Home Articoli Diversions: il piano solo di Alessandro Lanzoni (2016 Cam Jazz)

Diversions: il piano solo di Alessandro Lanzoni (2016 Cam Jazz)

0
GD Star Rating
loading...
CONDIVIDI
Diversions: il piano solo di Alessandro Lanzoni (2016 Cam Jazz), 5.0 out of 5 based on 1 rating

Diversions: il piano solo di Alessandro Lanzoni (2016 Cam Jazz)

lanzoni-cover

Diversions” è il debutto in piano solo del pianista e compositore Alessandro Lanzoni pubblicato dalla label Cam Jazz. In realtà la definizione di piano solo che nell’immaginario collettivo rimanda a una solipsistica esperienza, a un monologo interiore musicalmente espresso, forse risulta un po’ riduttiva nel caso di Lanzoni tanto sono vasti gli scenari che schiude questo ascolto.

Le undici tracce di “Diversions”, tutte a firma di Alessandro Lanzoni, fatta eccezione per “All The Things You Are” e “Nocturne n.8” di Lowell Liebmann, seguono un flusso creativo fortemente radicato in una pratica improvvisativa che fa tesoro della conoscenza e dell’assimilazione del bagaglio classico. Lanzoni è autenticamente innamorato del linguaggio jazzistico ma non dimentica le suggestioni assimilate dal repertorio di altro contesto e le rielabora attraverso un occhio speciale e una altrettanto speciale attitudine alla ricerca.

Il repertorio del cd, in massima parte costituito da improvvisazioni, denota un ottimo gusto musicale e attitudine al controllo della forma così da fare di ogni brano una struttura di senso compiuto. Il suono è curatissimo e versatile. Nella narrazione di Lanzoni fanno capolino in filigrana le figure di grandi artisti del mondo jazz come Lennie Tristano (vedi Composition), Bill Evans e Keith Jarrett, ma anche Rachmaninov (ad esempio nella titletrack “Diversions”) o in Xenya dove compare anche il violoncello, non a caso strumento molto caro a Chopin.

All’andamento melodico e struggente di alcuni pezzi fa da naturale contrappunto l’inevitabile dissonanza di alcuni passaggi molto legati al contemporaneo, come in “Invisible Epidemy”, esplorazione sonora e ritmica molto intima che risolve però in una sorta di cadenza classica. “Diversions” si snoda senza mai incappare nel rischio della monotonia, tanto sono variegate le sue sfumature, le sue atmosfere, e senza perdere quella coerenza che la personalità di Alessandro Lanzoni conferisce a tutta questa registrazione.

Ce ne parla in prima persona il pianista in questa intervista.

Un assaggio del cd è disponibile sul sito della Cam Jazz.

Paola Parri: Il tuo recente cd “Diversions” è in piano solo. Una tappa importante per un pianista. Come definiresti in sintesi l’esperienza solistica? Quanto rischio, quanta libertà, quanta gioia, quanta paura?

Alessandro Lanzoni: È una fortissima esperienza. È il massimo dell’espressione, una specie di resa dei conti, lo specchio di te stesso, definisce appieno la tua sensibilità, il tuo coraggio, la tua resistenza, la tua lucidità. È una grande sfida perché è tutto nelle tue mani, sei l’unico conduttore, non c’è tempo di riposarsi e cedere a qualcuno la direzione del percorso. Un monologo davvero rappresentativo, in certi momenti un vero e proprio sfogo, anche se non sempre. Ma quando riesco a liberarmi totalmente, allora sento che quello è davvero il mio momento, che è questo il motivo per il quale sono qui a suonare qualcosa.

P.P.: “Diversions”, forse deviazioni? Da cosa?

A.L.: “Diversions” è una parola che ha diverse accezioni. Non necessariamente deve essere una deviazione, può voler dire anche diversivo o addirittura divertimento.

Non l’ho inteso tanto come deviazione perché lo troverei supponente da parte mia. Non ho la pretesa di far qualcosa di alternativo, anzi tutt’altro, attraverso il piano solo voglio essere il più sincero e personale possibile, senza nessun tipo di limite o chiusura. Ho sempre preferito in assoluto il musicista che riesce a essere vario quando suona ed è l’obiettivo che mi sono posto anche io. Chi non ha colori mi annoia, chi ripropone sempre il solito schema non mi interessa. La musica rappresenta un vero e proprio universo, trovo davvero interessante riuscire a coglierne più sfumature possibili.

P.P.: In questo cd sono raccolti brani composti prevalentemente da te. Quali sono gli spunti da cui prendono vita le tue composizioni?

