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Intervista a Mariangela Vacatello. Teramo. Imc Masterclass 2011

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Intervista a Mariangela Vacatello. Teramo. Imc Masterclass 2011

a cura di Paola Parri

Mariangela Vacatello, classe 1982, napoletana di nascita, già da tempo si è affermata come uno dei nostri più acclarati talenti. Dopo il diploma in pianoforte al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore, dopo i prestigiosi studi con Franco Scala e Piero Rattalino presso l’Accademia Pianistica “Incontri col Maestro” di Imola, Mariangela Vacatello ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali e svolge attività concertistica in tutto il mondo.

L’abbiamo intervistata in occasione della sua attività didattica per le masterclass di musica classica nell’ambito del progetto Imc a Teramo e la nostra chiacchierata è stata occasione per comprendere non solo la sua visione generale del fare musica, ma anche le scelte di un repertorio difficile, spesso concentrato su compositori che hanno contrassegnato la storia della musica con il loro sperimentalismo e il portato innovativo delle loro soluzioni compositive. Di recente Mariangela Vacatello ha pubblicato un’incisione degli “Studi di esecuzione trascendentale” di Franz Liszt (Brilliant Classics) e ha molti progetti in cantiere.

Di seguito l’audio dell’intervista e una trascrizione.
Intervista Mariangela Vacatello Teramo by pianosolo.it

Paola Parri: Mariangela Vacatello benvenuta su Pianosolo.it! A Teramo per delle masterclass di pianoforte e allora la prima domanda riguarda proprio la formazione per restare in tema. Tu vieni da una famiglia di musicisti. Avvicinarti alla musica e al pianoforte è stato un percorso naturale per te?

Mariangela Vacatello: Io vengo da una famiglia di musicisti come dici tu, che in modo professionale ma anche amatoriale, nel senso che mio padre lavora soprattutto con la musica leggera e quindi c’è sempre stato un clima che andava dalla musica classica alle arie d’opera più famose fra amici che venivano a casa… da questo punto di vista quindi è sempre stato piacevole per me, è sempre stata una cosa che ho amato molto. Ovviamente quando si inizia seriamente è difficile stare molto tempo seduti al pianoforte, soprattutto quando si è un po’ piccoli, e quindi ci sono stati un paio di momenti in cui è stato un pochino difficile, non eccessivamente, ma c’è stato bisogno che i miei genitori insistessero un po’. Però la musica in realtà mi è sempre piaciuta, quando ero piccola ho ascoltato moltissimo, ascoltavo ogni tipo di cosa, mi ha sempre dato qualcosa, quindi sono contenta di aver continuato e che i miei genitori in quei momenti abbiano insistito.

P.P.: Parliamo allora del valore dello studio visto che siamo in tema. Come hai detto tu, in un momento di formazione musicale primaria sappiamo che lo studio è determinante. La mia domanda è: è qualcosa che si continua a praticare per tutta la vita? Cosa si sacrifica in nome della musica?

M.V.: In generale credo che se una persona si vuole migliorare e stare al passo con i tempi, nei limiti in cui una persona possa starvi, in qualsiasi materia, oltre alla passione ci debba essere un minimo di costante interesse. Quindi per dei tipi di lavori non artistici magari si chiama solo interesse, ma, nel momento in cui si va con l’arte, la passione deve essere proprio tanta, perché ci vuole comunque tanta costanza anche proprio a continuare a studiare sempre. Lo studio può ovviamente variare in base all’età, al repertorio. Questo vale per qualsiasi cosa che possa essere anche la pittura, la scrittura, nel senso che è la vita poi che alla fine ti plasma e che ti chiede in quel momento di cosa hai più bisogno, però è comunque uno studio continuo. Questa ecco è la cosa più “sacrificante”, perché comunque devi sempre studiare. È ovvio che si può andare in vacanza, però è una cosa che ti rimane sempre dentro, è una cosa molto difficile da allontanare, perché  dipende da te, non dipende da nessun altro, quindi alla fine c’è molto, tutto di una persona. A livello basilare più si studia e più arrivano poi le soddisfazioni. Queste soddisfazioni si cercano, perché poi nello studio uno trova poi anche delle cose da approfondire. Non necessariamente c’è l’insegnante che ti può dire cosa fare. Ognuno e sé stesso e nell’arte ognuno deve trovare le cose che deve sviluppare. Quindi lo studio è una specie di conoscenza, un conoscerti e stare al passo con quello che cambia nella tua vita, cercare di modificare sempre, perché la vita non è sempre la stessa e non si è sempre gli stessi. Lo studio è questo, non solo un punto di vista fisico dello stare allo strumento delle ore, ma è anche conoscersi e farsi sempre delle domande, sperando che siano quelle giuste, sperando di trovare delle risposte nel tempo.

