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Intervista a Yaron Herman

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Intervista a Yaron Herman, 5.0 out of 5 based on 286 ratings

Yaron HermanHa 29 anni, è nato a Tel Aviv, ma vive a Parigi ed è un autentico talento. È Yaron Herman.

La sua musica sta facendo il giro del mondo e ovunque è apprezzato e acclamato per il suo carisma, l’entusiasmo, la vitalità prorompente, ma anche per la sensibilità e un lirismo delicato e sincero.

Tra poco uscirà il suo nuovo disco: “Follow The White Rabbit”.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscere la sua storia e sapere qualcosa di più sulla sua musica.

Vi consiglio comunque di visitare il suo sito all’indirizzo http://www.yaron-herman.com/

Ringrazio Yaron Herman per la disponibilità.

Un ringraziamento particolare a Christophe Deghelt, indispensabile per la realizzazione di questa intervista, e a Michele Guerrini per la traduzione del testo.

Paola Parri: Yaron tu sei molto giovane, eppure, sentendoti suonare la prima impressione che proviamo è quella di una perfetta padronanza tecnica dello strumento e soprattutto di una tua spiccata capacità di comunicare con profondità e sincerità una parte molto intima di te.

Com’è arrivata la musica nella tua vita? Quando hai deciso che avresti fatto della musica la tua strada?

Yaron Herman: Io credo che la musica in qualche modo sia sempre stata presente nella mia vita, ma in una maniera un po’ diversa da come si potrebbe comunemente immaginare. Io non sono cresciuto in una famiglia di musicisti, fatta eccezione per mio padre che suonava una piccola batteria quando era bambino, ma nulla di serio in realtà. Io ho sempre ascoltato musica, tipo su MTV, gruppi pop e rock, o ancora, musica techno ed elettronica come la “trance” per un certo periodo. Io mi sono avvicinato al jazz quando ho deciso di iniziare a studiare il piano intorno ai 16 anni, quando ho dovuto forzatamente interrompere la mia carriera di giocatore di basket (il mio sogno iniziale). In quel periodo ho incontrato il mio solo e vero insegnante, Opher Brayer, che ha cambiato la mia vita e mi ha aperto le porte dell’infinito mondo della musica e della mia evoluzione come persona.

La musica era un modo per me di esprimere finalmente ciò che sentivo dentro e che non avevo ancora capito fosse dentro di me e di crescere come essere umano.

P.P.: Molti sostengono che la musica è un dono che dà i suoi frutti solo se trasformato in scelta consapevole. Questo vuol dire, tradotto in termini pratici, che dedicarsi ad uno strumento richiede una totale dedizione, una ricerca condotta con ostinazione e precisione quasi maniacale. Condividi questa idea? Come vivi tu la tua esperienza di musicista e compositore? Cosa ti dà e cosa toglie, se qualcosa toglie, alla tua vita?

Y.H.: Assolutamente sì. Penso che qualunque cosa vada fatta con passione e con tutto te stesso e ancora di più nella musica, se veramente vuoi toccare una qualche realtà profonda. Io comunque  cerco di evitare di usare la parola verità, perché è come se svanisse: è qualcosa che esce da te, ma che è anche estremamente oggettivo ed universale. Per ottenere questo tu devi essere pazzo!

Questo richiede tutta la tua energia, tutto il tuo tempo per una vita intera, che è anche la bellezza di questa cosa, dedicare te stesso a questo tipo di magia nera e sperare soltanto di toccare questi rari momenti di estasi, che è quello per cui cerchiamo di lavorare così duramente.

Ovviamente c’è un prezzo da pagare: il lavoro, i viaggi, il pensare costantemente e l’esplorare prende la maggior parte del mio tempo, ma io, per alcuni motivi, penso sempre di essere in ritardo (come il coniglio di Alice nel Paese delle meraviglie forse), così uso al meglio e saggiamente il mio tempo, perché il tempo non aspetta.

Il mio insegnante diceva che creare una salutare ossessione per la musica ed il lavoro era una parte essenziale del successo.

P.P.: So che hai studiato con Opher Brayer, fautore di un metodo di insegnamento basato non solo sulla musica, ma anche sulla filosofia, sulla matematica, sulla psicologia. Puoi illustrarci brevemente questo metodo e rivelarci quali ne sono gli elementi positivi?

