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Intervista ad Enrico Pieranunzi

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Intervista ad Enrico Pieranunzi, 5.0 out of 5 based on 286 ratings

Ho avuto il privilegio e il piacere di intervistare Enrico Pieranunzi.

Di fronte ad un musicista così importante, che ha fatto del pianoforte il mezzo attraverso cui esprimersi, mi sono chiesta cosa veramente volevo sapere, quali insegnamenti e quali segreti potevano essere carpiti attraverso delle semplici domande.

Alla fine ho semplicemente lasciato che il Maestro esprimesse la sua idea di musica e il suo indissolubile rapporto con il pianoforte.

Rigore, fantasia, disciplina, studio e creatività: c’è tutto questo e molto altro nelle parole di Pieranunzi, c’è l’essenza stessa del pensare e fare musica.

Ringrazio Enrico Pieranunzi per la cortesia e la disponibilità, Alessio Biancucci per il fondamentale supporto nella realizzazione dell’intervista, i fotografi Denis Lacharme (Parigi, gennaio 2009) e Agostino Mela (Cagliari, 2009) per le fotografie e, naturalmente, Pianosolo per l’incessante lavoro di divulgazione e diffusione della cultura musicale che quotidianamente porta avanti.

Paola Parri: Partiamo da un suo recente lavoro. “Enrico Pieranunzi plays Domenico Scarlatti”, un lavoro audace ed originale che colpisce per la relazione che lei riesce a stabilire fra un compositore di epoca barocca e il linguaggio musicale contemporaneo, improvvisando/componendo sulle sonate scarlattiane.

Ci può illustrare qual è stato il motivo ispiratore di questo suo lavoro, qual è l’operazione da lei compiuta sulla musica scritta da Scarlatti e qual è in generale la sua opinione sull’incidenza che la musica classica può ancora esercitare come “materia viva” per i compositori contemporanei?

Enrico Pieranunzi: L’idea di un “Plays Scarlatti” è stata generata da Scarlatti stesso, dalla vitalità incontenibile, visionaria e trascinante delle sue bellissime sonate alle quali mi sono riavvicinato con molta passione nel 2006 (in realtà non le avevo mai abbandonate del tutto: insieme a Bach le raccolte scarlattiane sono sempre state accanto al mio piano). Quell’anno avevo messo a punto un programma intitolato “Impromozart”, che era già praticamente l’idea di “Plays Scarlatti”. Suonavo brani del salisburghese come sono scritti e poi ci improvvisavo sopra, utilizzando gli stessi suoi “materiali” (uno spunto ritmico, un nucleo tematico, un intervallo ecc.). Un’improvvisazione non propriamente o non solo jazzistica, in cui utilizzavo tecniche presenti in tutta la musica, in particolare quella del Novecento. Poi m’è venuto in mente di fare la stessa cosa con Scarlatti, ed è nato il cd, il cui motivo ispiratore è nel carattere molto “fisico”, ritmico, intensamente improvvisativo, della sua musica. Come ho già detto altrove, Scarlatti era secondo me un jazzista, e non è una battuta ad effetto: penso che lui Handel, Bach e tutti i grandi suonatori/improvvisatori di strumenti a tastiera del barocco fossero jazzisti “ante litteram”. Quei musicisti – come giustamente sottolineato da Ralph Kirkpatrick grande interprete e biografo di Scarlatti – suonavano tutti esclusivamente la propria musica, improvvisavano con abilità straordinaria e avevano la capacità di lasciar nascere le loro idee dalle loro stesse mani, che è in fondo, quanto hanno sempre fatto e fanno i musicisti di jazz.

Quanto all’incidenza che la musica classica può esercitare oggi direi che l’espressione usata nella domanda, ”materia viva”, è già una risposta… la buona musica, quella che può nutrire gli altri, è infatti quella più ricca di vita interna. Non c’entra il successo, la diffusione, la commercializzazione. E’ una questione di ricchezza di contenuti “vitali” che in certe musiche (di ogni genere e provenienza, naturalmente) c’è più o molto più che in altre. E quando c’è, quella musica costituisce una fonte inesauribile per tutti, per sempre…

P.P.: Nella formazione di un pianista che ruolo svolge lo studio della musica colta europea,“classica”, secondo lei? Esistono metodologie didattiche alternative altrettanto valide?

