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Intervista a Leonardo Colafelice

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Intervista a Leonardo Colafelice

Leonardo Colafelice e orchestra

“Il giovanissimo Leonardo Colafelice, che ho ascoltato stasera, mi ha impressionato per le sue qualità di virtuoso della tastiera. A 12 anni soltanto è in grado di affrontare difficoltà tecniche reputate pericolose, con una semplicità confondente. Va senza dire che un elemento come Leonardo Colafelice è un pianista nato e destinato ad una brillantissima carriera.”Aldo Ciccolini, 2008

“Sono molto emozionata di sentire un così favoloso pianista e musicista. Grazie per la Musica!!!!” Martha Argerich, 2013

Queste sono le lusinghiere parole che due grandi artisti hanno riservato a Leonardo Colafelice, classe 1995, uno dei pianisti di nuova generazione che va affermando la propria personalità artistica a livello internazionale. Grande determinazione nel perseguire l’obiettivo di una vita nella e per la musica, devozione e quel rigore imprescindibile per chi intraprenda questo percorso per questo giovane artista che abbiamo intervistato al suo rientro da un prestigioso concorso internazionale come il Cleveland, dove si è classificato secondo portando a casa numerosi premi, attestazione del suo valore. Abbiamo cercato di comprendere quel luogo ideale e reale dove nasce l’arte, il punto in cui il sacrificio dello studio si trasforma in espressione personale, il difficile percorso che conduce a risultati tangibili e riconosciuti e le parole di Leonardo Colafelice hanno completato il ritratto già intuibile dal suo pianismo di un artista appassionato proprio come la musica russa che dice di prediligere e in crescita esponenziale sulle scene mondiali.

Per approfondimenti sulla biografia, il curriculum artistico e i suoi concerti vi rimandiamo al sito dell’artista.

Paola Parri: Lei è reduce dalla Cleveland International Piano Competition, un concorso prestigioso in occasione del quale ha ottenuto il secondo posto, ma anche il premio del pubblico, lo Junior Jury Prize e il Russian Prize. Ci racconta brevemente com’è andata la sua esperienza?

Leonardo Colafelice: Il concorso di Cleveland prevedeva, oltre alla preselezione tramite DVD e curriculum, 5 prove: tre prove solistiche, una prova di musica da camera e la prova finale. Eravamo 31 pianisti ammessi al concorso, scelti tra centinaia di iscrizioni, siamo avanzati in 8 dopo le prime due prove solistiche e per finire in 4 nelle ultime due prove finali. Ogni volta che si affronta un’esperienza di questo genere è necessaria una preparazione tecnica e psicologica che inizia molto prima del concorso stesso, arrivati alla competizione si cerca di intraprendere uno studio mirato a mantenere alto il livello del repertorio che si deve eseguire. L’esperienza, com’è facile immaginare, è stata molto dura. Mi svegliavo ogni mattina alle 8 per sciacquarmi e fare una breve colazione, dopo di che cominciavo lo studio che terminava alle 23, quando l’Istituto di Musica di Cleveland chiudeva. Avevamo a nostra disposizione molte decine di aule tutte ospitanti uno o due Steinway & Sons a coda. Ogni concorrente aveva inoltre i propri host, pronti ad aiutarlo in ogni evenienza. Devo dire che il concorso è stato impeccabile sotto tutti gli aspetti! L’esperienza di una competizione di questo genere non è semplice da sostenere per il fatto che si è continuamente sottoposti a un alto livello di tensione, soprattutto quella derivante dalla necessità di essere soddisfatti di se stessi.

P.P.: Il Cleveland non è il primo concorso internazionale a cui lei partecipa. Perché partecipare a queste competizioni? Quale funzione svolgono nel percorso formativo e nella carriera di un artista?

L.C.: Fin da piccolo ho partecipato a concorsi pianistici. Inizialmente si partecipa per acquisire esperienza e una maggiore sicurezza sul palcoscenico. Più si va avanti più il concorso aiuta a cominciare o a mantenere una carriera a un livello di eccellenza. Il concorso Cleveland, per esempio, prevedeva circa 50 concerti in importanti sedi internazionali per il vincitore. Io ho sempre visto questo tipo di concorsi come una possibilità di mettersi alla prova: il livello dei concorrenti è estremamente alto, tutti hanno già vinto importanti premi internazionali. Tutti danno il loro meglio e tutti vogliono vincere. Per quanto mi riguarda, la cosa più importante credo sia quella di essere soddisfatti del proprio lavoro e della “propria” musica. Vedo l’esperienza del concorso come un’esperienza positiva, bella come eseguire 5 concerti in sedi importantissime davanti a una giuria di pianisti riconosciuti in tutto il mondo e che possono dare consigli per migliorarsi sempre di più.

P.P.: Perché e come accade di innamorarsi di uno strumento come il pianoforte?

