Home Articoli Intervista a Giovanni Mirabassi

Intervista a Giovanni Mirabassi

0
GD Star Rating
a WordPress rating system
CONDIVIDI
Intervista a Giovanni Mirabassi, 5.0 out of 5 based on 288 ratings

A fine luglio, a Montalcino, in occasione del festival Jazz&Wine, abbiamo avuto il piacere di ascoltare uno dei migliori pianisti jazz a livello internazionale: Giovanni Mirabassi.

Questo artista italiano, che vive ed è artisticamente attivo in Francia da molti anni, rappresenta un esempio tangibile di eccellenza italiana esportata in un Paese in cui l’attenzione e la cura per certi prodotti culturali di qualità è certamente superiore rispetto all’Italia.

Mirabassi ci ha offerto uno straordinario concerto in trio con Gianluca Renzi (contrabbasso) e Leon Parker (batteria) e dopo il concerto ci ha regalato questa intervista, per raccontarci di sé e della sua musica.

Abbiamo scoperto non solo un grande musicista, ma anche un artista di estrema sensibilità che conosce il valore del rapporto con il suo pubblico e le potenzialità comunicative e formative della musica.

Pianosolo desidera ringraziare Giovanni Mirabassi per la sua disponibilità e gentilezza

Ci auguriamo che questo prezioso artista possa tornare più spesso in Italia per farci ascoltare la sua musica.

Vi invitiamo a visitare il suo sito per conoscerlo meglio (http://www.mirabassi.com/)

Il testo che segue è la trascrizione dell’intervista.

INTERVISTA A GIOVANNI MIRABASSI

Montalcino, Jazz&Wine, 22 luglio 2010

Pianosolo: Parliamo di formazione. Gli utenti del nostro sito sono persone appassionate che desiderano imparare qualcosa. Quello che interessa loro è capire sostanzialmente com’è che si arriva a suonare. Parliamo di studio.

Giovanni Mirabassi: Io sono il peggiore esempio che esista: io sono autodidatta.

P.: Autodidatta? Quindi niente formazione classica, tradizionale?

G.M.: Tradizionale no, però a 22 anni ho incontrato un grande pianista che si chiama Aldo Ciccolini, che mi ha dato cinque lezioni, che vuol dire che ho studiato cinque anni con lui. Ho appreso tutta la tecnica, l’impostazione, tutte queste cose qui, però sono autodidatta e… ho preso cinque lezioni!

P.: Dopo di che come hai continuato? Ti sei appassionato?

G.M.: Io quando ho conosciuto lui ero già professionista e ho conosciuto Parigi. Ho cominciato a suonare giovane. Ho fatto il mio primo trio a 16 anni.

P.: Quindi hai cominciato con il jazz? Immediatamente?

G.M.: Sì, io sono sempre stato un jazzista

P.: Perché il pianoforte? Perché proprio questo strumento?

G.M.: Vuoi la verità o una versione diplomatica?

P.: No, no, la verità! Ci interessa la verità!

G.M.: Allora, la verità è che a casa c’era un pianoforte e il pianoforte era l’unico oggetto che rispondeva positivamente ai miei stimoli di bambino di due anni. Ogni volta che io pigiavo sul pianoforte, per esempio, faceva un suono bellissimo, quindi ho costruito la mia anima intorno al pianoforte. Ho avuto come dire una sorta di… mimetismo? Si può dire in italiano?

P.: Sì, si può dire.

G.M.: … e oggi mi ritrovo adulto e suono il pianoforte, così…

P.: Secondo te come strumento ha dei limiti? O ha potenzialità infinite?

G.M.: Non saprei dire gli altri… Penso che ti direi che tutti gli strumenti hanno potenzialità infinite. Il bello del pianoforte, trovo, è che direi largamente ha due facce: intanto è uno strumento che ha un suono magico, ha un suono lunare, in sé, quindi ha già infinite possibilità cercando quel suono lì. Ma il bello del pianoforte è che è forse uno strumento più magico degli altri perché è una scatola, una macchina, eppure, comunque sia, hai il tuo suono, chiunque tu sia. È uno strumento che può evocare tutti i suoni.

P.: Poi diciamo, anche a livello di dinamica, a livello espressivo, può essere suonato in tanti modi diversi. Ognuno ha il suo suono.

G.M.: Sì, è inevitabile.