E.P.: Un ruolo di conoscenza, di rapporto con la bellezza nelle sue più varie forme. E’ lo stesso in letteratura o in pittura, penso. Conoscere, amare e approfondire Giotto, Matisse, Turner o Cezanne per un pittore o Hemingway, Shakespeare o Balzac per uno scrittore è altrettanto importante Non è una questione di studio e di “scuola”: è semplicemente, inesorabilmente una questione di confronto con fantasie capaci di creare forme potenti, che ti entrano dentro e ti regalano, ognuna col proprio linguaggio, l’ineffabile della vita in ogni sua manifestazione. Leggere, interpretare, approfondire Scarlatti, Bach, Chopin Fauré o Liszt è per un pianista un’opportunità unica, un nutrimento, non un training più o meno ripetitivo e noioso. Naturalmente occorre una disciplina, ma secondo me questa dev’essere molto mobile, non rigida, duttile, estremamente elastica e, addirittura, personalizzata al punto che ognuno, all’interno di questa disciplina, potrebbe o forse dovrebbe inventarsi il proprio metodo di studio. La vera didattica è quella che ti porta a provare emozioni, che ti fa ogni volta stupire e trasalire per un passaggio, una modulazione inattesa, un‘invenzione, una melodia che ti prende e ti porta chissà dove e ti fa perdere in un mondo che sembra altro ed è solo il vero mondo. Quindi non è questione di materiali, di cosa si studia, ma di come lo si studia, di quanto si va in profondità.

Quanto alle metodologie didattiche alternative suggerirei proprio l’improvvisazione, che praticata con rigore e fantasia – le due cose sembrano inconciliabili ma non lo sono affatto – diventa una vera e propria forma di ”autoinsegnamento”, perché consente di scoprire da sé, in modo molto fisico, diretto, come funziona la musica. L’assenza di mediazioni e interferenze tra sé e i suoni, tra sé e il flusso della propria immaginazione fa acquisire grande confidenza coi suoni stessi e col proprio corpo. E la pratica della musica attraverso l’improvvisazione diviene a quel punto una forma di autoconoscenza e una possibilità straordinaria di comunicazione.

P.P.: Nella sua esperienza di insegnamento, quali sono le principali e maggiori difficoltà che ha riscontrato da parte dei suoi allievi?

E.P.: La difficoltà maggiore è nel liberare gli studenti dalla schiavitù dello spartito, che negli anni diventa una vera prigione e, peggio ancora, attutisce, anestetizza, blocca il libero esprimersi ed esternarsi del meccanismo audiotattile, che è il vero motore del far musica, su qualsiasi strumento. Questo processo involutivo si verifica spessissimo quando si imparano brani classici ma può verificarsi anche nel jazz, che negli ultimi decenni si è arricchito di innumerevoli supporti scritti. Ammaliati, incantati dalla carta da musica sul leggio gli studenti dimenticano che l’origine del far musica non è in quei fogli, ma nel loro corpo, nella loro capacità di attivarlo, sentirlo, farlo vibrare, incanalarne l’incredibile potenziale energetico nei suoni che loro stessi producono. Naturalmente lo spartito, il saper scrivere musica o saperla leggere hanno una loro utilità. Ma la musica…non è lì. Intendiamoci, non è tutta colpa dei giovani studenti. Una buona responsabilità ce l’ha anche una certa cultura che ha “deificato” la musica scritta e in generale tutta la cultura scritta, demonizzando nel contempo l’oralità come prassi inferiore se non dannosa. E invece è proprio quest’ultima, nella sua accezione più ampia, che ha sempre costituito una formidabile fonte di sapienza. Quindi la maggiore difficoltà è nel riuscire a convincersi che lo sviluppo della propria musicalità è nell’affinamento continuo dell’orecchio e della propria capacità percettiva psicofisica e che vanno rimossi tutti quegli aspetti che a quello sviluppo si oppongono o che lo impediscono, come, appunto, uno squilibrato rapporto tra vista (spartito) e udito (che governa tutte le possibilità di azione e creazione musicale).

P.P. Ci sono compositori e musicisti dai quali a suo avviso non si può prescindere in un percorso di apprendimento musicale? Quali sono stati i suoi punti di riferimento?

E.P.: Tutti e nessuno… potrei iniziare un elenco che sarebbe molto lungo e avrebbe il difetto di essere molto soggettivo. Credo sia molto importante che a chi si incammina lungo un percorso di studio o conoscenza della musica – qualsiasi musica – sia lasciata la possibilità di scegliere musiche che veramente piacciano, che suscitino una risposta emotiva forte, magari inspiegabile (il che è ancora meglio). Lo studio della musica è fatto di risonanze con le musiche di altri, e queste risonanze, nel tempo, cambiano, si rinforzano, si spostano, ritornano trasformate…

Volendo fare nomi di imprescindibili direi Mozart, Bach, Chopin, Fauré, Debussy… I miei punti di riferimento sono stati e sono loro ma anche Charlie Parker, Miles Davis, Paul Hindemith, Darius Milhaud, Wayne Shorter…senza escludere Gershwin, McCartney, Sting…

P.P.: Il concetto di improvvisazione, pur se associato genericamente al jazz, è in realtà piuttosto ampio, storicamente documentato in forme differenti presso varie culture e in epoche diverse, spesso però permeato da in un’ambiguità di fondo nella sua interpretazione per i non addetti ai lavori.