A.L.: Ritengo che qualsiasi esperienza vissuta per un musicista possa ripercuotersi sul suo pensiero musicale. Suonare è un modo per esprimersi, ti esprimi in base a quello che sei ed ogni esperienza contribuisce al tuo essere, quindi influisce anche sull’espressione musicale. Tuttavia non è possibile capire quale sia il collegamento concreto tra quello che fai e quello che suoni. È sicuramente qualcosa di astratto che non si può spiegare. Così anche le mie composizioni nascono sicuramente da un vissuto che si tramuta inconsciamente in linguaggio musicale.

P.P.: Una volta concepita l’idea musicale hai un metodo compositivo strutturato?

A.L.: Non ho un modo di procedere schematico. Sono tanti gli incipit musicali che possono scaturire. Può partire tutto da uno schema ritmico, così come da una frase melodica oppure da una serie di accordi. Vedo che non è mai un problema cominciare, ci può sempre essere qualcosa di interessante che mi viene in mente e che può avere buone potenzialità per diventare un brano. La cosa davvero complicata è continuare a rendere tutto interessante, a rendere tutto sensato. A volte può avvenire di bloccarsi e rischiare che il flusso si interrompa ma non bisogna mai scoraggiarsi e continuare a sviluppare le idee musicali con molta pazienza finché non si avverte chiaramente di aver imboccato la strada giusta. Ed è importante terminare un brano prima di giudicarlo, l’impressione che si ha di un brano mentre lo si scrive potrebbe ingannare. Meglio arrivare in fondo e poi, se non funziona, scartarlo.

P.P.: Inevitabilmente l’approccio di un pianista che ha scelto il linguaggio jazzistico non può fare a meno dell’improvvisazione. Come concili questi due differenti modi di fare musica, composizione e improvvisazione, nel tuo piano solo? In cosa si differenziano a tuo parere e soprattutto possono coesistere?

A.L.: Diversions è costituito circa al 75% da improvvisazioni libere. Amo improvvisare su delle tracce predefinite ma anche su materiale ideato istantaneamente, e il piano solo è davvero la situazione ideale per approfondire il più possibile la pratica dell’improvvisazione libera.

Ho deciso però di affrontare l’improvvisazione libera nel modo più rigoroso possibile, almeno in fase di studio. Mi sono reso conto che improvvisare non significa assolutamente avere libertà assoluta, o meglio, si può fare ciò che si vuole ma sempre col supporto di un’idea forte. E l’idea forte consiste nella forma.

È chiaro che qualcosa che inventi sul momento, che svanisce subito nel vuoto, non può andare da nessuna parte se non poggia su qualcosa di più concreto.

Studiando a fondo ho quindi imparato a creare delle strutture immaginarie per i miei racconti di improvvisazione libera. Attraverso questi schemi formali faccio di tutto per rendere le improvvisazioni il più possibile simili a delle vere e proprie composizioni. E quando riescono bene risultano molto più fresche e fantasiose dei brani scritti a tavolino.

Ma come ricordi nella domanda si tratta di due pratiche differenti, assolutamente conciliabili, non ho preferenza tra le due, in un concerto in piano solo mi piace proporre entrambi i processi, improvvisare e suonare i miei pezzi.

P.P.: Tu hai una formazione musicale primaria di estrazione accademica. Ci sono alcuni brani in “Diversions” che indubbiamente testimoniano nella concretezza di questa tua formazione. Sto pensando alla title track “Diversions, solo per fare un esempio.

Quanto è utile nella tua esperienza per chi si avvicina al jazz un percorso di studi classici? Cosa porti di questa formazione nella tua pratica artistica attuale?

A.L.: Il mio percorso classico è stato indubbiamente fondamentale. Non potrei concepire una mia visione musicale scartando il panorama classico, perché sono partito proprio da lì, quindi da un lato sono quasi più legato a quel tipo di repertorio. Il jazz stesso, come dimostrano gli studi musicologici, proviene dalla musica classica. Specialmente per quanto riguardo l’uso dell’armonia i jazzisti hanno attinto il più possibile dal repertorio classico usando poi quei modelli armonici sotto altre forme nel proprio linguaggio. Le connessioni sono quindi molteplici. Inoltre studiare la musica classica rappresenta un notevole aiuto per tanti aspetti. Con lo studio del jazz penso ad esempio che non si faccia sufficiente attenzione all’uso del suono, cosa che nella musica classica è fondamentale, proprio come mezzo di espressività. Inoltre il repertorio classico è incredibilmente utile per sviluppare le capacità tecniche, nella musica pianistica ci sono tante cose estremamente difficili, solo capirne il meccanismo può giovare molto per migliorare le capacità strumentali. Altrettanto importante è la conoscenza del repertorio classico, che non può che illuminarti e aprirti la mente, sia per la tua comprensione musicale che per eventuali spunti compositivi/improvvisativi.

P.P.: Ci sono compositori di ambiente classico a cui sei debitore per alcune delle tue istanze compositive o anche solo come fonti di ispirazione?

