Home Articoli Intervista a Stefania Tallini

Intervista a Stefania Tallini

4
GD Star Rating
loading...
CONDIVIDI
Intervista a Stefania Tallini, 5.0 out of 5 based on 287 ratings

Pianista, compositrice, arrangiatrice, artista eclettica che ha saputo costruire un suo personale linguaggio musicale attraverso la commistione di stili e generi diversi, Stefania Tallini si racconta in questa lunga intervista  a Pianosolo con passione e sincerità. Quello che ci piace di Stefania Tallini, oltre alla sua musica naturalmente, è infatti la sua sensibilità acuta e intelligente, la sua umanità ed umiltà, tutti elementi che convergono nel suo fare musica, un universo sentimentale ed emozionale sincero che parte direttamente dal cuore.

Ringraziamo Stefania Tallini per la disponibilità e vi invitiamo a visitare il suo sito ufficiale http://www.stefaniatallini.com/

Paola Parri: Il pianoforte: varietà timbrica, dinamica poliedrica, espressività insita nella meccanica dello strumento ma plasmata di volta in volta dalla sensibilità dell’artista. Cosa rappresenta il pianoforte per Stefania Tallini? Uno strumento di lavoro, un elemento familiare, un prolungamento dell’anima?

Stefania Tallini: Uno strumento di lavoro, no… il lavoro è un’altra cosa. Direi più uno strumento di ricerca, uno strumento di espressione mia totale. Un elemento familiare, fin da quando ero piccolissima… il mio nascondiglio, la mia capanna, il mio gioco principale. E poi sì, la mia anima profonda, ciò che è sono io, fino in fondo e senza difese.

P.P.: Tu hai compiuto studi classici, eppure la tua musica è densa di riferimenti culturali appartenenti ad ambiti musicali differenti: dalla classica al jazz alla musica brasiliana a quella cubana, passando per le colonne sonore dei film. In che modo lo studio della musica classica ha influenzato il tuo modo di sentire e creare musica?

S.T.: Ha influito sicuramente sul tocco e – per quanto riguarda le mie composizioni – sull’attenzione al senso della forma. Credo che questa sia una cosa fondamentale nel comporre, ma anche nell’arrangiare un brano.

P.P.: Puoi raccontarci il tuo percorso musicale? Quali sono state le difficoltà maggiori, se ne hai incontrate, quali i punti di forza della tua carriera artistica?

S.T.: Ho iniziato a 4 anni e mezzo, suonando a orecchio tutto ciò che sentivo e allo stesso tempo, inventando brani: non so bene che tipo di brani, non posso ricordarlo. Ma mi è chiarissima la sensazione di allora di fare questo.  Poi ho seguito gli studi accademici fino al diploma di pianoforte (nel 1990) al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Nel frattempo ho sempre continuato ad improvvisare per mio conto, in un linguaggio che non aveva a che fare con nulla in particolare, ma che sentivo essere mio.

Nell’adolescenza ho avuto un primo forte amore per la musica brasiliana e verso i 17 anni – ascoltando un disco di Chet Baker – la folgorazione per il jazz. Così ho iniziato a studiare jazz (facendo i vari corsi di Siena Jazz etc.) per un po’ di anni e successivamente mi sono diplomata anche in arrangiamento per Big Band al conservatorio Refice di Frosinone, con Gerardo Jacoucci (nel 2001).

Ma la cosa forte che a un certo punto è accaduta è che se fino ad allora componevo musica meno definita, mai determinata in una forma o in un linguaggio specifico, a poco a poco essa ha cominciato a concretizzarsi in una forma sua, che non era certamente jazzistica (come linguaggio, come ritmica, come pronuncia) ma che in qualche modo si era nutrita di quel jazz che amavo. Nel 2002 ho inciso il mio primo disco, che comprendeva composizioni scritte e arrangiate da me. Chiaramente un “primo disco”: ingenuo, inesperto, ma la cui certezza stava sicuramente nel fatto di proporre musica mia.  E da lì una serie di altri dischi (6 fino ad oggi) sempre basati su brani scritti e arrangiati da me per gli organici che di volta in volta sceglievo, con musicisti di grande livello (Girotto, Gravish, Mirabassi, Renzi, Angelucci) che hanno sempre creduto con forza nella mia musica.

Una musica che gli esperti amano definire “musica di confine” o “crossover”, ma ti giuro che mi fa molto ridere tutto questo, non ha davvero senso!

Anche lì: quale sarebbe questo confine? E fin dove arriva? E da dove partirebbe?

Insomma, mi sembra tutto molto vuoto alla fine. Il punto è: mi piace? Non mi piace?