Ci può raccontare il suo incontro con il jazz e il suo concetto di improvvisazione?

Qual è la differenza tra improvvisazione e composizione?

E.P.: Il mio incontro col jazz e con l’improvvisazione è stato molto precoce e anche particolare: avevo 5 anni e mezzo e mio padre, chitarrista di jazz, mi fece trovare a casa un… pianoforte. Così cominciai subito una doppia vita. Andavo a lezione di solfeggio e facevo i primi esercizi di piano classico con un’insegnante, e poi accanto a lui suonavo canzoni americane, il blues ecc. Fu lui che mi spinse a improvvisare… all’inizio mi era impossibile, poi cominciai a capire. E divenne un gioco bellissimo, che mi avrebbe appassionato per sempre. Negli anni il mio modo di improvvisare è cambiato tante volte, estendendosi molto anche al di fuori e al di là del jazz, ma l’esperienza dell’improvvisazione rimane ancora oggi per me decisiva. E’ una splendida compagna di viaggio e sicuramente se non avessi imparato a improvvisare non avrei neanche cominciato a comporre. Ma a parte la mia esperienza personale ritengo che il rapporto improvvisazione-composizione sia di reciproca, inestricabile, necessaria relazione. Non sono il primo a dirlo e tutta la storia della musica occidentale, la vicenda dei grandi compositori che tutti amiamo sta lì a dimostrarlo. Il primo imput creativo di una musica è, secondo me, sempre improvvisativo e penso che il comporre è in certo qual modo generato dall’improvvisazione. Improvvisando si inventano materiali che si mettono insieme lì, in quel momento e comporre significa anche mettere insieme, giustapporre o contrapporre materiali. Quindi l’improvvisazione, nelle sue espressioni più riuscite e ispirate, è sicuramente una forma di composizione in tempo reale. Certamente questa stessa parola chiave, il tempo, è quella che determina le differenze più macroscopiche tra i due processi, perché in quello compositivo il tempo di elaborazione è molto più lungo e questo influenza l’atto creativo in maniera rilevante.

P.P.: Melodia ed armonia: una relazione complessa, ma fondante qualsiasi composizione. Nel processo compositivo, qual è il suo punto di partenza? Oltre agli elementi strettamente legati alle conoscenze musicali, da dove proviene il materiale che poi darà vita alla composizione? A livello contenutistico quanto di soggettivo passa dall’uomo alla musica? Dove hanno origine i suoni?

E.P.: Il punto di partenza di una mia composizione è sempre, quasi sempre, al piano. Sto suonando qualcosa, facendo un esercizio o improvvisando su un giro armonico e improvvisamente (appunto!..), inspiegabilmente interrompo quella cosa e mi viene di andare da un’altra parte. In quel momento l’impulso è irresistibile. E’ come se le mani fossero occhi che hanno visto qualcosa che io non so ancora cos’è, ma loro sanno che c’è. Può essere un accordo che mi suona nuovo, un intervallo… cose così. Se questo accordo, questo intervallo sono “veri”, “vivi”, ci rimango a lungo, lo suono tante volte, come un cieco che scopre un oggetto che al tatto vuole assolutamente riconoscere, e lo suono quasi ossessivamente perché sento che là c’è qualcosa di importante. In quei momenti l’emozione è forte, a volte quasi insopportabile, può diventare commozione, arrivare al limite del dolore… è difficile da spiegare. Da queste situazioni sovente (anche se non sempre) nasce un pezzo o un’idea valida che magari si svilupperà in seguito in un pezzo, di jazz o d’altro tipo, non mi importa il genere. Mi importa che quel pezzo mi emozioni e che… nasca. Qualche rara volta il comporre comincia “prima” di stare al piano. Una sequenza di note, un intervallo mi comincia a “suonare” nella testa e, come attratto irresistibilmente da una calamita, mi avvicino al piano per suonarle e poi, dipende… Tornando alla domanda “tecnica” iniziale direi quindi che non c’è regola: a volte è la melodia che trascina con sé l’armonia, a volte è il contrario. E non c’entrano nulla le proprie conoscenze musicali. In quei momenti non si sa nulla, più nulla, è il corpo che sta parlando, non la testa e lui segue una strada tutta sua che non è quella dei libri e del conservatorio.

