggio musicale e ai suoi artisti più rappresentativi filtrato attraverso la sua personale sensibilità.

Il libro è organizzato in una serie di schede monografiche che, lungi dal mero nozionismo o dal dato filologico-storiografico, partono dall’esperienza viva della musica, quella dell’ascolto. Murakami racconta gli artisti partendo proprio dalle emozioni dei suoi ascolti. Con pochi ma efficaci tratti delinea cinquantacinque figure musicali attraverso i dischi che maggiormente lo hanno colpito. Attraverso questi che potrebbero essere definiti anche come brevi racconti riusciamo a percepire queste presenze e grazie alle bellissime illustrazioni di Wada Makoto che corredano le singole monografie in un certo senso li possiamo anche vedere. Una sintesi iconografica che mediante elementi caratteristici raffigura alla perfezione ciò che nell’immaginario collettivo i grandi protagonisti del jazz sono stati, la stessa sintesi emozionale delle parole di Murakami che ci consente di ascoltarne i brani e di entrare nel vivo dell’atmosfera dei club.

Qualcuno potrebbe lamentare l’assenza di musicisti di riferimento nell’evoluzione della storia del jazz, ma la falla è giustificata, perché la costruzione di questo volume nasce dalle immagini di Wada. “… prima sono venuti i disegni, dopo io ci ho aggiunto i testi” scrive Murakami nella postfazione spiegando la genesi di “Ritratti in jazz”.

Per alcuni musicisti Murakami prova un amore viscerale, basti pensare a come descrive, ad esempio, la musica di Chet Baker: “Nel suo modo di suonare c’era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e il suo fraseggiare sapevano trasmettere”, o ancora quella di Billie Holiday: “Era incredibilmente immaginativa, la sua capacità di alzarsi in volo faceva strabuzzare gli occhi. Il mondo danzava lo swing insieme a lei. La terra stessa dondolava. Non sto esagerando. La sua non era arte, era magia.”

Una lettura piacevole che sembra assecondare uno dei principi fondanti del linguaggio jazzistico, quello dell’improvvisazione, in cui si sa il punto di partenza ma non quello di arrivo, ma nel corso del viaggio può accadere di tutto. Le brevi monografie di Murakami infatti partono tutte da un artista, da un disco, per allargarsi a una narrazione tutta personale, ad altrettanti assoli che trovano ispirazione proprio nelle suggestioni che quel dato di partenza ha creato in chi scrive e che hanno l’obiettivo non di aggiungere dati certi a qualcosa di noto quanto di trasmettere un’esperienza con leggerezza e un tocco di ironia.

Non a caso Murakami ci avvisa nella Prefazione di “Ritratti in jazz: “… se qualcuno di voi non fosse d’accordo con le mie osservazioni sui musicisti jazz presi in considerazione qui, non dia troppa importanza alle mie parole. Semplicemente mi sono divertito ad ascoltare dei brani musicali, e poi scriverci qualcosa sopra. Se la cosa funziona e riesco a farvi sentire quella sorta di calore che provo nella mia tana, nulla potrebbe farmi più piacere.”

Una playlist su You Tube dove ascoltare tutti i brani citati da Murakami in “Ritratti in jazz”.

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