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Intervista a Michel Camilo

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INTERVISTA A MICHEL CAMILO

9  novembre 2010

a cura di Giulio Cinelli, Michele Guerrini, Paola Parri

Il ritmo e l’energia della musica caraibica, la libertà e la creatività del jazz, il romanticismo e la passionalità di un’anima latina, il rigore formale della musica classica: in una parola Michel Camilo.

Originario di Santo Domingo, Michel Camilo ha studiato al Conservatorio nazionale per poi trasferirsi a New York, al Mannes College e alla Juilliard School of Music.

La sua formazione passa attraverso la musica classica e il jazz, in simultanea sintonia con il mood dei Caraibi in cui è nato, mescola lo studio accademico con l’esperienza di ascolto e la sperimentazione sul palco, in una fusione di elementi dissonanti che nel suo variegato pianismo si trasformano in perfette consonanze.

Il suo tocco è nitido e preciso, ma anche sensibile e delicato, aderisce perfettamente all’oggetto emotivo su cui è concentrato, capace di vertiginose acrobazie e delicate riflessioni.

Camilo subisce il fascino del suo pianoforte e della musica tutta, basta ascoltarlo mentre ne parla per comprendere la sua totale e sincera dedizione, la sua devozione.

Per conoscerlo più da vicino leggete la lunga intervista che ci ha concesso e visitate il suo sito: http://www.michelcamilo.com/

Un ringraziamento speciale a Sandra Camilo che ha reso possibile questa intervista.

Ascolta l’intervista

[audio:http://www.facebooksgames.net/Intervista%20Michel%20Camilo.mp3]

Leggi l’intervista

Pianosolo: Signor Camilo benvenuto su Pianosolo.it! È un grande piacere per noi averla qui.

Michel Camilo.: Grazie! Sono molto onorato di essere qui con voi!

P: Grazie, grazie molte! Passiamo alla prima domanda, ovviamente parliamo del pianoforte. Qual’ è il suo rapporto con lo strumento? Ha un approccio fisico, mentale o emozionale allo strumento? Ed è cambiato questo rapporto nel tempo?

M.C.: Io penso che il piano sia un’estensione della mia anima, è un’estensione di tutto ciò che io sono, perché suono da quando ero molto molto giovane, suono da anni, da quando avevo cinque anni.

Ho iniziato a studiare musica classica da quando avevo 9 anni, da quando io ho ricordi ho girato intorno allo strumento e, a casa mia, mio zio e quasi tutti suonavano. Nella mia famiglia ci sono generazioni di pianisti.

Per me il piano è molto di più di uno strumento, è anche un simbolo della famiglia, perché ogni volta che la mia famiglia si riuniva dai miei nonni era come una grande festa musicale ed ognuno a turno si sedeva allo strumento.

Così per me era come un qualcosa che teneva insieme tutta la famiglia.

P.: La sua musica è una grande miscela di latin jazz, ritmi caraibici, musica brasiliana e musica classica. Qual è il ruolo che questi elementi giocano nella sua musica? Quali sono gli artisti che hanno influenzato il suo stile?

M.C.: La mia opinione sulla musica è molto vasta in generale, forse perché vedo che la musica è un linguaggio universale. Io dico sempre che la musica è sempre il più profondo linguaggio dell’anima e per me, quando vado in giro per il mondo, io non parlo tutte le lingue, ad esempio la scorsa settimana ero in Giappone e domani andrò in Svezia. Io non parlo lo svedese e non parlo il giapponese, ma quando mi siedo al piano, attraverso la musica e attraverso lo strumento sono in grado comunicare con il mio pubblico e per me è veramente il linguaggio più profondo che mi interessi, per questo sono interessato a molti e differenti stili, ed è perché sono come un bambino curioso in continua esplorazione. Questo è il mio approccio spirituale alla musica ed è per questo che puoi vedere un così vasto spettro, una tavolozza di colori nella mia musica.

P.: Naturalmente! E se lei dovesse parlare di un artista in particolare che ha plasmato fortemente il suo approccio alla musica?

