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Intervista a Massimo Carrieri – Piano City Milano 2012

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Intervista a Massimo Carrieri – Piano City Milano 2012

a cura di Paola Parri e Giulio Cinelli

 Massimo Carrieri, pugliese di nascita, ha studiato e si è diplomato in organo e composizione organistica al Conservatorio di Milano “G.Verdi”, si è perfezionato in musica per film all’Accademia Musicale Chigiana di Siena con Luis Bacalov e al Berklee College of Music di Boston diplomandosi anche in musica jazz.

La formazione classica non impedisce a Massimo Carrieri di allargare i propri interessi musicali ad ambiti eterogenei, rendendolo un musicista eclettico e in grado di assimilare e rielaborare voci provenienti da culture diverse, come testimonia il suo ultimo lavoro in studio, “Zahir”.

Lo abbiamo incontrato in occasione di Piano City Milano per una breve intervista.

Si ringrazia il Fazioli Showroom di Milano e il Conservatorio “G.Verdi” di Milano per l’accoglienza e ospitalità.

Paola Parri:Zahir”, il tuo ultimo lavoro in studio. Cosa significa Zahir?

Massimo Carrieri: Lo Zahir è un termine arabo. È un termine piccolo che in realtà poi racconta una varietà di significati messi insieme. Quello principale sta per pensiero ossessivo. Qualcosa che entra dentro di noi e finisce per occupare la nostra mente, finché poi questo non si risolve con una risoluzione finale, quindi è un passaggio in cui avviene un turbine di emozioni, di sentimenti, ma che poi porta a una risoluzione. Su questo concetto ho costruito il disco. L’anima intellettuale del disco parte da questo: l’ossessività che alla fine porta a una rinascita. Il disco è stato pensato in una forma in cui le undici tracce seguono un percorso che alla fine porta non a un’esplosione di gioia, ma a un sentimento positivo in cui tutto quello che è avvenuto prima si manifesta alla fine con una esplosione di positività, la risoluzione di tutto ciò che è stato nel percorso precedente.

 

P.P.: Un lavoro in piano solo in realtà pieno di suoni “altri”.

Massimo Carrieri: Per me è stato naturale utilizzare certi linguaggi, perché in qualche modo è come se li avessi sempre avuti, probabilmente dovuti alla mia natura, alla mia terra di provenienza, al fatto che comunque vengo dal sud e quindi da una terra che ha risentito molto delle culture vicine, quindi i Balcani, il Nord Africa, il mondo arabo. Ho trovato naturale in alcune tracce andare a colorare alcuni brani anche con l’utilizzo di queste voci che ho cercato e di questi strumenti che hanno completato un quadro, l’immagine che in quel momento voleva sottolineare una provenienza geografica. L’utilizzo di queste voci, di questi strumenti, di queste sonorità ha avuto anche la funzione di collocare geograficamente il disco. Avevo voglia di fare sentire quella che è la mia natura, le mie origini, il mondo che mi sta intorno.

P.P.: Quali luoghi fisici hai toccato?

Massimo Carrieri: Ce n’è uno che penso sia evidente che è la Puglia, la mia terra, già dall’inizio in “Levante”. L’idea è di qualcosa che nasce, quindi “Levante”. L’idea ritorna in “Terraross”, il pezzo più rappresentativo di questo punto di vista. Quindi la mia terra, però mi sono guardato intorno e ho sentito veramente molto vicini determinati suoni, forse perché li ritroviamo nella nostra musica popolare e inevitabilmente vanno a creare un tuo background che magari ti porti dietro inconsapevolmente. Quindi c’è questo bacino del Mediterraneo che è molto presente, questo sud, e poi c’è questa conclusione del disco, sia fisica che cronologica di “Under Manhattan Sky”. Un disco che nasce a Levante e che conclude il suo sviluppo esattamente dal lato opposto e quindi questa Manhattan ha rappresentato forse il punto di arrivo di questo viaggio. Il brano conclude il disco, qui si risolve appunto lo Zahir. Questi sono i luoghi che ho toccato.

P.P.: Come componi i tuoi brani?

