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Il pianoforte senza corde

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Il pianoforte senza corde, 5.0 out of 5 based on 2 ratings

Vi invitiamo a leggere il racconto che si è aggiudicato il terzo premio nel nostro contest letterario. L’autore p Andrea Vanacore e si intitola “Il pianoforte senza corde“.

di Andrea Vanacore

pianogirl

Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

(Dante, Par. I, 64-69)

 

Proust le chiamava intermittenze del cuore, Joyce epifanie. Sono quei brevissimi, intensi momenti in cui, tra la prepotente banalità del mondo che ci circonda, un colore, un odore, un suono emerge all’improvviso, ci attira a sé, ci riporta alla mente altri momenti, lontani nel tempo e nello spazio, vissuti o anche solo immaginati. D’improvviso quel particolare, così piccolo e trascurabile all’appa-renza, s’ingigantisce, s’illumina di significati nuovi e più profondi, e noi non possiamo far altro che lasciarci irradiare, abbandonandoci alla comprensione e al ricordo.

L’ultima volta che mi è capitato mi trovavo a pochi isolati da casa mia, in una stradina che percorro spesso a piedi. Lì c’è una graziosa villetta a due piani, con un giardino sempre ben tenuto e un basso steccato di legno. Di tanto in tanto, nelle belle giornate di primavera, da una finestra aperta al piano superiore si effonde dolce il suono di un pianoforte; un paio di volte sono riuscito a intravedere, in controluce, la lunga chioma bionda di una ragazza che suona: avrà pressappoco la mia età.

Sembrava un giorno come tutti gli altri. Il sole splendeva forte e tutto era fermo: ogni cosa taceva, ad eccezione di quella melodia soave, lievemente attutita. Mi fermai un momento ad ascoltare con più attenzione, per capire se quelle note mi fossero familiari. Lo erano: era il terzo movimento dell’Appassionata di Beethoven. Rimasi stupito di quanto quella giovane pianista riuscisse a eseguire con eleganza e raffinatezza i rapidissimi, tortuosi passaggi di una sonata così ardua. Per qualche istante stetti immobile, poi chiusi gli occhi, mi lasciai andare all’ascolto e mi resi conto che qualcosa di diverso e stupefacente mi stava accadendo: fui catapultato indietro nel tempo, mi ritrovai a rivivere un sogno di bambino, un sogno dimenticato ormai da anni.

Ero nel mio letto, con le coperte sollevate fino al mento. Qualcosa mi aveva svegliato: un rumore, forse. Veniva dalla cantina. Scivolai sotto il lenzuolo e mi alzai in piedi, scoprendomi molto più basso di come sono oggi: non dovevo avere più di otto o nove anni. Furtivo, mi avvicinai alla porta della mia stanza e la socchiusi; vedevo chiaramente, attraverso quella fessura, un riverbero cangiante che attraversava l’androne. Uscii e seguii quella luce tremula: veniva proprio dalle scale che portavano giù in cantina. “Qualcuno deve aver appiccato un incendio!” pensai, spaventato. Ma una forza irresistibile mi attirava verso quelle scale e non potei far altro che andare avanti, scendendo gradino dopo gradino, ignaro di ciò che avrei trovato in fondo.

Repressi a stento un grido di sorpresa quando mi resi conto che la mia cantina era scomparsa. Al suo posto si trovava un’ampia sala dalle pareti rivestite di legno, arredata con mobili antichi e lussuosi, che sembravano intagliati a mano da qualche esperto ebanista. Sul lato opposto alla scala c’era un grande camino di pietra acceso, col fuoco che sfrigolava allegramente dietro la grata di ferro. Ma la cosa più stupefacente di quella stanza si trovava esattamente al centro: un vecchio, grande pianoforte a coda dal coperchio mezzo sollevato.

Spalancai la bocca, estasiato. I miei occhi erano fissi sull’imponente, meraviglioso strumento, come ipnotizzati.

«Ti stavo aspettando, ragazzo» tuonò una voce profonda.

L’urlo uscì dalle mie labbra prima che potessi soffocarlo. Ero talmente frastornato da quella stanza, dal camino acceso e soprattutto dal pianoforte che non mi ero accorto affatto della persona che mi sedeva di fronte: un omaccione coperto da uno spesso mantello grigio, con folta barba e capelli bianchi. Era vecchio, antico, proprio come lo strumento accanto a lui.

«C-chi è lei?» balbettai, ancora spaventato.

«Il mio nome non ha importanza» rispose il vecchio. «Una volta ero un grande pianista, famoso in tutto il mondo; poi sono stato dimenticato. Le persone hanno perso la capacità di ascoltare oggigiorno».

