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Intervista ad Alberto Ferro

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Intervista ad Alberto Ferro

a cura di Paola Parri

Alberto Ferro

La sessantesima edizione del Concorso pianistico internazionale “Ferruccio Busoni” anche quest’anno ci ha dato l’opportunità di scoprire giovani pianisti di talento, astri nascenti del pianismo mondiale che si sono cimentati su uno dei palcoscenici più prestigiosi del settore.

Alberto Ferro è uno di questi. A soli 19 anni ha conquistato un secondo posto sul podio del Busoni, il Premio della Stampa internazionale e il Premio speciale Haydn.

Questo giovane pianista, che dimostra una notevole maturità artistica, studia attualmente con Epifanio Comis all’Accademia Pianistica Siciliana di Catania. Ha vinto numerosi premi in concorsi internazionali. Durante una masterclass con Vladimir Ashkenazy, è stato apprezzato dal grande pianista russo per le sue interpretazioni di Rachmaninov.

Nell’intervista che segue gli abbiamo rivolto qualche domanda per conoscerlo meglio e capire come nasce un artista internazionale.

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Paola Parri: Il Premio della Stampa internazionale e un secondo posto sul podio del Concorso Busoni sono un biglietto da visita importante per un artista che intraprende una carriera internazionale. Quali sono le motivazioni che l’hanno indotta a partecipare a questa competizione?

Alberto Ferro: Sicuramente non è stata una casualità la mia partecipazione a questa competizione pianistica. Parteciparvi è stato sempre un sogno per me da quando ero piccolo, e salire sul podio a 19 anni è una grande soddisfazione. È un onore aver ottenuto anche il Premio Speciale Haydn, che consiste in un ingaggio per un concerto con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento.

P.P.: Lei ha partecipato ad altre manifestazioni analoghe. Qual è il valore dei concorsi a suo parere? Sono un banco di prova personale? In che modo vanno a incidere sulla formazione di un artista?

A.F.: In generale il concorso è un’opportunità per esibirsi di fronte ad una giuria prestigiosa e quindi uno stimolo a dare il massimo di se stessi. Quindi sicuramente i concorsi sono un banco di prova personale e dei trampolini di lancio importanti per un artista che intraprende una carriera internazionale. Chiaramente il concorso non è l’unica modalità per emergere, ma è la più accessibile ai giovani musicisti.

P.P.: A 19 anni cosa si prova a trovarsi su palcoscenici così importanti? Quanto c’è di emozione e quanto di concentrazione?

A.F.: Provengo da un anno di studio intensissimo e quindi ero già preparato psicologicamente ad affrontare una competizione così prestigiosa quale è il Busoni di Bolzano. Tuttavia si provano sicuramente emozioni indescrivibili e ritengo ovviamente fondamentale la concentrazione per superare lo stress della competizione.

P.P.: In occasione della finalissima del Concorso Busoni lei ha eseguito mirabilmente il Concerto per pianoforte n. 2 di Béla Bartók, una composizione non troppo frequentata in concerto. Cosa le piace di questo concerto? Quali sono a suo avviso le principali difficoltà contenute nella parte pianistica?

A.F.: Il Secondo Concerto di Bartók è l’esaltazione della forza della natura, contemplata dall’uomo primordiale. Sono presenti tanti episodi resi particolari da elementi ritmici e percussivi nel primo movimento ad atmosfere estatiche e sonorità fredde nel secondo. Infine nel terzo movimento predominano temi popolari ungheresi e filastrocche. Nella parte pianistica le difficoltà sono prevalentemente tecniche: doppie terze, seste, ottave, note ribattute, arpeggi ascendenti e discendenti (evanescenti nel secondo tempo). Quindi mi piace questa varietà tecnica e tematica all’interno di questo concerto.

P.P.: Quello che abbiamo ascoltato sicuramente è frutto di un lungo e duro lavoro sulla partitura e al piano. Come si prepara generalmente per un piano recital?

 

A.F.: Dipende dal contesto. Generalmente, per quanto riguarda i programmi, cerco di includervi composizioni stilisticamente diverse, prediligendo in particolare la scelta di una sonata classica, almeno una composizione romantica e una moderna, a volte anche qualche trascrizione.

P.P.: L’artista che conosciamo oggi come nasce? Quali sono state le tappe fondamentali del suo percorso formativo?

A.F.: Essendo mia madre insegnante di pianoforte, l’approccio allo studio della musica è nato naturalmente. Mi sono sempre interessato alla musica sin da piccolo e ho coltivato sempre più questa passione. Lo sviluppo del mio percorso formativo ha avuto il suo apice quando ho iniziato a frequentare l’Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” di Catania sotto la guida del M° Epifanio Comis, con il quale continuo a perfezionarmi presso l’Accademia Pianistica Siciliana di Catania, un incontro fondamentale per la mia formazione pianistica, artistica e culturale.