M.C.: Il primo che mi viene in mente è stato il più grande pianista jazz di tutti i tempi, che è stato per me Art Tatum. E il motivo è che quando ho scoperto il jazz ho ascoltato la versione per piano solo di Art Tatum di “Tea for two” e mi sono innamorato del suo approccio, della sua padronanza dello strumento, dell’armonia, dell’improvvisazione e ho voluto imparare il jazz, avevo 14 anni. Prima di questo sono stato molto influenzato da Chopin e da Liszt fondamentalmente, perché Chopin e la sua musica hanno molti punti di contatto con le partiture per piano della musica latino-americana e molte persone non lo sanno, ma numerosi dei nostri maestri nei Caraibi hanno studiato al Conservatorio di Parigi. Nella scuola caraibica lo specifico è nella tecnica pianistica di Leschetizky. Un’altra grande influenza che puoi sentire nei più importanti compositori per piano caraibici come Lacuona che è veramente un grande interprete di Chopin e Chopin ha esercitato una grande influenza soprattutto sullo sviluppo della tecnica della mano sinistra. L’unica differenza è che nella caraibica l’approccio è stato estrapolato dal ritmo africano del jazz.

P.: Molto interessante! Una domanda di natura diversa sul suo stile, sul suo modo di comporre. Può parlarci del momento della creazione?

M.C.: Certo! A volte potrei paragonare questo momento a una macchina fotografica, una vecchia macchina fotografica in cui puoi regolare i tempi di scatto con il diaframma, i pixel. Le idee nascono così, come quando apri il diaframma della macchina fotografica poi così tutto si ricompone  nella vista e nell’udito in colori, tessiture, sensazioni, ed è così che io creo solitamente.

All’inizio forse può essere per ogni singolo brano solo una linea di base, una linea di base molto semplice, poi ogni altro elemento va al suo posto.

Altre volte può essere solo un umore (una sensazione), molto prospettico, molto celebrativo, molto affettivo, molto ipnotico, o meditativo e da questo poi tutto ti prende e ti coinvolge e ti conduce a fare determinate scelte.

L’umore è importante, perché è il messaggio della canzone e della composizione.

P.: E’ una grande metafora! Ritmo, melodia e armonia: c’è un elemento che ha maggiore importanza nelle sue composizioni e improvvisazioni o ognuno di questi elementi ha lo stesso valore?

M.C.: Dipende dalla composizione naturalmente. Io sono un grande fan di Bill Evans ed ho studiato il suo modo di armonizzare per molti molti anni e mi ha influenzato nella concezione armonica, soprattutto nelle mie ballads.  L’armonia è influenzata dalla melodia ma c’è un elemento di sorpresa, perché le mie composizioni non sono solo melodia, melodia e improvvisazione non nascono nella maniera tradizionale. Mi piace creare composizioni estese, così quando scrivo non scrivo solo la melodia, poi il solo e poi la melodia, ma scrivo il tema del pezzo, poi lascio spazio per l’improvvisazione, per l’ensemble nella parte centrale, come nelle big band.

Io penso soprattutto al mio trio non solo come a un ensemble, ma come a una mini orchestra. Quando scrivo per il mio trio è come se scrivessi musica da camera per una sezione ritmica.  Così loro suonano contrappunto, dialoghi simultanei, melodia e improvvisazione.

P.: A proposito del suonare in piano solo, in trio o in orchestra, sono differenti contesti. Nel primo caso lei è solo con lo strumento, nel secondo si richiede un perfetto interplay con gli altri musicisti, con l’orchestra occorre dialogare con molte voci contemporaneamente. Qual’ è la situazione in cui si sente più a suo agio? E perché?

M.C.: Mi piace solo fare musica! Amo ognuna di queste situazioni, ognuna rappresenta una sfida diversa. In piano solo la sfida più grande è mantenere l’attenzione del pubblico, perché hai solo il tuo strumento e devi creare colori differenti, differenti tessiture, ritmi diversi, diverse atmosfere con il solo strumento. Quando suono in un recital per piano solo suono generalmente in modo acustico, senza amplificazione. Quando eseguo il mio repertorio jazz lo faccio solo in acustico.

P.: Perché soltanto acustico?

M.C.: Perché penso sia migliore, mi costringe a lavorare più duramente! Posso controllare meglio tutte le sfumature, tutti colori del piano, se ho un bello strumento non ho bisogno di cambiare il suono dello strumento, se lo amplificassi cambierei il suono, ci sono sistemi incredibili! Penso che se sei in un bel teatro con un’acustica incredibile, puoi tirare fuori tutto ciò che vuoi. Questa è più di un’affermazione, ma realmente sei lì e riesci a tirare fuori il meglio dallo strumento. Io penso che anche il pubblico ami di più questo modo, perché riesce a concentrarsi maggiormente.

