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Intervista a Mattia Mistrangelo

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Intervista a Mattia Mistrangelo

a cura di Paola Parri

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Abbiamo intervistato il M° Mattia Mistrangelo, classe 1980, artista che vanta un percorso di studi accademico di eccellenza, con un diploma in pianoforte al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano col massimo dei voti, lode e menzione speciale, un diploma all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sempre con il massimo dei voti, sotto la preziosa guida di Sergio Perticaroli e un percorso di approfondimento all’Hochschule di Monaco di Baviera e presso l’École Normale “Alfred Cortot” di Parigi e ancora seminari e masterclasses di docenti come Konstantin Bogino e Vincenzo Balzani. Mattia Mistrangelo ha vinto numerosi premi in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali e si esibisce sulla scena musicale in tutto il mondo. Inoltre è laureato con pieni voti in Storia Moderno-Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale di Milano. Un percorso dunque in cui il rigore dovuto alla musica colta occidentale sposa una grande passione e un amore smisurato non solo per la musica, per la letteratura pianistica, ma in generale per l’arte. Ecco cosa ci ha raccontato il M° Mattia Mistrangelo nella nostra intervista.

Paola Parri: Maestro lei ha una formazione musicale accademica, un percorso classico che ha seguito in Italia e all’estero. Andando indietro nel tempo quali sono le ragioni che inducono un bambino a passare tante ore al pianoforte?

Mattia Mistrangelo: Credo semplicissime cose: la magia del suono, l’inconscio bisogno di espressione del sé, l’innocente soddisfazione data dall’apprendimento di una nuova abilità e, in una famiglia di musicisti, ovviamente anche la volontà del mantenimento di una tradizione. Il pericolo serio su cui si deve vigilare è che l’avvicinamento allo studio di uno strumento possa rappresentare una via della società contemporanea all’inseguimento del successo.

P.P.: Quali sono gli ostacoli maggiori, le principali difficoltà da affrontare, nella sua esperienza, nel conseguimento di una formazione musicale completa?

M.M.: La comprensione dei propri limiti e il conseguente lavoro su di essi, oltre che l’inevitabile scoraggiamento morale di fronte ai proprio insuccessi.

P.P.: Ha riscontrato differenze metodologiche a livello didattico nel suo perfezionamento in Italia e all’estero?

M.M.: Direi di no. A parte il discorso legato prettamente alla considerazione dello studio della Musica e con gli effetti che ne conseguono, non farei tanto una differenza tra Italia ed estero. Uno studente ha sempre e comunque davanti una persona: la cosa più importante e difficile credo sia la comprensione del profondo intendimento dei messaggi che quella persona vuole trasmettergli, indipendentemente da dove ci si trovi.

P.P.: Entriamo nel cuore del discorso musicale. Lei come pianista classico è in primo luogo un interprete. Come affronta la partitura? Qual è lo spirito con cui si avvicina a un testo musicale? Quale la metodologia?

M.M.: Dopo una lettura tecnica procedo nella memorizzazione. Successivamente, solo dopo un periodo di “riposo” lavoro all’interiorizzazione del brano. In generale, grazie all’esempio dei Maestri che ho avuto, la partitura cerco sempre di affrontarla con umiltà e semplicità: inseguo cosa e quale possa essere la mia visione dell’opera, cosa aggiungere e cosa recuperare dalla tradizione esecutiva, al fine di creare un unicum, nel bene e nel male.

P.P.: Le pagine della letteratura pianistica sono dense di episodi che testimoniano delle vicende biografiche dei grandi compositori del passato, del contesto storico-politico e sociale in cui si sono trovati a operare. Qual è l’attualità di queste pagine secondo lei?

M.M.: Mi ha sempre affascinato l’idea di Calvino (già presente in Nietzsche) di considerare un’opera d’arte come essenza assolutamente svincolata dalle esperienze biografiche del suo autore: una creatura a sé stante, indipendente dal suo creatore. Finché vi sarà un cuore nuovo qualsiasi lavoro artistico avrà cose attuali da dire. E questo esula assolutamente dalla specificità della letteratura pianistica, è una considerazione legata all’Arte nel suo complesso.

P.P.: Parliamo del suo repertorio. Vuol dirci quali sono i compositori che predilige e per quali ragioni?

M.M.: La domanda impossibile! A cui non ho mai saputo e potuto rispondere. Nel momento in cui eseguo, il mio compositore preferito è quello che cerco di interpretare.

P.P.: Qual è il suo rapporto con l’esibizione dal vivo? Come si prepara? Qual è lo stato d’animo di fronte al pubblico?

M.M.: Una scommessa con me stesso, un confronto con le mie intime profondità. Nulla più e nulla meno. E comunque, lo stato d’animo in generale, inevitabilmente risente della qualità della vita adottato nel periodo antecedente la performance. Generalmente mi preparo bevendo un caffè rigorosamente macchiato.

P.P.: Oggi la moderna tecnologia digitale consente di ottenere un’assoluta pulizia del suono nelle registrazioni e mette al riparo l’artista da eventuali errori durante l’esecuzione. Cosa pensa dell’errore durante un concerto? Le è mai successo? Cosa pensa in merito?

M.M.: Proprio per le considerazioni da Lei fatte, qualsiasi tipo di difficoltà durante l’esecuzione in un concerto mi piace considerarla sostanza di verità. La perfezione tecnologica cui la nostra società aspira non contempla l’errore e l’imperfezione che comunque continueranno sempre a far parte dell’umana natura. Ricordo qualche anno fa una straordinaria esecuzione in Sala Verdi, da parte di uno dei più grandi pianisti viventi, del I volume del Clavicembalo ben Temperato a Milano in Sala Verdi: in 24 preludi e 24 fughe ha sbagliato una sola nota (se non mi sbaglio nella fuga in fa diesis minore) che proprio per la sua unicità mi è sembrata autentica e sublime. Ricordo di essermi detto “Anche lui è umano!”. Certamente è successo anche a me e più volte. Con questo, il limite credo sia sempre la soglia di dominio della partitura. Se gli impedimenti superano quel punto allora divengono rivelatori di un non-controllo e quindi di forme di inadeguatezza.

P.P.: Lei è risultato vincitore di numerosi concorsi pianistici internazionali. Qual è a suo parere l’utilità di queste competizioni?

M.M.: L’utilità è data dalla potenziale visibilità che danno, dallo stimolo al continuo miglioramento (anche nell’esplorazione continua di nuovi repertori) e dall’esperienza in sé che rappresentano (che comunque ritengo sempre umanamente formante). Certo poi credo che la cosa più importante sia sempre affrontarli con atteggiamento sportivo: vi si può partecipare solo se si considera da subito la possibilità di una non vittoria.

P.P.: Oltre che un musicista lei ha una laurea in Storia moderna e contemporanea. Quanto è importante per un pianista una formazione culturale completa, che includa anche contenuti non esclusivamente musicali?

M.M.: Fondamentale! Un ricco musicista non può che costruirsi su una ricca persona. E ad arricchire le persone è solo la cultura.

P.P.: Progetti in cantiere?

M.M.: Sono in attesa di risposte organizzative su un invito che mi è pervenuto per il prossimo anno dal Giappone. Sempre per il 2014 ho già previsto concerti nel Biellese, qui a Milano, una piccola tournée in Calabria e ho appena ricevuto anche un invito in Austria. Inoltre non abbandono la speranza di un disco un po’ particolare, diciamo, di esplorazione e di contaminazione con altri generi che esulano dal classico puro.

 

 

 

 

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