L.C.: Il pianoforte è uno strumento completo. Ci si può fare di tutto, nei limiti delle sue peculiarità. Credo sia questa la caratteristica che mi ha sempre esaltato di questo strumento: è come se fosse un’orchestra e, attraverso lo studio, cerco di avere timbri sempre differenti, suoni che si intrecciano tra di loro e che siano in qualche modo riconducibili anche a strumenti orchestrali. Anche per questo mi piace molto suonare musica destinata ai balletti, come ad esempio Petrouchka o lo Schiaccianoci. È inoltre uno strumento che non prevede un grosso studio di apprendimento iniziale, piuttosto il lavoro più complicato è quello che viene dopo aver imparato le basi tecniche, a differenza degli strumenti ad arco dove il duro lavoro d’apprendimento iniziale è necessario anche solo per eseguire qualche nota correttamente. Un altro fattore che mi ha portato a innamorarmi del mio strumento è il fatto di averlo avuto fin dalla nascita in casa. Ci giocavo, era puro divertimento. Non sapevo ancora parlare ma sapevo strimpellare qualche nota sul mio pianoforte. Credo che ciò che ci entra nel cuore quando ancora siamo molto piccoli sia destinato a rimanere lì per il resto della nostra vita.

P.P.: Ci parli dei suoi maestri. Chi sono e cosa le hanno dato in termini musicali che oggi rappresenta una parte imprescindibile del suo pianismo?

L.C.: La persona che mi ha seguito nel mio percorso musicale da quando avevo 10 anni è Pasquale Iannone. Non ho sentito la necessità di partecipare a molte masterclass aggiuntive perché tutto ciò su cui io e il mio Maestro lavoravamo mi era sempre estremamente chiaro e non vedevo nulla che non funzionasse al suo interno. Lo scopo a cui tende il mio studio è quello di scavare nei brani in modo profondo e ad estrarre da essi tutto ciò che musicalmente può essere interessante. L’obiettivo finale che il mio Maestro mi ha poi inculcato, è stato quello di semplificare tutto ciò che si faceva e di renderlo fluido, senza nodi, privo di esagerazioni ed esasperazioni.

P.P.: Quali sono, se ci sono state, le principali difficoltà che ha incontrato nel suo percorso di studi e come le ha superate?

L.C.: La difficoltà principale in tenera età è quella di riuscire a trovare piacere nello studio che, alle volte, può risultare pesante e frustrante, specie se raffrontato alla vita più “semplice” degli altri ragazzini. La musica è in qualche modo divertimento e le ore di studio dovrebbero portare a un livello di padronanza che ci consenta di provare piacere, e quindi di “divertirci” come dicevo poco fa, nel momento in cui affrontiamo la performance pubblica. Quello che credo di essere riuscito a raggiungere sono un rigore e una concentrazione molto elevati durante il mio studio, aiutato anche dal fatto che nella stanza in cui mi esercito, che ho isolato e modellato acusticamente, non c’è rete telefonica, né segnale wireless, quindi nessuna possibilità di distrazione. Può sembrare limitante ma, in un momento in cui la tecnologia sembra aver preso il sopravvento sull’essere umano, è importante riuscire a estraniarsi da essa e concentrarsi completamente sulla musica e sul pianoforte, dimenticando tutto ciò che accade all’esterno. Anche per questo la musica credo sia un’arte indispensabile all’uomo. Nel momento in cui la si produce o la si ascolta, si riesce come per incanto ad essere trasportati lontano da ciò che ci circonda, consentendoci un contatto sempre più profondo con la nostra interiorità.

P.P.: Non si smette mai di studiare…

L.C.: Per fortuna!

P.P.: Ha dei modelli? Ci sono pianisti che la ispirano e perché?

L.C.: Ho da sempre ammirato 3 pianisti: Martha Argerich, Vladimir Horowitz e Arturo Benedetti Michelangeli. Rappresentano tre idee musicali profondamente diverse, ma allo stesso tempo complementari. La brillante scorrevolezza e il vigore del pianismo della Argerich, il senso del colore a volte anche visionario di Horowitz, la perfezione ed il controllo nobilmente distaccato di Michelangeli, sono caratteristiche che hanno permeato negli anni la mia crescita musicale.

P.P.: Parliamo di compositori. Il suo repertorio è alquanto vasto e include tipologie di scrittura differenti, che variano in base alla personalità del compositore e all’epoca storica in cui hanno visto la luce. C’è una parte di repertorio che sente più affine alla sua sensibilità e che intende approfondire nel tempo?

L.C.: Ho sempre suonato moltissima musica russa eseguendo la quale ho ricevuto spesso riconoscimenti nei concorsi ai quali ho partecipato, compreso quello di Cleveland. Mi sono sempre sentito a mio agio in questo repertorio e l’ho sempre percepito come particolarmente vicino alla mia sensibilità. Non è escluso, anzi è molto probabile, che nel tempo io focalizzi ancor di più la mia attenzione sui lavori della scuola russa. Ferma restando questa propensione, cerco, nei programmi di recital che propongo, di diversificare le scelte coprendo spesso un arco di tempo che va dal ‘700 ai giorni nostri.

P.P.: Come affronta lo studio della partitura? Ha un suo metodo?