P.P.: Quindi, da quello che mi dici, molto è affidato a una condizione personale, soggettiva.

M.V.: Sì. Molto soggettiva.

P.P.: Quindi un buon maestro che requisiti dovrebbe comunque possedere per riuscire a trasmettere qualcosa dal tuo punto di vista?

M.V.: Dal mio punto di vista penso che oggi come oggi, ma anche prima, un buon insegnante debba avere molta pazienza, perché è difficile a tutte le età ripetere anche sempre le stesse cose. Se non si superano delle cose di base è difficile poi lasciarsi andare e poter far uscire il proprio io. E quindi un insegnante deve cercare di fare amare qualsiasi cosa che si faccia, non farla odiare. È molto difficile, mentre è molto facile far diventare le cose pesanti. È molto difficile cercare di non essere troppo pesanti, però allo stesso tempo la diligenza e la costanza sono fondamentali, sono le due cose che non tutti sono disposti a dare. E quindi un insegnante deve riuscire a ottenere queste due cose nel modo più felice possibile, a volte cercando di insistere, soprattutto poi quando sono delle persone molto giovani. Uno deve insistere, però se dall’altra parte c’è qualcuno che è veramente appassionato e uno lo capisce, sono sicura che dentro qualcosa scatta. Scatta questa cosa, anche se sono giovani, di conoscerti, ti fanno delle domande in più. Questo è quello che accade se dall’altra parte c’è qualcosa. Se non c’è niente allora è un problema, perché magari lì allora arriva la fatica e forse la difficoltà.

P.P.: A volte anche l’abbandono…

M.V.: Certo, perché è questa la fatica, non solo il fatto fisico, ma anche il dover metterci del proprio, non è un fatto ripetitivo: tu ripeti e le cose vanno avanti. Purtroppo non è così. Tu ripeti, le cose vanno avanti, ma dall’altra parte si fermano e quindi è anche quello il problema.

P.P.: Tu sei giovane e hai già affrontato dei palcoscenici molto importanti e suonato con orchestre internazionali, vuoi parlarci del fattore emozione? Che ruolo gioca nel momento in cui ci si appresta a una performance pubblica, a un concerto, a un recital solistico?

M.V.: Ci sono persone che nascono caratterialmente fredde e lucide, ma se ne trovano davvero poche. Mi sento un po’ male a dirlo, ma nonostante più di venti anni di esperienza quasi, nonostante ci sia più consapevolezza da questo punto di vista, che si allaccia anche al discorso della coscienza dello studio, in generale, ad essere sincera, credo che la paura, quella che viene subito prima, l’emozione che poi ti crea l’adrenalina quella non passa mai. È una cosa con la quale veramente ogni volta devi convivere e ogni volta c’è questo rapporto di odio/amore e non sempre dipende dall’importanza del palcoscenico, ma dipende appunto dal momento in cui uno si trova. Ce ne può essere veramente tanta. Una cosa in cui uno dice: “ma chi me lo fa fare?”. Mia mamma infatti non viene più dietro ai camerini perché sa già che la mia frase è: “ma perché mi hai fatto fare questa cosa?”. Quando è positiva si trasforma in adrenalina e va benissimo. È una cosa con la quale bisogna imparare a convivere e anche questa è una condizione di forza che bisogna imparare, anche i giovani che iniziano. Caratterialmente uno può essere molto più predisposto, quando non lo è allora deve avere una grande forza d’animo per essere consapevole di questa cosa. Sei lì sopra e devo combattere contro la paura, nello stesso momento devi essere libero per dare te stesso.