Y.H.: È difficile spiegarlo, ma ci proverò. Il signor Brayer ha sviluppato un metodo che mescola, nell’ambito della teoria didattica musicale di J.Schillinger, il matematico e compositore, usando i  numeri al posto delle note, al fine di visualizzare e sviluppare una strategia matematica per la creazione di strutture musicali nuove. In particolar modo attraverso manipolazioni e forme di combinazione differenti. Ciò è molto utile per gli improvvisatori, che generalmente tendono ad avere un approccio intuitivo al jazz, MA, l’intuizione ha dei limiti e i limiti vanno contro la libertà, che è l’obiettivo finale di qualsiasi musicista che improvvisi. Il signor Brayer crede anche che non sia sufficiente avere una tecnica ottima e saper suonare in stili differenti, ma che un vero artista debba sviluppare altri aspetti della propria personalità per poter comunicare la reale profondità umana e una voce personale (sto evitando la parola “stile” volutamente). Per questo il maestro deve adattarsi alle necessità degli allievi, trovare soluzioni che in qualche modo sblocchino lo studente dall’esprimere le proprie reali capacità.

Tutti noi abbiamo blocchi, problemi, paura, pigrizia, influenze, uno deve imparare a conoscerli, a identificarli, comprendere da dove vengono ed essere capace di dominarli, all’inizio lentamente e poi distruggere sistematicamente qualsiasi cosa disturbi la crescita e l’evoluzione della persona. Questa è la parte più psicologica dell’insegnamento, che per me la rende differente da qualsiasi altro metodo di insegnamento. Rivelare il potenziale reale dello studente e fornirgli strumenti di crescita come essere umano è più importante della musica.

P.P.: Nella tua esperienza di studio del pianoforte, cosa ha prevalso: la disciplina, il rigore o l’anarchia, l’ispirazione?

Y.H.: Non si può avere ispirazione senza disciplina. L’anarchia è troppo instabile per essere di una qualche utilità sul lungo termine, ma può essere divertente, a dosi molto piccole.

P.P.: Studi ancora?

Y.H.: Mi sento come un principiante ogni giorno quando mi sveglio. C’è così grande musica e musicisti fuori di qui. Così tanto da imparare e così tanto da fare. È senza fine.

P.P.: Perché hai scelto il jazz come linguaggio musicale privilegiato per esprimerti?

Y.H.: È per la libertà che ha e perché ti è richiesto  di trovare la tua voce soggettiva ed inventare il tuo mondo e il tuo personale linguaggio musicale. È davvero una composizione in tempo reale e non esiste in nessun altro stile musicale. O per lo meno non in maniera così complessa e ricca.

P.P.: Nei tuoi dischi uno degli elementi predominanti è quello della varietà, sia quando scegli di rielaborare brani preesistenti, sia nei pezzi da te composti (penso ai suoni e alla varietà ritmica di “Muse” ad esempio). La contaminazione ha un ruolo privilegiato nel tuo lavoro e questo mi fa pensare inevitabilmente a Bach, le cui composizioni, nonostante le ferree regole della polifonia e del contrappunto, sono state luogo di convergenza di elementi musicali multiformi. Varietà, contaminazione, innovazione: quanto ti senti vicino ai compositori del passato? Quali sono gli elementi della musica colta occidentale che hai fatto tuoi? E da dove provengono le influenze della tua musica?

Y.H.: Io mi sento molto vicino alla musica classica. Trovo molta ispirazione nello studio delle opere classiche e nell’analisi dei loro processi compositivi. Compositori classici come Bach, Shostakovic e Messiaen hanno influenzato il modo in cui penso alla musica. La tradizione ed il repertorio classici sono così immensi e soverchianti, che si può sempre trarre ispirazione da lì, specialmente se sei un improvvisatore/compositore.

P.P.: Tu hai elaborato una teoria sull’improvvisazione che hai denominato “Real Time Composition”. L’improvvisazione può essere teorizzata? Hai qualche suggerimento da dare a quanti si avvicinano a questo codice musicale?

Y.H.: L’improvvisazione è teorizzata, da anni vediamo più e più libri su come improvvisare. Chiunque può farlo. Il problema principale per molti musicisti è puramente psicologico, specialmente per quelli diplomati in studi classici. Chiunque può studiare e, con la pratica naturalmente, impadronirsi degli aspetti tecnici, scale, accordi, modi, strutture, etc. smettendo di giudicare noi stessi per ogni errore o cercando di essere sempre perfetti. Questo è il problema principale, controllare quella piccola voce nella vostra testa che continuamente vi dice “siete terribili”, “questo non suona bene”, “lascia stare e spreca il tempo su facebook”.

P.P.: Parlando di composizione, hai un metodo privilegiato? Nella creazione di un nuovo brano parti da un’idea melodica o piuttosto da una cellula ritmica? Quando inizi a comporre hai già in mente la struttura definitiva o segui l’istinto?

