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Intervista a Raphael Gualazzi

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Pianista, cantante, compositore, Raphael Gualazzi ha trionfato al Festival di Sanremo con il brano “Follia d’amore”, portandosi a casa non solo un primo posto nella categoria “giovani”, ma anche il premio della critica “Mia Martini”. La sua musica fonde stride piano e genere melodico italiano, riferimenti classici e blues, in una commistione frutto di studio e passione che apre molto materiale musicale storico ad una rielaborazione sotto il segno della modernità. In tour con il suo ultimo lavoro discografico “Reality and Fantasy”, Raphael Gualazzi ci ha raccontato la sua esperienza e le sue idee sul fare musica in questa intervista.

Paola Parri: Ciao Raphael e benvenuto su Pianosolo. Come potrai intuire il nostro sito è dedicato al pianoforte e allora partiamo proprio da qui. Perché proprio il pianoforte tra tanti strumenti? Quando ti sei avvicinato al piano?

Raphael Gualazzi: Il pianoforte è lo strumento dall’approccio più immediato quando sei bambino: basta appoggiare le dita sulla tastiera e si produce un suono. Poi in realtà, con gli anni, si scopre che è uno strumento ben più articolato e che ha un’orchestra dentro di sé e quindi diciamo che è lo strumento più indiretto che esista nel rapporto musicista-strumento, perché magari mentre gli strumenti a fiato o gli strumenti a corda piuttosto che gli strumenti a  percussione prevedono un rapporto diretto, il pianoforte è costituito da tasti che vanno poi ad attivare delle leve e un meccanismo che poi percuote una corda e insomma non è proprio … Cercare una dinamica all’interno di questo strumento richiede impegno. Sicuramente anche gli altri strumenti, ma questo è lo strumento apparentemente di più facile approccio che poi in realtà prevede molto studio.

P.P.: È più difficile da far cantare?

R.G.: Esatto.

P.P.: Tu hai iniziato il tuo percorso di formazione musicale in maniera classica, con studi classici,  e successivamente sei passato al jazz, hai dirottato il tuo interesse su un linguaggio musicale completamente diverso. Come mai hai scelto proprio il jazz come mezzo di espressione?

R.G.: Io ritengo che il jazz, soprattutto nelle sue forme originarie rappresenti l’assimilazione della cultura europea dentro quello che era il costume e la situazione ritmico-musicale afroamericana. Io sono stato in America e ho visto che ogni luogo, anche quello più umile, ha un pianoforte. Questo rappresenta, se vogliamo, un simbolo culturale, che una tradizione come quella americana, che prima forse non aveva delle radici così profonde come quella europea acquisiva tramite questo simbolo che era il pianoforte. Il ragtime è proprio la trasposizione di questi retaggi europei e personalmente mi sono avvicinato a questo tipo di composizione verso i vent’anni, quando ho cominciato a scrivere brani cantati e suonati e mi rifacevo sostanzialmente al blues quello delle origini, soprattutto Robert Johnson e ho tentato di mettere insieme quello che avevo imparato tecnicamente in Conservatorio e il lirismo del blues delle origini. Poi ho scoperto subito dopo che quello che facevo, senza nessuna pretesa filologica, era simile per alcuni aspetti a una corrente pianistica che si sviluppa in America tra la fine degli anni ’10 e gli anni ’40 inoltrati e che si chiama stride piano. Lo stride piano è un’evoluzione del ragtime che ha come capiscuola Fats Waller, James P.Johnson, Art Tatum, Mary Lou Williams, Willie The Lion Smith e tanti altri. È stato anche un po’ il punto di partenza di swingers come Count Basie e Duke Ellington che erano stride piano players, ma ha condizionato anche il linguaggio musicale di grandi pianisti come Oscar Peterson ad esempio.

P.P.: Nel 2005 hai pubblicato il tuo primo album: “Love outside the windows”, con ben 11 brani di tua composizione. Come affronti il processo compositivo? Come nasce l’idea di un brano? Come si sviluppa? Sia a livello musicale che per la parte che riguarda la musica… nascono prima le parole o la musica o insieme?