P.P.: Perché la musica come scelta di vita e cosa possiede il pianoforte di speciale?

A.F.: Ho scelto di vivere con la musica perché essa è il miglior modo per esprimere le mie emozioni e le mie sensazioni. Il fare musica può essere anche un veicolo di pace come avviene con la West-Eastern Divan Orchestra, fondata con lo scopo di favorire il dialogo tra musicisti provenienti da paesi e culture storicamente nemiche, e un’occasione di emancipazione dalla povertà come avviene con l’Orchestra giovanile Simon Bolivar. Ho sempre considerato il pianoforte come un interlocutore diretto, essendo io figlio unico, attraverso il quale posso manifestare una varietà di stati d’animo e sfumature.

P.P.: Ci sono state delle figure fra i suoi educatori che hanno lasciato il segno sulla sua formazione artistica e personale?

A.F.: Certamente il mio Maestro, Epifanio Comis, continua ad essere una guida artistica di fondamentale importanza per me, in quanto mi insegna ad accostarmi allo strumento con una visione musicale globale, ovvero trattare il pianoforte come una grande orchestra sinfonica ricca di varietà timbrica, la grande cura della polifonia senza però trascurare l’aspetto prettamente strumentale e il rispetto della partitura. Sempre in Accademia ho l’opportunità di vivere esperienze musicali importanti in occasioni di masterclass tenute da illustri maestri come ad esempio la pianista Violetta Egorova. L’incontro col grande Maestro Vladimir Ashkenazy, durante una sua visita all’Accademia Pianistica Siciliana, è stato un momento di grande emozione e soddisfazione per il riconoscimento delle mie capacità pianistiche e musicali.

P.P.: Naturalmente immagino che la strada non sia tutta in discesa. Quali sono state le maggiori difficoltà che ha incontrato nel suo percorso di studi?

A.F.: Da bambino ho avuto qualche volta dei momenti di demotivazione, ma attraverso lo stimolo dei miei genitori e l’incoraggiamento del mio insegnante Epifanio Comis, che ha sempre creduto in me, sono riuscito a superare le difficoltà, che penso abbiano avuto in molti. In generale, sono sempre riuscito ad organizzare il mio tempo nello studio dividendomi tra l’Istituto Musicale Bellini di Catania e contemporaneamente il Liceo Classico di Gela.

P.P.: Mi dà una definizione di “studio”?

A.F.: Per me lo studio è la continua ricerca della perfezione che porta ognuno di noi a tentare di superarsi e desiderare sempre qualcosa di più.

P.P.: Il suo repertorio è molto ampio e vario. Predilige un periodo musicale in particolare, un compositore? Per quali caratteristiche?

A.F.: Farei cenno a numerosi compositori rispondendo a questa domanda. Da un lato preferisco il “tardo” Beethoven per la sua riflessione intellettuale e per le innovazioni che ha apportato nelle forme musicali, mentre dall’altro lato Scriabin per i rimandi metafisici e la lungimiranza del suo linguaggio musicale.

P.P.: Il concetto di interpretazione è da sempre molto dibattuto. Cosa significa per lei interpretare un brano, sia a livello teorico che pratico? Qual è il suo lavoro sulla partitura?

A.F.: Secondo me questo concetto è dibattuto perché spesso si associa l’interpretazione all’esecuzione. Un ottimo esecutore è colui che riproduce tutto ciò che è già stato concepito dal compositore, mentre l’interprete può anche distaccarsi leggermente dalla partitura, prediligendo l’evidenziazione di un significato latente all’interno di una composizione attraverso la mente e l’anima. Personalmente, prima di lavorare sulla partitura mi documento sulla storia del brano e in seguito provo ad ascoltare più “interpretazioni” possibili per darmi un’idea in generale, ma cercando di non dipendere da esse nel dettaglio. Dunque il mio lavoro sulla partitura si basa sulla lettura della partitura, delle dinamiche, dei fraseggi musicali, provando ad interpretarli secondo la mia sensibilità.

P.P.: Un artista in qualche modo ha una grande responsabilità, quella di portare la musica direttamente alla gente. Lei ha scelto di occuparsi di un linguaggio, quello della musica colta occidentale, purtroppo oggi poco frequentato dai giovani. C’è qualcosa che i giovani artisti come lei o le Istituzioni potrebbero fare per invertire questa tendenza e favorire una maggiore conoscenza di questo repertorio musicale?

A.F.: Le Istituzioni dovrebbero modificare l’approccio con le discipline musicali indirizzando maggiormente i giovani nell’intraprendere lo studio della musica colta, che ritengo sia il genere più formativo nell’educazione umana. Introdurrei inoltre l’ascolto della musica classica a partire dagli asili nido.

P.P.: Progetti e propositi per il futuro?

A.F.: Penso di prendere parte ad altre competizioni internazionali e di conseguenza mi auguro di poter tenere concerti presso le sale più prestigiose del mondo.

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