P.: Io, ascoltandoti, ascoltando alcuni dei tuoi dischi, ma anche stasera, ad esempio, trovo, nella tua musica, ma questo è un mio giudizio soggettivo, anzi non è un giudizio, è una sensazione, un’impressione, trovo quasi, come dire, una doppia anima. Da una parte un’impronta… melodica… è un termine sbagliato…però capisci, molto lirica. Trovo del pathos nei tuoi temi. Dall’altro trovo invece una carica quasi aggressiva nello sviluppo poi tematico. Stasera hai fatto grande jazz, improvvisazione…

G.M.: … sì sì… questo è un gruppo di jazz… sai c’è il batterista americano che suona…

P.: … sì sì… mi sono piaciuti molto alcuni passaggi, i momenti di improvviso silenzio. Cos’è il silenzio all’interno di un pezzo?

G.M.: E’ musica. Anche prima e dopo. Il silenzio è come un velo. È come un velo davanti alla finestra. La musica è la luce. È ombra. Però sai, senza silenzio non c’è suono. È come tutto… soprattutto la musica europea funziona molto così: per contrasti, che sia dal punto di vista armonico o melodico o anche ritmico o anche sonoro. Quindi è il bianco e il nero della musica. È il nero… forse il bianco? No direi che è piuttosto il nero il silenzio. Nel momento in cui è in un’organizzazione musicale è musica anche quello.

P.: Una cosa che vogliamo capire… L’improvvisazione è un concetto ambiguo. Voglio dire che per chi non è addetto ai lavori potrebbe sembrare un concetto in base al quale uno si mette al pianoforte o a qualsiasi altro strumento e…

G.M.: …prende e suona…

P.: … e così, in maniera estemporanea, improvvisa qualcosa. Come definiresti l’improvvisazione? Noi sappiamo che in realtà c’è un codice alla base…

G.M.: Noi è un po’ come se improvvisassimo delle poesie in versi. In effetti prendi e dai fiato, però hai una metrica e una rima e possibilmente un contenuto, ovverosia racconti comunque sia una storia, che poi in fondo è l’essenziale, io penso.

Questa è un’opinione molto personale. Io penso che in tutta la musica e tutte le arti, debba venire prima il contenuto rispetto alla forma. Al limite la forma non è così importante.

Detto ciò, certo l’improvvisazione… ecco… per fare un esempio che possano capire coloro che non hanno studiato 20 anni l’improvvisazione come noi, è come improvvisare in versi. Tu fai la lista della spesa e la fai. Tu fai un sonetto così…lo fai… quindi logicamente hai bisogno di conoscere molto bene la lingua, il vocabolario, le rime, le metriche e poi, effettivamente, prendi e suoni. In fondo in fondo questa è!

Voglio dire tutto lo studio serve a mettersi al pianoforte e suonare quello che passa per la testa, sapendo che comunque sia puoi improvvisare una forma e suonarla.

P.: Ecco, rispetto alla composizione, c’è una differenza sostanziale?

G.M.: Sicuramente ce n’è una, nel senso che la composizione è un pochino più assoluta, un po’ meno discorsiva direi. Anche l’utilità non è proprio la stessa, sapendo che anche una cosa molto scritta la suoni come ti passa per la testa. Voglio dire, se sei onesto col pubblico e con te stesso non suoni mai uguale, anche se suoni una cosa molto scritta, perché il momento, lo strumento, il suono… la musica intanto è suono. Alla fin fine la musica è suono, quindi, quando cambia il suono cambia il modo di suonare per forza. Perché una cosa che suona bene con un certo suono suona diversamente con un altro. Ogni strumento ha il suo bel suono che magari ti dà più voglia di cambiare tempo, di cambiare tonalità. Noi lo facciamo spesso. Stasera per esempio i tempi erano tutti diversi dal solito.

P.: Quindi inizi, ma non sai dove andrai? Cioè lo sai, ma fino ad un certo punto, ma poi c’è sempre un margine di variazione all’interno dell’idea che hai?

G.M.: Dipende… Ad esempio, quando suono da solo io non decido cosa suono. Io prendo e suono.

Spesso comincio con lo stesso accordo, che un G7Sus4, perché sono tutti tasti bianchi e poi faccio un po’ suonare il pianoforte e lo ascolto.

Una cosa molto importante per i pianisti neofiti è di ascoltare il pianoforte, cioè quando fai un suono ascoltalo! Anche se hai sbagliato!

Perché ci si adatta allo strumento.

In più quando uno suona una cosa si aspetta un suono, perché magari c’è un’idea, e quindi se non viene fuori quel suono lì c’è una grande frustrazione dell’ego, no? M’aspettavo Sol e ho suonato La bemolle, quindi La bemolle è una stonatura. Ma forse no! Forse La bemolle è la più bella nota che potevi suonare in quel momento.

P.: Nel jazz esistono suoni giusti e suoni sbagliati? Note giuste e note sbagliate?

G.M.: No, ma in nessuna musica esistono note giuste e note sbagliate in sé, dipende da quello che fai, dipende da dove vai e poi la musica che suoniamo noi ha un senso, la musica europea intendo. Anche il jazz è musica europea da un punto di vista strutturale. Quindi tutto dipende dalla direzione: da dove vieni e dove vai.