R.G.: Diciamo che per quanto riguarda alcuni brani mi è successo di stare sveglio anche due giorni, tre giorni senza andare a dormire perché spesso gli stimoli nascevano insieme, si condizionavano e quindi ho scritto un brano del primo album, per dire, che si chiamava “A devil crying” e ho scritto parole, musica, arrangiamento tutto insieme. Poi ci sono altri brani dove può nascere un’idea. Spesso succede durante i soundcheck. Il soundcheck è il momento dove il musicista viene a contatto con una nuova realtà, di volta in volta con dei nuovi sapori, nuovi colori, nuovi odori, insomma differenti groove, sensazioni ritmiche. Ogni tanto suoni in maniera diversa, quindi sostanzialmente questo suono e questa immagine in senso generale può far scaturire delle parole come un arrangiamento o una melodia che poi si provano e nel giro di poco tempo, o forse anche di tanto tempo (che poi certe cose vengono messe nel cassetto) si capisce la chiave di lettura di questi momenti compositivi anche due anni dopo, se si può capire. Comunque dipende un po’, non c’è una regola generale in realtà. Sicuramente il soundcheck è uno dei momenti più proficui da questo punto di vista.

P.P.: Certo, ma quando sei sul palco c’è qualcosa di improvvisato, nonostante io credo ci sia una scrittura del brano? Scatta poi la molla dell’improvvisazione? Qualcosa che va oltre quello che ti eri prefissato inizialmente? Succede?

R.G.: Sì. Succede all’interno dei brani e deve succedere perché credo faccia parte della linfa vitale della musica il fatto di ricercare o abbandonarsi all’improvvisazione. Alcune volte possono nascere delle idee proprio dalle stesse improvvisazioni, dagli stessi brani e dalla loro interpretazione. Una volta mi ricordo, ad esempio, che su un brano che si chiama “Georgia On My Mind”, di solito il turn around finiva in una determinata maniera, insomma molto lineare, lì ho tenuto una nota con la voce ho fatto uno stop, ho tenuto questa nota molto più lunga e più alta di due ottave e questa cosa qua è diventata poi una cosa che poi ho fatto anche altre volte, perché era bello e ci divertivamo e mi piaceva e ci piaceva. Queste cose qua succedono spesso e proprio questo fa parte della ricerca e del mettere in discussione quello che stai facendo.

P.P.: Il brano che hai portato a Sanremo, “Follia d’amore”, rappresenta un po’ una fusione tra genere melodico italiano e stride piano. Dove hai acquisito questo concetto di trasversalità dei generi musicali. Viene dal jazz o è una tua scelta personale, un’esigenza personale a cui rispondi in qualche modo?

R.G.: Io molto umilmente credo che la collaborazione in senso artistico, ma soprattutto fra vari linguaggi e soprattutto la fusione di generi musicali possa dare degli stimoli per attendere a esiti qualitativi e soprattutto nel confronto di vari generi. Credo che il jazz, che nasce da contesti tuttaltro che intellettuali, sia la matrice di tutta la musica moderna e il blues ne sia l’anima, quindi tutti i generi che hanno acquisito poi dopo nel tempo, che appartengono alla musica moderna e che, anche se è brutto usare questo termine, hanno raggiunto una commercializzazione maggiore, comunque sono dei generi che sono nati e si sono diramati dalla matrice fondamentale che è appunto il jazz e hanno acquisito una loro bellezza, una loro grandezza, ma è bello ricondurli alla loro radice originaria. In questo senso ci sono degli stimoli molto grandi, sia per il jazz che si alimenta appunto con i nuovi colori della sua espressione sia per questi stessi generi musicali che attingono da quella che è la loro più importante matrice.

P.P.: In ogni brano ci sono varie componenti. Una è il senso ritmico, il timing, un’altra è l’aspetto propriamente melodico. Queste due componenti della musica, delle song, hanno lo stesso grado di importanza nel tuo processo compositivo? O, utilizzando come cifra stilistica lo stride, il timing è più importante della melodia? O stanno sullo stesso piano?

