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L’apprendimento e l’esecuzione musicale

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L'apprendimento e l'esecuzione musicale, 5.0 out of 5 based on 286 ratings

Girando per la rete, in particolare su youtube, ho trovato dei video molto interessanti riguardo a delle spiegazioni e consigli per pianoforte. Questi video sono stati fatti da “Valter49” , ti consiglio di iscriverti al suo canale per rimanere sempre aggiornato sui suoi video.

Il video che prendiamo in considerazioni oggi ha per titolo: Piccole note sull’apprendimento ed esecuzione musicale.

Il titolo incuriosisce molto, ma i contenuti ancora di più. Ho visto e rivisto più volte questo video per cercare di trarre sempre di volta in volta quelle sfumature che non si colgono mai ad un primo ascolto, e consiglio di fare lo stesso anche a te.

Il video apre con la questione dello studio. A cosa serve studiare? Ovviamente lo studio ha la funzione di automatizzare i movimenti, grazie a delle continue ripetizione lente di un dato movimento, siamo poi in grado di ripetere tale movimento ad una velocità più elevata. Ovviamente questo studio va condotto con intelligenza. Ovvero bisogna studiare con criterio. Mi spiego meglio. Studiare un nuovo brano dopo 1 ora di esecuzioni di brani, non è molto producente. Non dimentichiamoci mai che suonare il pianoforte non è solo un lavoro fisico ma anche e soprattutto mentale. Perciò suonando sforziamo anche il cervello.

Il cervello dopo un po’ ha bisogno di riposo, e sicuramente questo riposo non lo trova attraverso lo studio. Il cervello per esempio trova il risposo quando eseguiamo uno spartito già studiato, quando diamo una rispolverata a vecchi brani, ma non quando dobbiamo studiare un nuovo brano. Così facendo infatti questo si ritrova a dover elaborare una miriade di informazioni quali: note, valori delle note, legature, dinamica, agogica, coordinazione delle mani ecc..

Uno dei punti del video che mi ha colpito di più è stato all’incirca attorno ai 7:30 min, quando valter49 descrive una verità poco appresa, secondo me, al giorno d’oggi.

Parla di come un pianista non è giudicato “bravo” o “talentuoso” in base al proprio grado di virtuosismo, ma deve essere giudicato tale in base all’espressività delle proprie interpretazioni. Beh, questa è una pura utopia. Insomma, chiunque di noi, mettendo a confronto diversi pianisti, dà un giudizio migliore a colui che muove le dita sul pianoforte ad una velocità maggiore rispetto agli altri. Questo secondo noi sarà “il più bravo”. Tuttavia questo discorso è molto povero.

Bisogna scavare più a fondo e non soffermarsi sull’aspetto superficiale delle cose. Bisogna capire anche il grado di preparazione di un pianista anche solo vedendolo eseguire un semplice Adagio.

Ma la verità è diversa. 9 volte su 10 un pianista viene giudicato in base alla propria abilità tecnica, soprattutto nei concorsi pianistici accade così. Il fatto è che già di per sè i concorsi pianistici sono un paradosso. Insomma, come si fa a valutare l’arte? Come si fa ad esprimerla in numero? Come si fa a dire che uno è più bravo dell’altro?

Sicuramente influiscono molto i gusti personali del giudice, ma allora il giudizio non sarà obbiettivo e a questo punto la domanda sorge spontanea: ma allora chi vince un concorso pianistico non sempre lo merita? Può essere. Molte volte colui che è stato eliminato prima o che è arrivato secondo viene messo in ombra dal primo classificato, anche se questo è dotato di molto talento. Ma non voglio entrare in questo ostico argomento quale i “concorsi pianistici”. Sta di fatto che, non potendo valutare l’arte, che di per sè è valutabile solo con un “mi piace” o “non mi piace”,  l’unico elemento oggettivo alla quale poter far riferimento senza alcuna discriminazione, è il livello di agilità di un pianista. Ecco perchè alcuni pianisti puntano a raggiungere quella perfezione tecnica dimenticandosi spesso del lato più importante: l’interpretazione.

Un’altra considerazione alla quale concordo in assoluto è riguardo all’interpretazione di Mozart. Spesso viene sottovalutato. Certo, credo che nessuna sua sonata, eccetto la k310, sia minimamente paragonabile ad una sonata di Beethoven, tuttavia anche le sonate di Mozart hanno un suo perchè. Molti si rifiutano di suonarlo reputandolo banale, con i suoi accompagnamenti con la sinistra col basso albertino, con la sua conclusione dominante-tonica con il trillo con durata dell’intera battuta sulla dominante, che lo rendono quasi prevedibile. Tuttavia suonare Mozart è più difficile di quanto sembra.

Per esempio, in Mozart, abbiamo un suono “secco” e “pulito”. Non abbiamo aiuti di alcun tipo, e non abbiamo quasi mai il pedale di risonanza (quello di destra). In Germania usano un modo di suonare con il pedale chiamato Ruttungspedal che sta a significare quel modo che usano molti pianisti per coprire gli errori attraverso un eccessivo utilizzo del pedale. Tradotto sarebbe il così detto Pedale di salvezza. Ecco, non essendoci quasi mai il pedale in Mozart, questa salvezza noi non ce l’abbiamo e di conseguenza siamo spogli, siamo nudi, siamo solo noi e le note, nient’altro.

Qui di seguito il video di 20 minuti, ti auguro una buona visione!

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5 COMMENTI

  1. mozart richiede un suono pulito si ma di sicuro non secco… ps Mozart richiede pedale di risonanza anche se non segnato… dato che lo usava lui anche se si azionava col ginocchio… peccato non siano scritti il che complica le cose…

  2. secondo me christian è stato chiarissimo nel suo articolo, non vedo dove può lasciare a desiderare… ….!
    comunque, andrej, se si provi a studiare seriamente mozart (io sto studiando da tempo una sonata) noti che è veramente molto chiaro, appunto abbiamo un suono pulito, e non è semplice da interpretarlo quanto lo è ascoltarlo!!

  3. moto bello il video di valter sebbene in qualche punto si discosti dal mio pensiero 🙂

    peccato che l'articolo lasci a desiderare….forse dovresti riascoltare il video molte altre volte….

    p.s. dovresti forse provare a studiare seriamente mozart…ti consiglio di leggere ad es. i manuali di badura-skoda, irving, ecc.

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