È bello? Non lo è? Ognuno è libero di scegliere la musica che vuole. Io non voglio piacere a tutti, non mi interessa, chi ama la mia musica mi segua, chi non la ama cerchi altro. Non è quello il mio obiettivo. Ciò che cerco è semplicemente esprimere quello che sento e che nella mia vita è sempre diventato musica. Anzi, mi sento profondamente fortunata per questo e non voglio mai dimenticare il privilegio che ho nel poter esprimere ciò che sono attraverso di essa.

La mia produzione discografica è stata sempre accolta con grande stima dalla critica, dal pubblico del jazz e dei miei colleghi e questo mi ha aiutata negli anni a scrollarmi di dosso la paura che le mie composizioni non fossero “sufficientemente” jazz. A volte sentivo questo come un problema perché so bene di non suonare una musica che possa rientrare nel jazz più canonico. Ma nel tempo invece è diventato un punto di forza, una mia caratteristica. Non mi è mai interessato appartenere a “qualcosa”, ma vengo dal jazz e se da sempre sono inserita in un contesto jazzistico, non è solo per questo, ma anche perché oggi – e in realtà da molti anni – il jazz è talmente aperto alle contaminazioni che anche una proposta musicale come la mia, rientra in ciò che oggi è il jazz. Tra l’altro mi capita di suonare anche in contesti di musica classica, eppure non sono certo una musicista classica. Però vengo anche da lì. Insomma, il background che ogni musicista si porta dietro è chiaro che va a finire nella sua storia musicale. E il bello accade quando ci sono contesti che hanno la libertà e l’apertura per accogliere tutto questo.

Così come ce ne sono altri – che rispetto e capisco – che non sono interessati perché seguono una loro linea molto legata al jazz propriamente detto o alla musica classica più tradizionale. Ma per fortuna il mondo è grande e vario e c’è posto per tutti.

P.P.: Molti si cimentano nello studio del pianoforte, a volte con velleità professionali, altre animati da pura passione. Due finalità profondamente diverse. Ritieni che finalità diverse presuppongano un differente atteggiamento rispetto allo studio?

S.T.: Direi di sì, nel senso dell’impegno verso lo studio, perché un obiettivo professionale richiede certamente una dedizione totale, che nell’altro caso può non essere necessario. Ma penso invece che l’atteggiamento possa essere lo stesso, nel senso della passione. A volta la passione può avere la stessa forza nei due casi, ma semplicemente è la vita che ha portato l’uno o l’altro a fare scelte diverse (a volte anche forzate e dolorose che hanno impedito la realizzazione della musica come scelta professionale).

La passione per ciò che si fa è importante a qualsiasi livello. È la vita.

P.P.: Puoi dirci quali sono stati i tuoi maestri, reali o ideali, e qual è il consiglio più utile che ti è stato dato e che daresti a chi intraprende gli studi musicali?

S.T.: I miei maestri sono stati, sono e saranno sempre quegli artisti che non hanno mai perso la loro umanità e umiltà. La musica, l’arte in generale, si nutre di questo e il consiglio che darei è di cercare sempre una dimensione profonda, intima, vera in sé stessi e di cercarla nei propri “maestri”… una dimensione che penso vada anche al di là della musica e che a volte insegna molto di più.

P.P.: Ascoltando il tuo ultimo lavoro in studio, “The Illusionist”, sono due gli elementi che maggiormente mi hanno colpito. Da una parte l’originalità e la raffinatezza delle tue composizioni, dall’altra la loro capacità di veicolare un’emozione che si percepisce autentica, sia nei brani maggiormente ritmici, sia in quelli più lirici. Componi al pianoforte? Hai un metodo con cui affronti la composizione o è un processo che di volta in volta si modella sul singolo brano?

S.T.: No, non ho un metodo… tutto nasce al pianoforte, in momenti particolari in cui improvviso senza meta, un po’ come quando da piccola giocavo  così, con i suoni. Semplicemente sento che poi qualcosa prende forma e sento che può diventare un brano. A volte accade, altre no. Aspetto che arrivi quel momento, ma non lo cerco. Il più delle volte mi coglie di sorpresa e sempre sulla scia di un momento emotivamente particolare per me.

P.P.: Quanto influisce il tuo stato emotivo sul momento creativo? C’è un istante magico in cui “ti viene un’idea”, o almeno credo. Ecco, quell’idea da dove viene? Credi che la sensibilità femminile sia qualcosa di differente musicalmente parlando da quella maschile o esiste una condizione di uguaglianza che solo la musica riesce a stabilire? Qual è il messaggio che cerchi si trasmettere a chi ti ascolta?