L.C.: Io sono da sempre stato abituato a studiare lentamente, a mani separate e con il metronomo. Non importa se non ho mai suonato un brano o se lo ho eseguito centinaia di volte, lo studio è praticamente identico e sempre focalizzato su tutti i dettagli che riesco ad approfondire. Inoltre cerco sempre di rispettare tutto ciò che è scritto dal compositore, soprattutto nei classici, e cerco di comprendere cosa ogni piccolo segno e ogni dinamica voglia rappresentare. Per me la partitura è come un Vangelo, niente deve essere perso.

P.P.: Esecuzione e interpretazione. Cosa intende con questi due termini?

L.C.: Le due cose sono differenti nel loro decorso temporale. L’interpretazione, a mio parere, è qualcosa che avviene prima dell’esecuzione la quale, a sua volta, quindi coincide con il momento della performance pubblica. L’idea che mi sono fatto nel tempo è che l’interpretazione sia l’atto più complesso e delicato di traduzione in forma sonora di ciò che il compositore ha scritto. Per me l’interprete sommo è colui che riesce, con la più maniacale attenzione, a trasmettere all’ascoltatore il pensiero del compositore nella maniera più fedele possibile. Ciò parrebbe sterile perché sembrerebbe eliminare del tutto la personalità dell’interprete. In realtà non è affatto così. L’interprete non potrà mai annullare del tutto la sua personalità e la sua fisicità, che è il contatto diretto con lo strumento. La qualità del suono, la gestione delle proporzioni, il tipo di rubato dipendono indubbiamente dalle caratteristiche specifiche di ciascun interprete, ma ciò non deve assolutamente impedire la totale fedeltà al testo.

P.P.: Grandissimi pianisti hanno detto bellissime cose su di lei. Martha Argerich o Aldo Ciccolini ad esempio. Come è avvenuto il vostro incontro? Un suo ricordo…

L.C.: L’incontro con Martha Argerich è avvenuto nel gennaio 2013 quando ho partecipato all’USASU International Piano Competition a Phoenix, in Arizona. Lei era in commissione insieme ad altri noti pianisti di calibro internazionale. È stato sicuramente uno degli incontri più importanti della mia vita e sono rimasto praticamente sconvolto quando mi ha consegnato quel foglio, con la sua calligrafia, diretto esclusivamente alle mie performance durante la competizione. Ricordo come se fosse ieri la cena, dopo il concorso, con alcuni membri della giuria e altri vincitori del concorso. Io ero seduto di fronte a lei e ho avuto modo di ascoltare i suoi interessantissimi racconti riguardanti le sue esperienze e la sua vita concertistica. Una persona a dir poco straordinaria!

L’incontro con Aldo Ciccolini è avvenuto invece molti anni prima, nel 2008. Ho frequentato due masterclass con lui alla tenera età di 13 anni. È stato uno degli insegnanti del mio Maestro, che mi ha dato l’opportunità di conoscerlo quando ero ancora un ragazzino. Ormai già avanti negli anni, ma senza mostrare nemmeno un briciolo di debolezza, ha anche avuto piacere nell’accompagnarmi il primo tempo del terzo di Rachmaninoff durante la sua lezione. È stato per me un onore incredibilmente grande. Era una di quelle persone di poche parole ma di cui è impossibile dimenticarsi.

P.P.: Com’è per un giovane in Italia oggi vivere di musica?

L.C.: Il mio percorso musicale, fortunatamente, è stato non avaro di soddisfazioni. Sono stato molto apprezzato dalle organizzazioni musicali e ho suonato praticamente in tutte le città più importanti. Inoltre, sono attualmente il più giovane insegnante italiano di pianoforte principale e insegno presso il Conservatorio Statale di Musica “F. Torrefranca” di Vibo Valentia, in Calabria. Ovviamente però, ho avuto anche modo di comparare il livello di apprezzamento della musica classica in altre nazioni e, a malincuore, ho spesso notato molta differenza, soprattutto nelle città più piccole, sia per quanto riguarda la promozione degli eventi sia per quanto riguarda il numero degli ascoltatori e degli amatori. C’è inoltre un’evidente distanza per quanto riguarda l’educazione scolastica musicale, che limita le possibilità di approfondimento della materia. Questo comporta quindi che l’età media delle persone che ascoltano concerti cresca sempre di più, anno dopo anno. Io apprezzo e ascolto quasi ogni genere musicale poiché credo fortemente che ognuno di essi possa esprimere concetti ed emozioni totalmente differenti. Per questo invito tutti i miei amici e, nel mio piccolo, cerco di divulgare il più possibile la “mia” musica, così che la gente possa imparare ad apprezzare anche questo mondo e ne possa ammirare tutta la sua immensa bellezza.

P.P.: Si sente di dare un consiglio a tutti quei giovani che intendono intraprendere una carriera artistica e professionale nella musica?

L.C.: Una cosa davvero molto importante è la scelta del proprio insegnante, che ti sappia dare il giusto coraggio e che ti trasmetta tutta la sua passione per l’arte. Detto questo, l’unico consiglio che mi sento di dare, avendo vissuto molte situazioni di grande tensione, è quello di non demordere mai. È la cosa più importante. Lottare con tutte le proprie forze in nome di un ideale, la Musica.

 

 

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