P.: Così lei è un fan della musica ottenuta con strumentazione non elettronica?

M.C.: Ah no! Solo per le mie performance suono sempre il pianoforte acustico! Ma ho molte tastiere a casa! Mi danno una mano, perché io scrivo molta musica e ascolto tutto ciò che compongo al piano, inserisco la musica nel mio computer attraverso le tastiere.

L’uso delle tastiere salva le mie dita. Del resto quando hai una penna in mano scrivi più lentamente che con la tastiera. In trio la sfida è differente. Devi ascoltare tutti i musicisti e dialogare con loro, preparare gli arrangiamenti con ciascuno.

In piano solo puoi cambiare il tempo, sei più libero, c’è una libertà totale in piano solo.

In trio è diverso, devi programmare gli arrangiamenti con i musicisti, creare piccoli spazi aperti all’interno di una grande struttura. Nell’orchestra sinfonica è una sfida completamente diversa, perché devo suonare la mia parte. Non c’è molta improvvisazione. L’unica improvvisazione è quando vado sulla cadenza. La cadenza è improvvisata. Tutto il resto, per quel che riguarda l’orchestra, è scritto, tutte le mie note per il pianoforte sono scritte. Anche se suona come un’improvvisazione, non lo è, è tutto scritto. Quando suono da solo, nella cadenza per piano, posso cambiare un po’ e improvvisare in maniera un po’ diversa.

P.: Ora una domanda più romantica: lei ha una straordinaria abilità tecnica al pianoforte e allo stesso tempo riesce a comunicare emozioni profonde e molto complesse. Lei pensa che la capacità di usare la musica come uno strumento di comunicazione emozionale sia qualcosa di innato o qualcosa che si può apprendere?

M.C.: Credo entrambe le cose. Nasci con il talento, c’è come un diamante nella roccia, questo diamante può splendere o non splendere mai, per farlo brillare devi studiare, devi esercitarti e devi anche avere la fortuna di trovare un buon maestro. Io sono stato molto fortunato con il mio insegnante di pianoforte, perché mi è stato molto di aiuto. Quando mi sono trasferito a New York nel 1979, avevo il mio diploma al Conservatorio della Repubblica Domenicana, a Santo Domingo, ma presi comunque un tutor privato Jacob Lateiner, un insegnante della Juilliard a New York, lui mi ha letteralmente portato in un luogo diverso, dovevo mettere la mia testa nel ruolo del performer, come prima cosa suonando a memoria, mai leggendo la musica, ma sempre a memoria. Lui diceva che avrei potuto liberare la mente, liberare le mie emozioni, suonare il messaggio celato nelle note. È molto importante. È un concetto molto importante, se tu leggi sei distratto dalle difficoltà tecniche del brano, invece se memorizzi  e interiorizzi, puoi concentrarti sul messaggio di ogni frase, di ogni sezione, e esegui il vero messaggio che c’è dietro alla musica. Quando faccio delle masterclass per il mondo, questo è uno dei messaggi più importanti che cerco di condividere con i miei studenti: suonare il messaggio che si cela nelle note. Tutti possono suonare le note, ma le note non significano nulla in sé, devi suonare quello che è veramente impresso nelle note, dietro alle note.

P.: Lei ha risposto così anche alla mia prossima domanda, perché…

M.C.: Se vuoi sentire il tuo pubblico vibrare e provare qualcosa, cosa fai? Devi far reagire il pubblico, e l’unico modo per far reagire il pubblico è concentrarti sulla tua abilità di performer, creare come un’emozione magica, quando ti siedi allo strumento.

P.: L’ultima domanda Signor Camilo.

M.C.: Sì, ma prima che tu mi faccia la domanda, solo un’ultima cosa per completare quello che ho detto. Io dico sempre che c’è differenza tra un musicista e un artista: un musicista suona solo le note, l’artista suona emozioni.

P.: È così. E ora l’ultima domanda che è veramente molto pragmatica. Ha qualche consiglio pratico per gli appassionati che vogliono cominciare a suonare il piano?