P.: Hai grandi maestri? Grandi punti di riferimento musicali?

G.M.: Tanti. C’è tanta gente che suona bene, con tutte le giuste proporzioni. Grandi maestri… sì… i soliti… Bill Evans, ma anche Glenn Gould, ma anche Enrico Pieranunzi, che è uno che mi ha molto influenzato, soprattutto dal punto di vista della composizione, di un certo colore proprio mediterraneo, però ce ne sono tanti altri.

P.: Gli hai anche dedicato un pezzo se non sbaglio, per lo meno, un titolo era dedicato a lui…

G.M.: Sì, nel mio primissimo disco. Glielo dovevo, perché l’ho ascoltato molto e sono ancora oggi un grandissimo fan di Enrico Pieranunzi. La cosa divertente è che oggi lui è un fan mio…

P.: …immagino…

G.M.: … ma… anche tanti musicisti che non suonano il pianoforte, che poi, in fondo, devo dire dal punto di vista del fraseggio, io ho molto più ascoltato, utilizzo molte più cose di musicisti che non sono pianisti, come Gary Burton, che suona il vibrafono, ma anche Charlie Parker che suonava il sax, gente che ha poi avuto carriere molto diverse dal punto di vista storico. E poi ho ascoltato tanto il tango argentino, la musica brasiliana, la musica classica, cioè musica bella ce n’è tanta.

P.: … diciamo un po’ mediterranea anche, no?

G.M.: sì sicuramente, poi ho fatto anche tanta canzone francese, questo inevitabilmente…

P.: E’ una tradizione di musica colta anche quella, o almeno definiamola così un po’ impropriamente, ma oggi passa come tradizione di musica colta, ovvero rimane un po’ di nicchia rispetto a quella che è la produzione musicale generale.

G.M.: Dipende dove…

P.: Sì, in Italia, parlavo dell’Italia…

G.M.: Tutto sommato l’Italia, che è un gran bel paese, è il posto dove la cultura purtroppo è più nelle mura che tra la gente, ed è sempre peggio.

P.: Sì, c’è un cambiamento di prospettiva direi quasi su quello che è il concetto di cultura

G.M.: sì …. Insomma… ne vogliamo parlare?

P.: Mah! Non lo so…

G.M.: Io non ho nessun problema nel parlare chiaramente, tra l’altro sono esiliato già, quindi peggio di così…

P.: No, noi speriamo che tu ritorni più spesso, proprio perché questo concetto di cultura, musicale nello specifico, ma anche di altra natura, torni ad avere la giusta prospettiva, ecco, il giusto peso.

G.M.: Sì ragazzi, ma ve ne dovete occupare voi che siete qui.

P.: Ci proviamo.

G.M.: Io suono il pianoforte, io faccio del mio meglio per esportare una certa idea dell’eccellenza italiana. Qui non mi invitano mai. Ho 40 anni ed è la prima volta che vengo a suonare qui.

P.: Noi ci proviamo, insomma, per quello che possiamo.

G.M.: Però c’è gente che suona bene anche in Italia.

P.: Ti invitiamo noi per un concerto di pianosolo, per il nostro blog…

G.M.: Con piacere. Quando vedo gli italiani che arrivano in Francia sono tristi, i musicisti, sì, disperati, sognano tutti di partire. Non si può, bisogna fare qualcosa.

P.: Sì, bisognerebbe imporre un ritorno. Senti, ci hai detto da dove vieni. Dove stai andando? Questo nuovo progetto? Questo nuovo disco? Ci vuoi dire qualcosa?

G.M.: Allora, questo nuovo disco è il terzo disco di questa formazione. Abbiamo fatto due dischi in studio: il primo in cui abbiamo suonato per la primissima volta in studio, poi ci è piaciuto e siamo partiti per la prima volta in tournée con questo progetto. Poi ci siamo detti “eh beh ci siamo divertiti” e per non farlo fermare abbiamo fatto il secondo. Poi questo secondo disco abbiamo rifatto tutta la tournée, ci siamo divertiti un’altra volta, ci siamo detti “ma si può fare una cosa live, che ora suoniamo bene live”, quindi abbiamo fatto un disco a Tokyo che esce a novembre, però in teoria queste sono le ultime date di questo trio così.

P.: Cambierà?

G.M.: Cambierà batterista.

P.: Verremo a sentirti.

G.M.: Con piacere.

P.: … e faremo una recensione del disco appena ci sarà.

G.M.: Fantastico.

P.: Giovanni grazie mille, finiamo qua, sei stato gentilissimo.

Pianosolo consiglia

LASCIA UN COMMENTO