S.T.: Appunto, dicevo lo stato emotivo influisce totalmente, è la corrente che dà energia alla mia musica. E poi, quando accade, sì, arriva l’idea, l’ispirazione… io credo nell’ispirazione come qualcosa che non so da dove viene e perché, ma che di certo è un vissuto totalmente irrazionale e che può essere solo tale. Non c’è mistero, non c’è divino, non viene dall’alto, viene da noi, da ciò che siamo e sentiamo, viene dalla vita, dai rapporti. Poi c’è chi trasforma questo in musica, chi in immagini, chi in parole… ma non credo ci siano differenze nell’atto creativo, è come quando si nasce: siamo tutti uguali.

Io non ho come obiettivo quello di trasmettere qualcosa, ma ho solo l’esigenza forte di esprimermi attraverso la musica. Poi se questo arriva in un modo o nell’altro nell’orecchio e nel cuore di ascolta per me è importante. Ma prima di tutto è una mia storia, un mio percorso interno che poi ho voglia di condividere con chi vorrà farlo.

P.P.: Come ricordavo prima, la tua musica ha frequenti ed evidenti rimandi alla musica brasiliana, sia a livello ritmico che di sonorità. Il tuo precedente lavoro si intitola “Maresìa”, una parola brasiliana, che solo a pronunciarla “canta”. Vuoi spiegarci il suo significato e cosa rappresenta nel tuo universo simbolico?

S.T.: La Maresìa in Brasile è un momento particolare della giornata in cui all’improvviso e più forte del solito arriva l’odore del mare… e a volte si può anche “vedere”: una specie di nebbiolina, di brina che ti avvolge e ti mette in uno stato d’animo tenerissimo. Quindi non è solo “un odore”, è qualcosa che risveglia un sentire particolare. Per me rappresenta un po’ quel momento in cui la musica “arriva” e ti sorprende, quello stato d’animo particolare in cui senti che “sei tu”.

P.P.: Come riesci a far dialogare gli elementi della tua formazione classica col jazz? Diciamo, semplificando al massimo, che la prima vive di ortodossia, il secondo rappresenta un concetto di libertà espressiva totalmente differente. Cos’è il jazz Stefania? Un modo di fare musica o un modo di intendere la musica?

S.T.: All’inizio c’era una dura lotta fra essi, ma ormai i due elementi dialogano senza problemi, anzi, l’uno nutrendo l’altro senza interruzione. Non sento più gerarchie tra le due musiche. La musica è tutta: il jazz, la classica, la brasiliana. Il jazz è una musica meravigliosa che permette di essere se stessi perché è la musica più aperta alle contaminazioni. Quindi sì, è un modo di fare musica, ma è anche un atteggiamento: la libertà espressiva, la curiosità per la diversità, l’apertura alle possibilità senza per questo perdere mai la propria identità. Negare questo significherebbe negare la storia del jazz.

P.P.: So di un tuo bellissimo progetto insieme alla “cantattrice” Anna Maria Castelli, un progetto sulle poesie di Pablo Neruda e Federico Garcia Lorca. I versi di questi poeti, attraverso le tue composizioni e la voce di Anna Maria sono diventati musica, un’impresa ardua, visto che la poesia ha una sua metrica e difficilmente riesce a rendersi duttile, a piegarsi a regole differenti. È un po’ il vecchio diverbio che ha poi segnato la nascita del melodramma in Italia: è più importante la musica o la poesia? Com’è andata con questo progetto?

S.T.: In generale non amo le gerarchie e penso che la musica e la poesia siano importanti allo stesso modo. Ciò che conta è il contenuto artistico e l’emozione che le muove.

Questo è stato il filo che ho seguito nel musicare quei testi: cercare un contenuto che mi emozionasse per la bellezza e la profondità, cercare qualcosa che mi risuonasse dentro per poterlo poi trasformare in suoni. E per far questo mi sono messa al servizio del testo, come se fosse un’altra linea melodica e ritmica con cui dialogare e immaginando tutto questo con il suono della voce di Anna Maria Castelli, grande interprete di questo progetto.

P.P.: Oltre questo momento, cosa vedi? Hai sogni nel cassetto e progetti già in cantiere?

S.T.: Mi piace vivere giorno per giorno, momento per momento, quindi vedo solo ciò che vivo. Poi i sogni nel cassetto sì, ci sono sempre, ma aspetto di sentire che diventino talmente forti da volerli realizzare, così come ho sempre fatto finora.

Pianosolo consiglia

4 COMMENTI

    • Credo che la tua affermazione debba essere preceduta da un "secondo il mio gusto…".
      Resto sempre spiazzata dalla lapidarietà di certi giudizi, come fossero assoluti, e invece la bellezza è qualcosa di estremamente soggettivo per fortuna! Sennò sai che noia!

LASCIA UN COMMENTO