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Intervista a Vincenzo Danise

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Vincenzo Danise PianistaVincenzo Danise è un giovane pianista napoletano di talento che sì è fatto notare sia come sideman in varie formazioni, sia come compositore. Oltre all’abilità tecnica straordinaria, che si esprime in una stupenda limpidezza del fraseggio, in una precisione del tocco, in una irruente e diretta espressività, la sua maturità artistica è evidente ascoltando le sue composizioni. I suoi brani sono densi di idee, di una creatività vulcanica, di un uso sapiente delle conoscenze musicali, del senso di una ricerca costante alimentata da una sana curiosità.

Nelle note di copertina del recente disco di Danise, Enrico Rava ha scritto: “…un disco d’esordio che afferma prepotentemente: VINCENZO DANISE C’È!!!!!”.

Ho sentito Vincenzo Danise suonare in occasione di uno dei concerti di InJam, il Master Internazionale di tecniche improvvisative che Siena Jazz organizza ogni anno e sono rimasta molto colpita dalla sua abilità come pianista, ma forse ancora di più dalla sua carica innovativa in ambito compositivo.

Poi io Vincenzo ci siamo incontrati una sera, davanti a una birra, e mi ha raccontato un po’ di sé. Ci siamo salutati con la promessa da parte sua di approfondire il discorso ed ecco qua quello che mi ha raccontato.

Le foto di Vincenzo Danise sono di Davide Susa.

Paola Parri: Ciao Vincenzo e benvenuto su Pianosolo. Come sai questo è un blog dedicato agli amanti del pianoforte, quindi ci vuoi raccontare perché hai scelto proprio questo strumento per esprimerti? Cosa rappresenta per te? Se non sbaglio tu eri un chitarrista originariamente!

Vincenzo Danise: Ciao Paola, innanzitutto complimenti per il blog, è veramente importante avere una piattaforma dedicata al pianoforte , ma specialmente alla musica, in realtà non ho scelto di suonare il pianoforte, sono stato scelto da lui. Nel senso che in casa la musica è sempre stata presente con mio padre chitarrista e mio fratello batterista. Si è vero, ho studiato chitarra per 2 anni, e anche la batteria come autodidatta, ma un colpo di fulmine, come quando ti accorgi che quella è la donna della tua vita, mi sono innamorato del pianoforte.

P.P.: Tu hai seguito un percorso di studi classici al Conservatorio di Napoli. Ma come e quando hai iniziato?

Vincenzo danise suona il pianoV.D.: Ho iniziato a solo 15 anni a studiare in Conservatorio, sono entrato come allievo grazie al Maestro Roberto De Simone, il quale apprezzò sin da subito la mia passione verso il mondo della musica, in particolare la classica napoletana; si perché in realtà all’età di 13 anni lavoravo come cameriere in un Circolo privato, il Circolo Posilipo, e alternavo il lavoro con la musica, e proprio lì, che il Maestro De Simone ascoltò come suonavo e mi affidò alla grande concertista Miriam Longo ( figlia della sorella di Alessandro Longo) dalla quale ho potuto imparare tanto.

P.P.: Parliamo dello studio del pianoforte. Ci interessa conoscere la tua esperienza. Quante ore dedichi allo studio ogni giorno? Hai un metodo? Ci sono esercizi di tecnica che esegui quotidianamente?

V.D.: Beh, non ho mai studiato tanto nella mia vita, non credo nelle 10 ore al giorno di pura tecnica pianistica, non è produttivo studiare tanto e male, ovviamente ho dedicato gran parte delle mie giornate alla musica in generale, lo faccio ancora. Il metodo c’è l’ho però…”studiare lentamente” , con metronomo, ma soprattutto, le crome le faccio diventare minime, le minime diventano brevi, e così via. La tecnica quotidiana è relativa al brano che affronto in quel periodo. Il consiglio che posso dare è quello di fare tanto sport, e di purificare quotidianamente la mente, lo spirito e il cuore. Tre elementi importanti per fare musica.

P.P.: Tu ora sei un jazzista, hai studiato con artisti di levatura internazionale, quindi hai a che fare quotidianamente con l’improvvisazione. Questo vuol dire che generalmente non hai di fronte uno spartito da leggere, studiare e interpretare, piuttosto un tema e delle sigle relative agli accordi che costituiscono l’ossatura armonica del pezzo. Cosa passa dei tuoi studi classici nel processo di improvvisazione? Come definiresti il processo improvvisativo: un codice linguistico, un work in progress, un modus vivendi alternativo della musica, o che altro?