Mi sentivo sempre più confuso, non sapevo che cosa dire. L’uomo si alzò dallo sgabello su cui era seduto e si avvicinò alla parete sinistra della stanza. Solo allora mi accorsi che c’erano tante sedie disposte in fila. Lui ne prese una e la sistemò vicino al pianoforte.

«Vieni a sederti» disse, indicandomi la sedia con la mano. Non aveva un tono autoritario: era mite e gentile. Non riuscivo a non fidarmi di lui.

«Conosci Beethoven?» mi chiese sorridente, sistemandosi di nuovo sullo sgabello di fronte al
piano.

Prima ancora che potessi rispondergli, aveva sollevato le mani sulla tastiera: due grandi mani segnate dall’età, piene di vene e macchie bluastre. Per qualche secondo le tenne a mezz’aria, in sospeso, poi le lasciò cadere sui tasti d’avorio e d’ebano, iniziando una rapida, elegante danza. Mi ci volle qualche secondo per rendermi conto di ciò che stava accadendo: nonostante il vecchio stesse suonando con passione e maestria, dal pianoforte non proveniva alcun suono.

Scossi la testa, confuso. Cercai di concentrarmi, ma tutto ciò che riuscivo a percepire era un sordo ticchettio, accompagnato dallo sfrigolare delle fiamme nel camino. Mi avvicinai di più allo strumento, feci scorrere le dita sul legno levigato, sui bordi del leggio. Dal momento che il coperchio era sollevato per metà, decisi d’infilare la testa all’interno per vedere che cosa stesse succedendo, e fu allora che capii.

Il pianoforte era senza corde. Potevo vedere il robusto telaio dorato, i martelletti e gli smorzatori che si muovevano su e giù ritmicamente, producendo quel debole ticchettio, ma la tavola armonica e il ponticello erano deserti: non c’era traccia di corde in quello strumento.

«Qualcosa non va?» chiese il vecchio, smettendo di suonare. Io tirai fuori la testa dal piano e lo guardai imbarazzato.

«Ehm… signore, questo pianoforte non suona» dissi timidamente. Il vecchio ridacchiò.

«Ma certo che suona! Devi solo imparare ad ascoltare» fece lui, con una particolare e misteriosa enfasi sull’ultima parola.

«Ma…» insistetti «non ci sono corde. Non può suonare! Come faccio ad ascoltare?».

«Uhm…» grugnì lui in risposta, «la logica, la ragione… capire! Mai sentire…» borbottava parole apparentemente insensate, rivolto a sé stesso piuttosto che a me. Ero sempre più confuso.

D’improvviso mi fissò intensamente. «Ma certo!» disse. «Ti aiuterà lei!».

«Lei?» chiesi perplesso. In risposta il vecchio indicò la parete destra della stanza.

Per l’ennesima volta mi accorsi di qualcosa che fino a quel momento mi era sfuggito. Anzi, di qualcuno. Su una sedia vicino al muro sedeva una bambina dai lunghi capelli biondi e dagli occhi azzurri e profondi.

«Una delle mie più affezionate uditrici» disse il vecchio con un sorriso benevolo.

Mi avvicinai alla bambina. «Ciao!» le dissi. «Scusami tanto, non mi ero proprio accorto che ci fossi anche tu qui». Ma lei non risposte. Continuò a tenere lo sguardo fisso davanti a sé, senza muovere un muscolo. Notai che non batteva mai le palpebre.

«Ha qualcosa che non va?» chiesi preoccupato al vecchio. «Perché non ha risposto?».

«Ma certo che ti ha risposto!» sorrise lui. «Ti ha salutato e ti ha detto di non preoccuparti. E che è felice di conoscerti».

Rimasi sbalordito a quelle parole. Mi sembrava tutto così assurdo! Cominciai a sospettare che quell’uomo avesse qualche rotella fuori posto. Lo fissai nuovamente, a bocca aperta.

«Io non riesco a capire» confessai candidamente.

«No, non ancora» confermò lui, «ma presto ti sarà tutto chiaro. Come ho detto prima, sarà lei ad aiutarti».

«In che modo?» chiesi, spaesato.

«I suoi occhi» rispose il vecchio. «La soluzione è lì. Devi concentrarti sui suoi occhi. Guardali attentamente, non pensare a nient’altro».

Detto ciò, si risedette al pianoforte e ricominciò a suonare; o meglio, a picchiare su quei tasti muti. Che altro avrei potuto fare, se non seguire il suo consiglio?