P.P.: Molto difficile.

M.V.: Sì, ma è una cosa fattibile. Alla fine molte persone lo fanno. Bisogna imparare ad amare veramente quello che si fa per poter combattere, perché la paura c’è sempre, a tutti i livelli. Il pubblico è lì ad ascoltarti e quindi alla fine è come una specie di giudizio che tu senti da parte degli altri. Anche se è piacevole, alla fine o è un fatto di giudizio o di responsabilità nei confronti di chi ti ascolta.

P.P.: Parliamo del tuo repertorio. Mostri di avere una predilezione per alcuni compositori, ad esempio Liszt, Debussy, che comunque in qualche modo hanno portato agli estremi le forme della musica classica, che sono stati degli sperimentatori. Credi che attualmente ci sia qualcuno in grado di creare qualcosa di veramente rivoluzionario in questo ambito? Parliamo di evoluzione delle forme.

M.V.: Credo che nella musica classica di oggi, ma anche del passato, ci siano un paio di direzioni. Musica contemporanea che non è proprio contemporanea, ma una specie di neoclassicismo che è contemporaneo solo perché scritto oggi, ma che alla fine contiene armonie, stili, tipi di suono … quello che è successo ormai nel secolo scorso alla fine è la ricerca di tipi di suono diversi, e quindi già nel secolo scorso si andava tipo al pizzicato delle corde, cose insomma che si facevano allo strumento, di qualsiasi strumento si parli, che sia un violino o un flauto. Ora c’è la musica elettronica, una contemporanea che va a scoprire altri suoni. Le forme probabilmente si allacciano a quelle passate, ma ampliando alcune caratteristiche compositive. Però forse è più una ricerca dei suoni, non è più tanto una ricerca della melodia. Alla fine poi anche lo stesso Debussy, che ha operato più di un secolo fa, se  si va a conoscerlo a fondo, contiene molte cose melodiche, melodiche nel senso più, senza offesa, popolare del termine, ma allo stesso tempo ha rivoluzionato il modo della melodia, pur avendo tipi di suoni veramente celestiali, angelici. Ha rivoluzionato tutto, soprattutto negli Studi, la forma è estremizzata, il tipo di suono, il rapporto con lo strumento, ma anche nelle sue opere per altri strumenti. È il tipo di timbro che cambia. Non è più la ricerca della melodia, ma cambia il tipo di suono.

P.P.: Recentemente hai pubblicato un’incisione discografica degli “Studi d’esecuzione trascendentale di Franz Liszt”, un’opera molto profonda, concettualmente, e tecnicamente difficile, intrisa di sperimentalismo. In che modo ti sei avvicinata a questi studi? Che operazione hai compiuto?