Quanto alle due impegnative domande finali, posso provare a dire che nei casi più riusciti tutto di te passa nella musica, anche, forse soprattutto, quello che di te ignori. E’ un po’ come sognare… quel pezzo che nasce è una comunicazione, sorprendente, intensa e incomprensibile come può essere un tuo sogno. E quello che diventa suono proviene da un punto profondo di te, che è l’origine, la fonte de tuoi suoni e… dei tuoi sogni.

Però è importantissimo che a queste domande rispondano gli ascoltatori, quelli a cui la tua musica arriva. Loro forse, risuonando coi tuoi suoni, ne colgono il senso più profondo e misterioso.

P.P.: Lei ha dedicato un bellissimo libro a Bill Evans, uno dei maggiori innovatori in campo musicale, e in un passaggio della sua opera, citando il clarinettista Jimmy Giuffre, lei scrive: “ C’è una zona della musica in cui non esistono più categorie. Quest’area non è soltanto jazz, né musica europea, classica o qualsiasi altra cosa. È semplicemente musica, grande musica che non può essere divisa in categorie. Questo è ciò che Bill Evans suona”.

Secondo lei oggi è ancora possibile parlare di una netta suddivisione dei generi o i differenti linguaggi della musica dialogano con maggiore facilità rispetto al passato, mescolando i propri codici?

E.P.: C’è sicuramente rispetto al passato una commistione di linguaggi molto più frequente che ha contribuito molto a sfumare le differenze tra i generi. Anche se a volte le divisioni fra questi sono soltanto trovate commerciali per vendere di più…A livello personale ho vissuto questa progressiva osmosi di linguaggi con interesse e partecipazione sempre crescenti, come proprio il cd su Scarlatti dimostra ampiamente. E’ jazz? E musica classica? E’ qualche altra cosa che non si riesce a definire? In fondo non è importante… Ho fatto anche altre esperienze significative avvicinando il linguaggio jazzistico alle musiche da film o alla canzone d’autore. Certo la “confusione delle lingue” che oggi è intorno a noi può aiutare i furbi a infilarsi e a vendere fumo senza arrosto. Molti apparati mediatici sono abilissimi in questo, del resto sono pagati per questo. Per evitare le truffe bisognerebbe incrementare la preparazione, l’educazione del pubblico, che in questo modo potrebbe difendersi meglio dai furbi medesimi. In questo senso la scuola può svolgere un ruolo decisivo che purtroppo in Italia rimane sostanzialmente disatteso…Quindi d’accordo, rinunciamo volentieri alla divisione netta tra i generi purché non si rinunci alla… musica.

P.P.: Il pianoforte: ci può illustrare quali sono a suo giudizio le potenzialità espressive dello strumento e quali eventualmente i limiti, se ne esistono?

E.P.: Potenzialità infinite… Il pianoforte può essere meraviglioso strumento melodico, creare dei mondi armonici di ricchezza ineguagliabile, ed essere anche un dinamicissimo territorio ritmico… ognuno può scegliere quale di queste virtù approfondire. E’ una “scatola sonora” piena di infinite risorse e non basta una vita per scoprirle tutte. E’ stato definito giustamente da Liszt un’orchestra. I suoi limiti sono forse proprio una conseguenza dei suoi illimitati pregi… Il pianoforte è uno strumento egocentrico, è completo e sa di esserlo e quindi richiede, pretende un rapporto esclusivo, assoluto. Il limite è nel fatto che magari si può avere difficoltà ad allontanarsene se si vuol comporre o inventare musica svincolata da lui. Ma questo forse è un limite dei pianisti, non del pianoforte…

P.P.: Il filosofo Wittgenstein ha scritto: “La gente crede che gli uomini di scienza siano lì per istruirci, e i poeti e i musicisti ecc., per rallegrarci. Che questi ultimi abbiano qualcosa da insegnare non le viene in mente.”

Riflettendo sul valore educativo della musica, qual è secondo lei il contributo che la formazione musicale, non solo in termini di pratica ma anche di ascolto, può offrire in un percorso di crescita individuale e anche in un’ottica più generale, a livello sociale intendo?