Massimo Carrieri: È un input che arriva dall’interno. Devo avere qualcosa da raccontare. Il punto di partenza è questo. Devo avere della vita da raccontare. Nel momento in cui mi sono chiuso a scrivere “Zahir” avevo vita da raccontare. Avevo i miei viaggi, i miei incontri, la mia storia personale. E questo è il punto di partenza. Dopo questo costruisco delle immagini. Lavoro molto facendo riferimento a dei quadri, a immagini, luoghi e uso uno stile forse più pittorico che prettamente compositivo, in cui pian piano la tela inizia a prendere forma, magari da un input esterno, da un’idea, qualcosa che mi è rimasto dentro, che mi ha colpito. Può essere un’emozione, un luogo fisico e questo poi lo trasformo sul pentagramma.

La tecnica compositiva è molto vicina a un progetto architettonico, in cui parto dalle fondamenta per andare poi man mano agli abbellimenti finali.

P.P.: Una vita in musica: arte o mestiere?

Massimo Carrieri: Per quanto mi riguarda io sono sempre costantemente coinvolto in prima persona. Non riesco a pensare la mia vita privata, o comunque la mia vita normale da persona qualunque, sganciata dalla musica. Il mestiere è poi quello che uno si augura di fare di questa passione, quindi l’obiettivo è quello di portare in giro la propria musica e di farla conoscere. Questo alla fine è il ritorno più bello che uno può avere: trasmettere le proprie visioni, le proprie emozioni. Non parlerei di mestiere perché non parto da un presupposto industriale. Per la musica rimane sempre qualcosa di molto attaccato alla mia pelle, di molto viscerale. Parlo di me, delle mie cose, mi scopro anche, quindi pensare in un’ottica di quel tipo è veramente un po’ distante e penso snaturerebbe anche un po’ il rapporto che ho con la musica.

P.P.: Quanto e come influisce la formazione classica sulla tua arte?

Massimo Carrieri: Faccio tesoro di quello che è stato il mio background, dei miei studi. La casualità di ritrovarci oggi in quella che è stata la mia classe. Quello è stato lo strumento sul quale ho studiato per anni. Questo strumento mi ha dato tantissimo. Questo è un organo meccanico e se oggi scrivo e produco in un determinato modo è anche perché provengo da determinati studi. Noi siamo quello che abbiamo costruito negli anni. Sono fermamente convinto che una formazione classica e un background accademico gettino le basi per affrontare poi altri linguaggi, avvicinarsi ad altri mondi, ad altri stili. Quindi non rinnego assolutamente la mia formazione e tra l’altro resto sempre un affezionato bachiano. Tutte le mattine i miei studi iniziano con Bach, non riesco a farne a meno.

Dopo il Conservatorio ho iniziato a guardarmi intorno e da qui la vicinanza ad altri linguaggi, l’avvicinarsi alla musica improvvisata, non parlerei di jazz esclusivamente, ma proprio della musica improvvisata, perché il passaggio più delicato per me è proprio questo, sganciarsi dalla forma impostata dove tu hai uno spartito davanti, creare qualcosa di interessante senza avere necessariamente uno spartito davanti. Quindi sono pienamente convinto dell’importanza dell’avere una base culturale solida.

P.P.: Dove sta andando la tua musica?

Massimo Carrieri: Sicuramente c’è un’evoluzione. Il mio primo disco (“Seven”) era molto diverso dal secondo (“Zahir”). Fra l’altro se mi prendo del tempo fra un disco e l’altro è proprio perché voglio fare qualcosa senza ripetere qualcosa che ho fatto precedentemente. Non so di preciso dove sta andando la mia musica, ma il mio presupposto è quello di non ripetermi. Una sfida più che un presupposto. La sfida è non ripetersi e creare qualcosa che sia nuovo anche per me e che, per quanto possa poi ricondurmi al mio stile, in ogni caso deve evolversi. Sicuramente vedo determinate cose. Questo disco in particolare, “Zahir”, mi ha dato un’apertura ad esempio sul sound processing, sulla musica elettronica che ho trovato davvero molto interessante. È una tecnica che apre davvero a infinite possibilità. Questa è una componente che ovviamente continua ad esserci. Cosa farò nel prossimo disco me lo sto chiedendo, ma so che quello che non voglio fare è ripetermi.

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