V.D.: In realtà sono un “musicista” o meglio ancora un ricercatore… non mi piace essere classificato solo jazzista, oggi giorno fare il jazzista in Italia è difficile se non impossibile, per fare il jazzista devi essere ricco di famiglia, forse è sempre stato così in Italia, non conosco un jazzista famoso che di famiglia era povero. Fare musica è un lusso. Quindi mi piace fare musica bella, senza etichettarla. Si è vero che quando suoni Jazz o gli standard jazz non devi leggere come se fosse musica classica, ma la difficoltà dell’improvvisazione è proprio quella di interpretare e raccontare una storia, ogni improvvisazione dovrebbe essere un modo per raccontare la vita di un uomo, piuttosto un momento del tuo vissuto quotidiano. Non mi piace usare mille scale, o 300 patterns già esistenti, ma tengo più al racconto, alla ricerca, al colore, al ritmo. L’improvvisazione per me è un modo per raccontare, ecco : un “racconto”.

P.P.: La libertà assoluta in musica esiste?

V.D.: La libertà in musica esiste solo se esiste una società libera. Se ti senti libero nel mondo in cui vivi allora la musica può sembrarti assolutamente libera. Ora faccio una domanda a te : secondo te L’Italia è un paese dove la musica può essere assolutamente libera??? 🙂

P.P.: Come affronti lo studio di un pezzo?

V.D.: Cerco di entrare nella psicologia del compositore e sentire quali emozioni voleva esprimere, e poi ogni brano per me è fondamentale suonarlo con strumenti diversi, con pianoforte, la batteria e il basso, come se mi dovessi incarnare nei vari musicisti per capire le loro impressioni su un determinato brano.

P.P.: La crescita artistica è legata generalmente non solo alla pratica dello strumento, alle collaborazioni con altri musicisti, ma anche all’ascolto. Quali sono i tuoi artisti di riferimento, quelli che ti hanno insegnato qualcosa e quelli che rappresentano per te una fonte di ispirazione costante?

V.D.: Sì è vero. L’esperienza non ha prezzo. Ho incominciato a suonare in molti Festival di rilievo molto giovane con musicisti più grande di me anagraficamente e non solo, anche artisticamente. Ascolto la musica solo quando ne ho voglia, e spesso ascolto musica diversa dal jazz, anche se ultimamente sto ascoltando gli E.s.t. che sono riusciti ad unire il Rock,il Pop e il Jazz in un unico linguaggio, poi adoro i Radiohead, e non per retorica, Napoli è musica, in qualsiasi posto in cui ti trovi ascolti musica, anche quando senti parlare i napoletani, da dove pensi che “In a Sentimental Mood” gli americani hanno copiato??? …dalla famosa canzone napoletana ” O’ Munaster e Santa Chiara” . Il jazz è nato a Napoli! 😉

P.P.: Parliamo di “Immaginando un Trio”, il tuo disco d’esordio. Perché “Immaginando”? Com’è nata l’idea di questo disco?

V.D.: Sì l’immaginazione per me è fondamentale mi rende felice, credo comunque che tutti adorano immaginare, e poi anche per una questione pratica. In realtà è sempre stato difficile mettere insieme un trio, quindi ho dovuto suonare tutti e tre gli strumenti nella fase di pre-produzione, immaginandomi e incarnandomi nei vari strumenti. Tutto basato sull’istinto, cercando di fare bella musica, no di mettere l’accordo più bello del mondo, ma solo cercando di raccontare una storia per ogni brano.

P.P.: Ci sembra un disco sostanzialmente jazz, ma ricco di contaminazioni, con una forte personalità “mediterranea”, insomma un suono nuovo, personalissimo. Tu sei di Napoli, quanto ha contato la tua origine napoletana nella creazione di questo suono? Cos’è Napoli per te?

V.D.: Non credo che sia sostanzialmente Jazz, come dicevo prima non mi piace etichettare, il fatto che è ricco di contaminazioni già non possiamo definirlo un disco Jazz, ma contaminato. Come giustamente hai detto ci sono molti colori mediterranei, soprattutto nelle scelte armoniche che richiamano spesso la sesta napoletana, come in Fuoco dal Mediterraneo. In questo disco c’è Napoli sicuramente, in particolare i vicoli di Napoli, il mio quartiere, dove vive il popolo, dove vivono coloro che faticano per sopravvivere, mentre chi dovrebbe fare qualcosa per la nostra città o il nostro paese è alle prese con il conto in banca che si gonfia giorno dopo giorno, piuttosto si inventano leggi per distruggere la cultura e eliminare la classe operaia. Ecco per me Napoli è un improvvisazione.

IN UN ATTIMO by Vincenzo Danise


P.P.: I brani di “Immaginando un Trio” denotano una tua autentica predisposizione alla composizione. Cosa significa per te comporre? Qual’è il procedimento con cui arrivi a comporre un pezzo? Da dove parti?

V.D.: Comporre per me significa raccontare, parto dal vissuto, dalla sofferenza o viceversa da qualcosa di bello che mi è successo. Compongo senza decidere cosa, tutto parte da un nota, piuttosto dalla batteria o dal basso. Non saprei dirti. Per esempio, ultimamente ho composto un brano, ispirato da questi emigranti eroi, che cercano di scappare dalla loro crudele realtà arrivando qui in Italia pensando di trovare “l’America”. trovandosi in un paese che non ha imparato ancora ad essere realmente multietnico “.