A.L.: Sono tantissimi: tra questi sicuramente Ravel, Debussy, Shostakovich, Britten, Stravinsky.

P.P.: In “Composition” ci sembra di percepire un accenno al genio di Lennie Tristano, almeno nelle intenzioni. Ti faccio la stessa domanda di prima, ma in ambito jazz. Hai degli “spiriti guida”, dei numi tutelari a cui fai costantemente riferimento?

A.L.: Indubbiamente ci sono dei musicisti che possono piacere di più rispetto ad altri. Oppure musicisti che sentiamo più affini alla nostra sensibilità. Ci sono musicisti che apprezzi molto ma lontani dal tuo pensiero musicale. Musicisti che non ti piacciono proprio.

Sono arrivato alla conclusione che l’ascolto di qualsiasi artista può influenzarti Ovviamente lascia il segno chi suona qualcosa che ti sorprende positivamente, ma anche chi fa qualcosa che per il tuo gusto, almeno in quel momento, non ti soddisfa. In ogni caso è sempre qualcosa che ti influenza.

P.P.: In “Diversions” accanto a bellissimi brani in cui l’aspetto melodico e cantabile prevale troviamo altri pezzi invece in cui predomina l’espressione delle potenzialità ritmico percussive dello strumento pianoforte.

Cosa è per Alessandro Lanzoni il pianoforte? Ha potenzialità infinite? Ha dei limiti?

A.L.:Il fatto di avere a disposizione uno strumento del genere aiuta moltissimo. Il piano ha davvero tante risorse, puoi lavorare una vita soltanto concentrandoti sul suono, o puoi utilizzarlo in maniera ritmica sulla tastiera o anche all’interno della cassa armonica come se fosse una batteria.

Senza parlare di tutte le combinazioni che si possono creare a livello armonico: considerando che le dita sono 10, col pollice se ne possono spingere 2 alla volta e che i tasti sono 88, e che la matematica non è un’opinione…

Ma non è nemmeno questo che rende il tutto così eterogeneo. È la creatività che non trova barriere davanti a sé. Si può dire che la varietà che si trova in natura potrebbe tranquillamente specchiarsi con quello che si può realizzare musicalmente con il pianoforte. Sì, le possibilità sono infinite, anche perché i momenti sono irripetibili. Potrei immaginarmi di suonare la stessa serie di 5 note ad oltranza, trovando ogni volta un modo per differenziare un ciclo dall’altro. Poiché siamo uomini e non macchine, non siamo capaci di ripetere meccanicamente qualcosa. Al contrario, possiamo fornire un’infinità di soluzioni. Certamente bisogna essere disponibili a farlo e da una parte anche predisposti, ma è possibile e affascinante.

P.P.: C’è uno degli standard più eseguiti in questo cd: “All The Things You Are”. Vuoi dirci brevemente perché tra tanti hai scelto proprio questo brano e soprattutto in che modo, secondo te, oggi possono essere affrontati gli standard? Oltre a rappresentare il vocabolario primario di un musicista jazz, possono ancora vivere di nuova vita attraverso la creatività individuale?

A.L.: Apprezzo molto la domanda, è un tema sul quale rifletto spesso. Certamente sì, gli standards continuano a essere un materiale fertile da maneggiare e plasmare nella maniera che il musicista trova più opportuna. Per questo motivo sono sempre molto felice di ascoltare gli standards se sono spettatore di un concerto. È un ottimo modo per capire bene qual è il pensiero musicale dell’artista sul palco. Non voglio dire che non ci si possa esprimere anche soltanto con la musica originale, ma se mi fai ascoltare la tua versione di uno standard che conosco, allora posso immediatamente intendere quanto sei elastico nei confronti della struttura, qual è il tuo rapporto con il linguaggio tradizionale, quale è la tua conoscenza armonica e quanto riesci ad osare con essa, come riesci ad interpretare un tema. Senz’altro un ottimo parametro è “All The Things You Are”, forse uno degli standard più riusciti per la sua ricchezza armonica, per la bellezza tematica e una grande logica formale.

P.P.: Dopo “Diversions” quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A.L.: Ho parecchie cose per la testa, ma per ora niente di concreto. Ultimamente sono stato molto assorbito dalle collaborazioni in veste di sideman, senza quindi aver avuto sufficiente tempo per dedicarmi alla composizione. Ma è qualcosa che vorrei riprendere al più presto e magari in maniera più ambiziosa. Quando scrivo penso di aver il limite di pensare automaticamente al suono del piano trio, perché è il suono al quale sono più affezionato e che sento più vicino. Ma è comunque un mio desiderio poter scrivere anche per altri strumenti, quindi mi piacerebbe formare una band con un organico allargato.

Pianosolo consiglia

LASCIA UN COMMENTO