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Intervista a Danilo Rea

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Pianista di formazione classica, diplomato a Santa Cecilia, Danilo Rea si è affermato sulla scena musicale internazionale con un suo stile personale, maturato attraverso la carriera come jazzista e oculate scelte musicali, audaci quanto originali.  Il suo repertorio non conosce limiti di genere. Dai Beatles alle arie d’opera, dagli standard jazz alle canzoni dei nostri cantautori, la musica di Danilo Rea dimostra un eclettismo e una versatilità che fanno del jazz un linguaggio applicabile a qualunque tipo di brano senza limiti di sorta. Le sue composizioni sono un equilibrio perfetto tra lirismo melodico e spiccato senso ritmico. Per conoscere più a fondo la biografia artistica di Danilo Rea vi invito a visitare la sua pagina su My Space: http://www.myspace.com/danilorea

Ringrazio Francesca Gregori per il supporto nella realizzazione di questa intervista e Davide Susa per le splendide immagini di Danilo Rea (http://www.davidesusa.com/)

Paola Parri: Maestro vuol raccontarci la sua storia musicale? C’è un momento in cui si decide di diventare dei musicisti professionisti o è un percorso che a un certo punto dei propri studi diventa naturale? Lei voleva fare il pianista?

Danilo Rea: È stato tutto estremamente naturale, un gioco, avevo 2 anni e non facevo altro che ascoltare Domenico Modugno che cantava nel mio mangiadischi personale, un gioco, una passione, da quel momento non ho mai smesso di sentire la musica come parte essenziale della mia esistenza, nutrimento quotidiano, compagna di viaggio. Credo che il segreto sia stato proprio il non considerarla mai un lavoro e cercare di scoprirla nuovamente ogni nuovo giorno.

P.P.: Lei ha seguito un percorso di studi classici, diplomandosi al Conservatorio Santa Cecilia, per poi passare al jazz. Cosa rappresenta lo studio della musica classica nella sua formazione musicale? Com’è avvenuto il suo incontro con il jazz?

D.R.: A dire il vero all’epoca del diploma avevo 22 anni e suonavo jazz  da più di quattro, prima del jazz, al quale sono arrivato folgorato da Coltrane e Tyner in “My Favourite Things”, ero molto coinvolto dal rock musicalmente più colto degli anni 70. Il passaggio al jazz è dovuto sicuramente ai maggiori stimoli improvvisativi che ovviamente mi offriva, un mondo di possibilità e soprattutto di totale libertà che mi ha coinvolto non appena ho ascoltato i musicisti che mi coinvolgevano emotivamente, è stato come trovare la donna giusta, pura emozione .

P.P.: Il jazz secondo lei è un’attitudine o un linguaggio che si può apprendere? O entrambe le cose? Cosa rappresenta nello scenario musicale attuale?

D.R.: È entrambe le cose, bisogna studiarlo e praticare l’improvvisazione ogni giorno, dimenticando le frasi fatte e cercando un suono, un linguaggio personale in cui la tecnica rappresenta un mezzo, certamente non un fine. Il jazz è improvvisazione, l’improvvisazione rappresenta una delle più alte espressioni musicali di questo secolo, mi permetto di dissentire dal grande Glenn Gould quando diceva che il bebop non era paragonabile alla classica, Parker a Bach, l’improvvisazione è l’espressione dell’animo di ogni musicista ed è la grande differenza.

P.P.: Potrebbe illustrarci il suo concetto di improvvisazione e in che modo lo applica alla sua musica? In cosa si differenzia dalla composizione?

D.R.: Improvvisazione come libertà totale dell’autore, infinite possibilità, l’importante è non perdere mai la tensione, come un discorso che trovi sempre parole e concetti nuovi ed interessanti. Il mio approccio è totale, non stabilisco mai neanche un brano iniziale, i brani si susseguono secondo una logica di dinamiche che si creano nota dopo nota, ciò mi rende libero di volare ovunque e di emozionarmi, in realtà all’interno di temi a me cari che scaturiscono durante il concerto, è tutto pura improvvisazione, consequenziale, melodica, contemporanea.

P.P.: Una delle caratteristiche della sua musica è una straordinaria apertura verso generi e forme musicali differenti, cosa che rende il suo repertorio molto vario e ampio. Oltre alla sua esperienza con il trio Doctor 3, sto pensando alla sua rielaborazione di alcune celebri arie d’opera nel cd “Lirico” o anche alle sue collaborazioni con artisti come Mina, Pino Daniele, Claudio Baglioni, Gino Paoli, solo per citarne alcuni. Questi incontri musicali, sia reali sia legati, invece, all’ascolto e allo studio, come avvengono? Cosa accade in termini di suggestioni e scambio reciproco?