M.V.: Liszt è un autore che mi accompagna sin da quando ho iniziato seriamente a studiare il pianoforte e quindi sono molto contenta che una delle prime incisioni sia stata proprio questi “Studi trascendentali”, che è un’opera che ho già suonato molti anni fa e che poi ho abbandonato. Fortunatamente con l’anniversario lisztiano di quest’anno mi è venuto in mente di mettere finalmente una specie di punto a quest’opera che sentivo matura per una registrazione, un’opera che a volte non piace, a volte piace molto, è un’opera che crea molti problemi quando la si nomina. Non sono dei brani facili nonostante Liszt sia dell’Ottocento. Crea ancora molti problemi anche come autore. È un romantico diverso, perché per certe cose ha creato qualcosa di molto melodico, per altre cose, anche gli Studi, che sono una sorta di poemi, è come se raccogliessero una parte d’orchestra dentro di loro, per questo credo non siano semplici alla fine, anche all’ascolto. Non sono semplici perché contengono molte cose all’interno, come fosse appunto un’orchestrazione di pezzi, quindi c’è bisogno di più orecchio, è come se si avvicinasse di più al Novecento. Non sono brani tipo i Notturni di Chopin, che potrebbero essere considerati molto più semplici, perché hanno una linea melodica che si ascolta più facilmente. Nonostante Liszt fosse coetaneo e amico, è molto diverso e io sono rimasta sempre molto affascinata da questo autore che ha composto di tutto e di più, bello o brutto, ma ha davvero composto tantissime cose, una produzione enorme. Su questi Studi per me valeva la pena dire la mia e sono contenta di avere in progetto i dodici Studi di Debussy, non solo questi, ma anche altri brani dello stesso autore, ma i dodici Studi sono, sotto un certo punto di vista, affini per la ricerca del diverso e dell’orchestrazione. Anche negli Studi di Debussy, nonostante ci siano fattori molto pianistici, c’è sempre questa ricerca del suono, del ritmo un po’ diverso, altre cose cioè che non siano la melodia. Ci saranno poi anche altri brani come “L’Isola gioiosa” che sono di carattere molto melodico o rappresentativo, come “Pagode”, queste cose facili all’immaginazione, evocative.

P.P.: L’interpretazione per te è un elemento legato alla soggettività del musicista o comunque non deve mai prescindere dalle intenzioni del compositore?

M.V.: Se devo essere onesta credo che sia impossibile rimanere assolutamente al di fuori, nel senso che ognuno vede le cose a modo proprio. Io e te possiamo vedere la stessa legatura sullo stesso spartito, però magari interpretare in modo diverso, quindi credo che la soggettività sia naturale. C’è una teoria dei colori ad esempio, che mi dispiace ma non ricordo il nome di chi l’ha formulata, per la quale se io e te guardiamo lo stesso colore lo vediamo in modo diverso. C’è chi ci crede e chi non ci crede. Qua è un po’ la stessa cosa. Gli studi musicologici, analitici, possono essere anche simili perché alla fine le cose sono quelle tramandate nei secoli, però la lettura è diversa da persona a persona. Uno tenta sempre di fare quello che è scritto, però il cambiamento credo derivi dal fatto che ognuno ha un’esperienza diversa, proprio come approccio a una cosa e quindi è questa la diversità. Non è tanto il volere o meno fare quello che ti pare.

P.P.: Oltre alla musica classica ascolti e suoni altri generi di musica?

M.V.: Non suono altri generi di musica, però quando ho tempo di ascoltare mi piace ascoltare di tutto, non soltanto la musica classica. Mi piacciono le canzoni, soprattutto quelle vecchie, e alcuni moderni. Non stiamo parlando ovviamente di musica classica, perché quella mi piace tutta, sinfonica, opera, strumenti, quello è ovvio, però mi piace ascoltare le canzoni, alcune cose di rock o metal, però metal leggero. Non mi piacciono le cose eccessivamente rumorose, devo dire la verità, non mi piacciono, o meglio mi piacciono, ma dopo dieci minuti non riesco più ad ascoltarle.

P.P.: Grazie Mariangela.

M.V.: Grazie a voi.

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3 COMMENTI

  1. Ancora una bella intervista di Paola, che ribadisce alcuni concetti importanti sullo studio, connessi all'abilità del maestro: "un insegnante deve cercare di fare amare qualsiasi cosa che si faccia, non farla odiare" ed è per questo che credo che si perdano per strada molti giovani e non più giovani possibili musicisti. Dall'intervista scaturisce poi il desiderio di andare più a fondo nel conoscere gli aspetti di Debussy : "ha rivoluzionato il modo della melodia" – "…ma cambia il tipo di suono" e di Liszt :"sono una sorta di poemi, è come se raccogliessero una parte d’orchestra dentro di loro". Queste affermazioni le devo verificare…ed il bello di certe interviste è rappresentato anche dalle finestre che vengono aperte sulla visione del mondo. Grazie alle nostre tre P: Paolo Parri Pianosolo!!!

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