E.P.: A livello educativo la musica (come anche il teatro) può dare un eccezionale stimolo a sviluppare la propria fantasia. Ancor più se si ha fin da piccoli la possibilità di far musica con altri. Il rapporto che si instaura tra chi suona o canta insieme è magico, silenzioso, profondissimo, se naturalmente l’educatore di turno riesce a trasmettere una visione fatta di passione, affettività, interesse, amore per i suoni e per chi li realizza. Quella dell’educazione musicale precoce rimane la zona più arretrata dell’ordinamento scolastico italiano. Non è questione di creare campioni o divi in erba da mandare a Sanremo ma di far scoprire ai bambini le potenzialità di un’arte che può e deve essere anche gioco, diletto, invenzione. Di un’attività che è molto fisica ma nel contempo potentemente psichica. Tutto questo aiuterebbe i bambini ( e anche i loro educatori…) a fare un lavoro formidabile su di sé e insegnerebbe loro la bellezza dello stare con gli altri.

P.P.: Qual è il consiglio generale che darebbe a quanti oggi si avvicinano allo studio del pianoforte e in generale agli studi musicali?

E.P.: So di dire una cosa scomoda e controcorrente, ma consiglierei di non lasciarsi ingannare da chi parla di spettacolo, successo e facili guadagni. Il lavoro sulla musica, con la musica è stupendo, appagante ma anche molto faticoso, richiede attenzione, impegno, tenacia… Tutte qualità che oggi in generale non sono molto di moda. Come consiglio generale perciò direi di lavorare sulla resistenza… Chi si avvicina agli studi musicali oggi deve sapere che il lavoro da fare è infinito e che decidere di affrontarlo sul serio è un atto quasi eroico…Bisogna resistere a un contesto che tende a semplificare, banalizzare, svuotare. A chi decide di studiare il pianoforte o la musica in senso lato dico che la musica è un’esperienza umana straordinaria e che, come ogni altra attività artistica, va vissuta senza bluff, con onestà. La musica restituisce, e con gli interessi, quello che le dai.

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10 COMMENTI

  1. E brava Paola che come un cavatappi di quelli superprofessionali da enologo, ha stappato e versato delicatamente, senza neanche una bella domanda stupida.

    • Fra poco pubblichiamo una nuova intervista a Enrico Pieranunzi realizzata pochi giorni fa. Ha parlato anche del suo lavoro "1685" dedicato a Handel, Bach e Scarlatti.

  2. Ricordo un concerto di Pieranunzi a Roma più di trenta anni fa, col sassofonista George Coleman. Il fraseggio del Nostro era scoppiettante, vivido, ma anche ridondante, a volte perfino estenuante nella sua prolissità. Tra i musicisti di jazz si diceva, per descrivere un musicista che, nelle improvvisazioni, cercava di stipare tutte le note che ci potevano stare, che era affetto dal "morbo di Pieranunz", testimoniando nella battuta anche l'invidia per la tecnica già sopraffina. Sono passati gli anni, il pianismo di Pieranunzi si è asciugato, si è pulito da tutti gli orpelli inutili, si è connotato in uno stile, personale, maturo, ricco di tutta la cultura, sapienza e creatività musicale che gli sono proprie, denotando in più la sua capacità di mettersi in gioco con un coraggio quasi irresponsabile, accostando la propria capacità compositiva/improvvisativa a quella di numi tutelari della musica quali Bach, Hendel, Scarlatti. In buona sostanza ha messo il sedere vicino ai calci aspettando il risultato. Mi pare che questo si possa commentare sintetizzando in una parola: bravo.

  3. Complimenti per la pertinanza delle domande.
    Anche l'arte di aprire degli spiriti non si insegna, questa intervista è giusta e profonda.
    Grazie di mettere in parole una realta altra.

  4. bella intervista
    grazie
    tra la'ltro,se si sostituisce la parola musica con tante altre, tipo letteratura ma anche scienza o non so che, il tutto regge

  5. Cara Paola, la bella intervista che ho appena letto mi ha fatto ripensare alla nota che hai postato su Facebook, "Una contraddizione", ed ai commenti che ne sono seguiti. Leggendo le parole di Pieranunzi, si trovano le risposte a tutte le problematiche relative alla scuola, alla famiglia (un papà chitarrista che ti regala un piano, secondo me è fantastico!), allo studio della musica, all'importanza per i giovani d'essere indirizzati con attenzione e rispetto, dell'importanza dell'arte nella crescita di tutti noi (bella la citazione di Wittgenstein!). Brava!

  6. Grazie Paola, mi è piaciuta tutta l'intervista e condivido pienamente tutto, anche se per le mie lacune sulla musica classica, non posso comprenderne certi passaggi.
    Buona Musica….

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