D.R.: Ho iniziato a contaminare il mio jazz molto presto, fin dalla metà degli anni 70, ne sentivo la necessità, avevo bisogno di melodie che rappresentassero la mia epoca e mi sentivo coinvolto nell’improvvisarvi sopra. Credo di essere stato tra i primi a farlo anche perché in America il pop non incontrava i favori dei jazzmen , come d’altronde in Italia, un errore derivato dal fatto che il pop non era ritenuto sufficientemente colto… il tempo, a quanto pare, mi ha dato ragione. Oggi grandissimi musicisti anche in America suonano musiche di gruppi pop e ci improvvisano sopra. Il Doctor 3 ha inventato un modello di trio  unico nel jazz, impensabile alla fine degli anni 90.

P.P.: Il suo ultimo lavoro è dedicato a Fabrizio De André. Vuol raccontarci la storia del suo amore per questo cantautore e qual’è stata la genesi di questa operazione culturale? Qual’è l’aspetto di De André che più sente vicino alla sua sensibilità umana ed artistica? Come ha rielaborato musicalmente un materiale il cui elemento principale è costituito da una struttura narrativa verbale?

D.R.: Sono cresciuto con la sua musica e con i suoi testi, testi che hanno guidato la mia generazione. ho suonato la “Canzone di Marinella” nella versione in cui duetta con Mina, la sua ultima incisione. Qualche tempo dopo Dori Ghezzi ci incontrò e ci chiese di dedicare a De André un concerto dopo avere ascoltato in un cd dei doc3  in cui suonavamo la “Canzone di Marinella” e la “Canzone dell’amore perduto”. È stato bello affrontare un autore così importante privando la sua musica del testo, difficile ma il risultato è stato per me sorprendente, il testo era comunque presente nella musica, nella memoria e nelle emozioni di chi ascoltava.

P.P.: Parliamo del suo lavoro di compositore. Può descriverci come nascono le sue composizioni? Quali sono gli elementi da cui trae maggiore stimolo? Sono elementi provenienti dal suo mondo interiore o sono stimoli esterni, non so, un luogo particolare, un oggetto, una circostanza particolare? Compone al pianoforte? O le sue melodie nascono prima nella mente e vengono poi armonizzate e sviluppate al piano?

D.R.: Compongo ovunque, fisso su un registratore gli spunti melodici, parto sempre dalla melodia, quasi mai dal ritmo. Cerco di comporre ciò che mi piacerebbe ascoltare.

P.P.: Ascoltandola suonare dal vivo quello che mi ha colpito, oltre alla sua abilità tecnica e alla sua profonda espressività, è la sua capacità di comunicare con il pubblico. In piano solo lei affronta spesso lunghissime suites (mi passi la definizione) in cui i passaggi da un brano all’altro non corrispondono mai a silenzi, sono piuttosto flussi musicali ininterrotti che rimandano all’idea di un discorso complesso, ad un dialogo e non ad un monologo. La musica è comunicazione? È emozione? È comunicazione di un’emozione?

D.R.: Emozione e comunicazione, al contrario che senso avrebbe? Suoniamo per trasmettere ciò che ci emoziona a chi viene ad ascoltarci.Non c’è cosa più bella che l’arrivo di un ascoltatore che ti dice: grazie per le emozioni che questa sera mi hai dato. È lo scopo della musica, l’emozione, e la musica è in grado di arrivare a comunicarla più di ogni altra cosa.

P.P.: Lei si dedica anche all’insegnamento, può indicarci quali sono gli elementi a suo giudizio fondamentali in un processo di apprendimento musicale? Ha qualche suggerimento generale da dare ? Quanto è importante a suo giudizio la formazione musicale nell’ambito di una formazione più generale dell’individuo?

D.R.: Ogni essere umano dovrebbe suonare, è una grande medicina, un vero nutrimento, indipendentemente dal come si suona. Ciò che dico sempre è: studiate e copiate ciò che vi  piace, per poi dimenticare ed improvvisare come in un discorso, senza gettare via le note, pensarle una ad una. Un buon inizio è parte fondamentale di un buon assolo, un buon inizio ed una buona fine. All’interno il mondo emozionale e musicale di ogni singolo musicista, un’esperienza di vita. Ecco perché le emozioni ed il vissuto di ognuno di noi  sono così importanti.

P.P.: Quali progetti ha Danilo Rea per il futuro?

D.R.: Un cd in uscita per la Act in duo con Flavio Boltro dal titolo “Dall’Orfeo di Monteverdi a Cilea”, registrato pochi giorni fa, un nuovo viaggio nell’improvvisazione lirica non più solo ma in compagnia di Flavio Boltro, un grandissimo artista, un grande amico.

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