Presi la sedia su cui mi ero accomodato poco prima e la spostai proprio di fronte alla ragazzina. Mi sedetti e la osservai intensamente, mentre in sottofondo udivo ancora i lievi ticchettii dei martelletti insieme al crepitio delle fiamme nel camino. Mi concentrai su quegli occhi e vidi che erano davvero profondi come l’oceano. Presto mi resi conto che la mia attenzione cominciava a calare. Stavo sprofondando in quegli occhi: era come entrare in uno stato di trance.

E la musica arrivò, inattesa, improvvisa, come una meravigliosa tempesta. Arrivò a sconvolgermi la mente e l’anima. Era una cascata impetuosa, un torrente in piena. Mi trascinava con sé, inesorabile. Le note si rincorrevano rapide, in perfetta armonia, talvolta leggere, talvolta così forti da far tremare tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi.

La musica arrivò e la mia mente smise di pensare. Volevo che non finisse mai, che durasse per l’eternità. Non avevo mai ascoltato nulla di simile in vita mia e sapevo che nulla di simile avrei più ascoltato fino al giorno della mia morte. Il mondo non esisteva più intorno a me; vedevo solo gli occhi della bambina, che tenevano inesorabilmente incatenati i miei. Tutto il resto era musica: sublime, indescrivibile musica.

Avvertii i raggi del sole sotto le palpebre chiuse. La stanza, il fuoco del camino, gli occhi della bambina: tutto era svanito. Solo la musica continuava a risuonare, ma non era più nella mia testa: veniva dalla finestra del primo piano. La sonata era quasi finita, le note correvano rapide nel frenetico accelerando dell’ultima cadenza; finalmente toccarono l’apice dei due accordi finali, forti, brevi, decisi. Poi tutto tacque.

Ormai, però, quella musica era parte di me, si era insinuata sotto la mia pelle. Notai con stupore che il piccolo cancello della staccionata era aperto. Senza pensare, lo varcai e mi ritrovai a fissare il portone. Poi l’occhio mi andò sul citofono alla sua sinistra; accanto al pulsante era stampato solo un cognome: Portinari. La mia mano si sollevò automaticamente.

“Che diavolo stai facendo? Non la conosci nemmeno!” ammonì una voce in fondo alla mia testa, ma la ignorai e premetti il pulsante. Un attimo dopo fui preso dal panico: che cosa avrei detto se qualcuno fosse venuto a rispondermi?

Ma non ebbi tempo di riflettere: dopo pochi secondi il portone si spalancò. Di fronte a me stava la ragazza che poco prima aveva suonato in quel modo meraviglioso. Aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri e profondi come l’oceano. Il suo volto mi era vagamente familiare…

«Ti stavo aspettando, ragazzo» sussurrò, con voce dolce e melodiosa. Io la fissai ammutolito.

«Vieni» aggiunse, prendendomi per mano e invitandomi a entrare. Ebbi appena il tempo di dare un’occhiata alla sua casa, piena di antichi mobili finemente intagliati, con le pareti interamente rivestite di legno, mentre lei mi trascinava su per le scale. Mi portò nella sua stanza: aveva un bellissimo pianoforte a coda sistemato accanto alla finestra. Sembrava molto antico.

«Ti va di ascoltarmi mentre suono?» mi chiese.

«Certo» risposi confuso.

E mentre lei si accomodava sullo sgabello, mi resi conto che anche quel pianoforte aveva qualcosa di familiare. Feci scorrere le dita sul suo legno antico. Fu allora che mi accorsi del coperchio mezzo sollevato; infilai la testa per guardare all’interno e vidi il telaio e la tavola armonica completamente vuoti. Era proprio lui: il pianoforte senza corde.

La ragazza sorrise, sollevò le sue bianche, delicatissime mani sulla tastiera e cominciò a suonare.

Andrea Vanacore

andrea vanacore

Mi chiamo Andrea Vanacore, sono nato a Roma il 12/05/1989. Sono da sempre appassionato di poesia e letteratura, passione che da più di qualche anno convive con quella per la musica e per il pianoforte, che mi diletto a suonare in modo amatoriale da quando avevo 16 anni. Mi sono laureato con 110 e lode in Lettere (triennale) il 22/02/2012 a Roma Tre, e tra pochi giorni conseguirò, nello stesso Ateneo, la laurea magistrale in Italianistica. Ho partecipato ai due incontri del workshop Come ti insegno a comporre, tenuti dal maestro Remo Vinciguerra e organizzati da Pianosolo. Credo che la musica, la poesia e la letteratura, arti fra loro complementari, siano le più alte forme d’espressione dell’animo umano.

 

 

 

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