R.G.: Io credo che ci siano diverse tipologie di brani. Ci sono dei brani in cui magari ci si focalizza di più, diventa più importante l’arrangiamento, quindi anche tutto l’aspetto del groove, l’aspetto ritmico, e altri in cui invece è la melodia protagonista. Non so, faccio un esempio, uno dei dischi jazz più conosciuti, più venduti della storia è “Chameleon” di Herbie Hancock che anche se ha diversi input melodici è basato sostanzialmente su un groove molto essenziale. Credo che le due cose interagiscano tra di loro e sia sempre la forza di questa interazione che eventualmente può dare energia al brano.

P.P.: Tu hai trascorso un periodo in America, hai fatto un’esperienza negli Stati Uniti, quindi hai avuto modo di  mettere a confronto due mondi musicali diversi, quello americano e quello italiano. Cosa pensi della situazione della musica in Italia? Ci sono elementi di criticità per un artista che vuole emergere? Ci sono modi per emergere da un contesto musicale che comunque offre molto?

R.G.: Noi abbiamo sicuramente più qualità di musicisti italiani. Anche all’estero i musicisti italiani sono molto apprezzati. Sicuramente è bello poterli ascoltare e ci sono molti bravi musicisti che meritano di essere ascoltati. In questo credo che, a prescindere dal mio discorso personale, ci siano bravissimi musicisti e che la collaborazione, ad esempio, sia una di quelle chiavi per mettere in luce anche in maniera spontanea dei musicisti che magari non hanno delle possibilità di visibilità come altri possono avere, in questo senso.

P.P.: Hai un buon consiglio da dare agli aspiranti pianisti o musicisti? Cosa ti sentiresti di suggerire loro, se c’è qualcosa, per continuare a fare musica, a parte il successo?

R.G.: Io credo che la cosa più importante sia amare quello che si fa e crederci sempre e dedicarsi con sacrificio per potersi liberare poi nel momento del live, della musica e dare pari importanza all’atmosfera che c’è in studio quanto a  quella che c’è nel live e la prima cosa è soprattutto suonare per la musica e per il piacere di farlo. Poi come diceva un biografo di Monk quando si è sullo stage tendenzialmente bisognerebbe sempre suonare sia per il pubblico che ti sta davanti, che è venuto a vederti, sia per l’arte, quindi per la musica, sia per sé stessi, mai troppo per una sola di queste dimensioni perché poi o si diventa degli esteti o si diventa egoisti oppure si diventa commerciali, in questo senso, anche se poi non c’è una regola in questa cosa, io non voglio assolutamente azzardarmi a dare regole, quello che posso dire è che quando si ama quello che si fa e ci si mette tanto sacrificio tanta passione poi i risultati vengono perché è molto importante questo. “Let the good times roll” come diceva qualcuno.

P.P.: Ora stai portando in giro il tuo ultimo cd “Reality and Fantasy”, stai già lavorando a qualcosa di nuovo per il futuro? Hai già dei progetti?

R.G.: Sì, questa è stata la fase più comunicativa del progetto che avevo preparato appunto in studio, non sapevo che sarebbero successe tutte queste cose sicuramente molto gratificanti, ma anche quando sono andato a Sanremo l’ho fatto sostanzialmente per comunicare il mio progetto. Non credo nello spirito competitivo della musica, credo che la musica debba essere sempre collaborazione e confronto. In questo senso esistono dei riconoscimenti, noi ce li siamo portati tutti a casa e questo sicuramente ha aiutato a incrementare l’attività live e promozionale e questa è sicuramente una delle attività che ultimamente mi prendono di più, ma negli spazi vuoti che possono essere quelle ore passate in albergo piuttosto che dei momenti passati in camerino sto già buttando giù idee nuove e mi auguro che day by day night by night io riesca a concretizzare, a realizzare il nuovo lavoro. Sicuramente lo farò.

P.P.: Bene, noi ti facciamo i complimenti innanzitutto per il successo e per la musica ringraziamo per essere stato con noi. Ciao Raphael.

R.G.: Grazie a voi. Buona giornata.

 

 

 

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