Y.H.: Ogni composizione è un mondo a sé e richiede un differente approccio. Mi piace scrivere lontano dal pianoforte, come nel caso di quasi tutto l’album “Muse” (compresi gli arrangiamenti per archi). Io possiedo soltanto una melodia di base o un’idea che sento nella mia testa e inizio a suonare su quella. Dopo un attimo, più e più idee e possibilità nascono e da lì è solo questione di scegliere una direzione in cui il brano dovrebbe andare e organizzarne la struttura. Per me questa è la cosa più difficile, concentrarmi su un’idea e affidarmi a quella, dal momento che percepisco così tante possibilità su cui poter lavorare.

P.P.: Quest’anno ho avuto il piacere di sentirti suonare dal vivo a Catania e ho notato un tuo approccio molto fisico al pianoforte, quasi una necessità di entrare fisicamente nello strumento, di diventarne tu stesso parte integrante. Quanto conta la fisicità nell’atto del suonare? Quanto l’elemento razionale e tecnico? Quanto l’elemento soggettivo e legato all’emotività?

Y.H.: Io posso solo dire che l’improvvisazione è uno sport di full contact. Come si può pensare che il corpo possa stare fermo mentre la profondità emozionale e tutto quanto si muove nella tua testa è così intenso? Qualcosa deve muoversi o veramente rischi di morire. Credo che molte persone amerebbero muoversi e cantare mentre suonano, ma hanno paura di sembrare folli o di essere giudicate da altri che considerano questa cosa negativamente. La ragione per cui ho scelto di essere essenzialmente un improvvisatore è perché è un’esperienza totale. L’intelletto, l’emozione ed il corpo tutto premono NEL MOMENTO, che amplifica l’intensità. Ciò può non essere razionale, ma può essere logico.

P.P.: Il tuo disco in piano solo, “Variations”, è un contenitore di idee musicali originali elaborate intorno a temi preesistenti. Tu trasformi un genere musicale di ascendenza classica, quello della variazione appunto, in un saggio di composizione che ha una notevole intensità espressiva. Inevitabilmente penso all’operazione compiuta da Glenn Gould sulle “Variazioni Goldbergh” di Bach: una interpretazione che è adesione totale alla musica di Bach e pertanto rielaborazione implicita, ma evidente.

Sembra che il piano solo abbia una sua specifica espressività, un suo codice comunicativo molto differente rispetto ad esempio alle tue composizioni in trio. Qual’è la tua opinione in merito? Che potenzialità possiede il pianoforte?

Y.H.: Io mi sento davvero in modo diverso quando sono al pianoforte da solo. Sono di fronte a me stesso e devo confrontarmi con cosa so e cosa non so. In piano solo non puoi nasconderti dietro a un batterista o a un contrabbassista, tu non puoi mentire. Io amo questa libertà ed i suoi rischi. Sono anche un grande fan dei lavori di Keith Jarrett in piano solo e ho immaginato se qualcuno avesse, ai giorni nostri, cercato e sfidato le sue capacità in concerti di improvvisazione totale. È buffo perché una volta andai ad uno dei suoi concerti da solista, a Parigi…e durante l’esecuzione si fermò perché c’era della gente che tossiva……e disse al pubblico: “lo dovete sapere, nessuno lo fa eccetto me!!”…in quel momento compresi che lui aveva ragione…ma non voglio che questo valga anche per il futuro.. quindi ho molto lavoro davanti a me!!

P.P.: Hai appena finito di incidere il tuo ultimo cd “Follow The White Rabbit”, con un nuovo trio composto da Chris Tordini e Tommy Crane. Qual è l’idea musicale del disco?

Sarà un suono completamente nuovo rispetto a “Muse” ad esempio?

Y.H.: L’idea musicale è basata soprattutto sulle mie composizioni, non c’è un concept, tipo un tributo ai Metallica o a qualcosa. Noi abbiamo cercato di registrare questo disco nello stesso modo in cui suoniamo dal vivo.  Credo possibile che questa registrazione rappresenti nella maniera più onesta cosa faccio in un trio. Tutti i brani sono stati composti in poche settimane all’inizio di quest’anno, quando ero in una fase molto particolare e sensibile. La maggior parte di questi è venuta fuori in maniera naturale e ha suonato subito bene. Io sento che veramente questo è il mio album in trio più personale e spero che voi sarete d’accordo con me.

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2 COMMENTI

  1. Che dire?
    Sono rimasto un po' deluso! Volevo conoscere questa teoria matematica 🙂
    Bell'articolo, ancora complimenti…

    • Grazie dei complimenti Giulio.
      Con questa intervista spero di aver suscitato curiosità in tutti quelli che non conoscono Yaron Herman e che molti vadano a cercare e ad ascoltare la sua musica, che è straordinaria! 🙂

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