P.P.: Suonare in piano solo e suonare in gruppo sono due modi diversi di vivere la musica. Potresti illustrarci nella tua esperienza quali sono le differenze, sia a livello tecnico che psicologico?

V.D.: Non sono avvezzo a suonare da solo, mi fa sentire “solo”. Ma sicuramente sono due modi completamente differenti. Il piano – solo devi avere le idee belle chiare, una buona tecnica, e soprattutto idee chiare sul repertorio; “tranne se fai anche un pò di Cabaret”, se oltre a fare il Jazzista fai anche ridere a chi di jazz non capisce, solo per compromesso, allora l’Italia è tua, anche in piano/solo! … Invece se vuoi fare le canzoncine facendoti gonfiare i capelli ricci, dicendo di non aver mai studiato musica o il pianoforte , allora è semplice, ma se vuoi fare sul serio il piano – solo è qualcosa che va approfondito con molta densità e conoscenza. Mentre suonare con altri musicisti è quello che prediligo, ovviamente non troppi, tre il numero perfetto, massimo 5, è un modo di condividere il viaggio musicale, ma anche in questo caso bisogna avere le idee chiare su quello che si vuole raccontare. Credo che il livello tecnico in piano-solo spesso deve essere più alto, suonare in solo è molto difficile, devi avere una preparazione completa e una ricca conoscenza del repertorio pianistico, tutto.

P.P.: Nella tua musica è presente una forte componente emotiva, che si percepisce a vari livelli. Ascoltandoti mi viene in mente il titolo di un tuo brano: “Fuoco dal mediterraneo”, che mi pare possa sintetizzare un po’ quanto di tuo passa nella musica. Quanto conta l’elemento umano, soggettivo in musica?

V.D.: Mi complimento per le tue domande, brava Paola, di solito coloro che anche di professione fanno i giornalisti sono sempre molto banali, e soprattutto sono incompetenti, te invece mi sembri preparata in merito. Si!

l’elemento umano per me è fondamentale nella vita, questo è un mondo che continuamente mi stupisce, costantemente, e sono sempre in continua ricerca di emozioni, di vibrazioni, e l’essere umano ultimamente è completamente privo di buon senso, ovviamente nella mia vita ho conosciuto persone fondamentali , ma soprattutto speciali e ricche di buon senso, che hanno fatto in modo di farmi comporre quello che tu senti in Fuoco dal Mediterraneo e quello che comprende Immaginando un Trio.

P.P.: Art Blakey una volta ha affermato: “La musica lava via la polvere dalla vita quotidiana”. Che ne pensi?

V.D.: Concordo pienamente anzi aggiungo che la musica nasce dal cuore degli ARTISTI per arrivare dritta in quello degli ascoltatori. Tutto qui. Le parole non servono né bastano per descrivere questa magia.

P.P.: Tu sei anche un insegnante. Hai un consiglio generale da poter dare a quanti si avvicinano allo studio del pianoforte?

V.D.: Il consiglio è quello di amare il pianoforte , e toccarlo come se stessi toccando la parte del corpo che più ti piace del tuo uomo o la tua donna, sentire l’anima del legno. Poi la tecnica la possiamo imparare in qualsiasi momento, l’importante è il suono che senti dentro.

P.P.: Progetti futuri?

V.D.: Non ho progetti, vivo per vivermi il presente, intanto sto componendo tanto, forse un nuovo disco.

Molti dei suoi pezzi li potete ascoltare qua:

http://soundcloud.com/vincenzo-danise

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4 COMMENTI

  1. cara paoletta sei brava scivi bene ed hai un bel blog..la mia era solo una precisazione dovuta al fatto che spesso ho letto i giro che in a sentimental mood e' copiata da munasterio 'e santa chiara mentre in effetti e' il contrario,,,se non vogliamo dire copiata diciamo che una canzone ha ispirato l'altra…tutto qui…solo una precisazione

  2. vincenzo danise dice che in a sentimental mood e' copiata da munasterio e santa chiara….peccato che sia stata scritta da ellington nel 1935 e munasterio e santa chiara nasce nel 1945…informarsi meglio la prossima volta

    • Credo che quella di Vincenzo sia una chiara provocazione Roberto, una battuta simpatica in un contesto ampio. Il discorso era sulla musicalità del popolo napoletano in generale. Non dimentichiamo che Napoli è stata ed è una città crocevia di culture differenti e che la musicalità di un popolo spesso assorbe e rielabora influenze, se ne appropria e ci rende qualcosa di originale in termini di creatività.

  3. ciao non ho letto tutto volevo dire che miriam longo anche mia maestra nonchè amica e modello di anzianeità a cui aspirare è la figlia di alessandro longo e non figlia della sorella,ma poi chi se ne importa ,il fatto importante è che lei è una grande.e già è la mia persona preferita.

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