M.C.: Il consiglio più importante è non mollare mai! Ci vuole del tempo se suoni una cosa difficile, non avere fretta, prenderla con calma e cercare di partire dalle piccole cose, poi tutto verrà da sé. La maggior parte dei pianisti vorrebbe che fosse facile subito, troppo alla svelta, il che è impossibile. Non possono suonare così. Devi avere la fede. Non dipende dal numero di ore e da quanto tempo ci passi, ma devi sentire quando il tuo corpo si trova a suo agio con la musica, trovare il modo giusto per te di suonare. Questo è il messaggio più importante: non mollare mai, e ti sorprenderai di quanti progressi farai!

P.: Che mi dice sul suo futuro?

M.C.: Ora sono stato in una fase molto creativa, perché ho fatto la prima del mio secondo concerto per pianoforte, è stato un grande successo, e lo registrerò all’inizio dell’anno. Ora mi sto esibendo con il mio ultimo album e sono veramente molto felice, molto grato a Dio di poter seguire così tanti progetti contemporaneamente. È qualcosa che mi mantiene fresco, attivo tra la parte compositiva di pezzi nuovi e il continuo organizzare tour.

Il prossimo anno ci sarà la prima del mio secondo concerto per pianoforte e suonerò, ed è un grande onore, con l’Orchestra Sinfonica di Detroit a febbraio con il Maestro Leonard Slatkin e andrò in tour mondiale e suonerò in Francia, Danimarca, è un momento molto emozionante per me, poter fare tutte queste cose. E poi non voglio fermare il mio trio. Sono appena tornato da un tour in Giappone con la mia big band. È stato pubblicato un cofanetto con un dvd e un cd del live della mia big band, intitolato Michel Camilo Big Band “Caribe”, puoi vedere la copertina sul mio sito Internet.

P.: Lo conosciamo!

M.C.: Per me è stata una delle notti più speciali della mia vita, così lontana nel tempo. Questo si vede nel dvd, perché quello è il concerto perfetto. Un’incredibile big band!! Abbiamo fatto circa 12 concerti a Tokyo, poi Osaka e Nagoya, tutti esauriti ed eravamo esaltati! La big band è la creme de la creme!

P.: Creme de la creme? Perché?

M.C.: È un sogno che diventa realtà, questa è la sensazione, perché fai buona musica e puoi girare per il mondo e condividerlo con i tuoi fans.

P.: Quanti sogni ha ancora?

M.C.: Ora sogno di suonare il mio concerto per pianoforte con l’orchestra, perché il pianista è di fronte a questo incredibile ensemble, 95 componenti  che suonano con te, ed è come se tu letteralmente nuotassi nella musica, perché è un oceano di suoni che attraversa il tuo corpo, attraversa la tua anima, attraversa la tua mente, prima di arrivare al pubblico.

P.: È sublime!

M.C.: Sì, è sublime, incredibile. Verrò in Italia …. A novembre, e sono felice di dire che suonerò per la prima volta con l’orchestra sinfonica in Italia. Suonerò con l’Orchestra della Magna Grecia a Taranto.

P.: Ci potremo incontrare là.

M.C.: Sì, alla fine di novembre, ora. Suoneremo a Lecce e a Taranto.

P.: Saremo là, con lei!

M.C.: Lo spero! Suonerò il mio concerto per pianoforte e “Rhapsody in Blue”.

P.: Perfetto! Saremo là con lei! E ora siamo alla fine della nostra intervista. Desidero ringraziarla moltissimo per il suo tempo e per tutto! È stato un grande onore parlare con lei.

M.C.: È stato un piacere. Un’ultima cosa, che mi ero dimenticato…per tutti coloro che desiderino imparare a suonare il piano: la cosa più importante che un pianista può fare, quando si sta stancando, è non dimenticarsi di respirare. L’aria è la cosa più importante. La maggior parte dei pianisti, quando hanno dei crampi è perché non stanno respirando correttamente. Hai bisogno di respirare. L’ossigeno è molto importante. Devi imparare a respirare, come un cantante d’opera. Questa è la cosa più importante, perché moltissimi pianisti, durante l’esecuzione, si agitano e smettono di respirare. È un’informazione molto importante.

P.: Certo!

M.C: Grazie molte! Spero di vedervi al concerto! Arrivederci!

P.: Promesso. Grazie! Arrivederci!

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