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Il clavicordo: un antico strumento da riscoprire e reinventare

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Il clavicordo: un antico strumento da riscoprire e reinventare

Clavicordo (1)

Quando pensiamo agli antenati del moderno pianoforte, ci viene subito in mente il clavicembalo. Ma esiste un altro strumento, molto particolare, che è altrettanto interessante: il clavicordo. Si tratta di un piccolo strumento a tastiera in cui le corde, anziché essere percosse da martelletti – come nel pianoforte – o pizzicate da plettri – come nel clavicembalo – vengono colpite da piccole tangenti metalliche (molto simili, per intenderci, alle barrette d’ottone che delimitano i tasti di una chitarra). Queste hanno una doppia funzione: da una parte mettono in vibrazione la corda colpendola; dall’altra la dividono in due parti, determinandone così la porzione vibrante e l’intonazione. La vibrazione dura fintantoché la tangente resta in contatto con la corda (ovvero, fin quando il tasto non viene rilasciato). La porzione di corda che non vibra, invece, è avvolta da strisce di feltro che vanno a smorzare il suono non appena la tangente si allontana.
Il clavicordo è uno strumento semplice, che tuttavia – al contrario sia del clavicembalo sia del pianoforte – permette di agire sui suoni successivamente alla loro produzione: se si effettuano rapide pressioni su un tasto dopo che è stato abbassato, infatti, si può ottenere un effetto di vibrato (chiamato bebung nella tradizione tedesca) e addirittura, con una pressione maggiore e continuata, un glissando al semitono o al tono superiore (come il bending nella chitarra). Naturalmente, esso consente anche – seppur all’interno di una gamma assai limitata rispetto al pianoforte – di ottenere diverse gradazioni dinamiche del suono, a seconda della forza con cui l’esecutore abbassa i tasti.

Purtroppo, però, questo interessante strumento ha un grandissimo limite: a causa delle sue dimensioni ridotte – in particolare quelle della tavola armonica – delle corde non particolarmente tese e del modo in cui vengono messe in vibrazione, esso produce suoni molto deboli e non può assolutamente essere sfruttato in una sala da concerto. La sua funzione è stata, sin dal Rinascimento, quella di strumento da studio: non è mai entrato all’interno di una composizione sinfonica o di un concerto. È stato, a tutti gli effetti, inservibile nelle esecuzioni pubbliche, almeno fino a oggi.

Il XX secolo, infatti, ha visto svilupparsi nuove tecnologie che permettono l’amplificazione elettrica dei suoni: nel corso del Novecento sono nate le chitarre acustiche amplificabili, le elettroacustiche e le elettriche. Ecco, dunque, che il clavicordo diviene improvvisamente utilizzabile: sarà sufficiente collegarlo a un amplificatore e anche la più grande sala da concerto del mondo potrà ascoltarne il suono. Lo intuì l’eclettico musicista Friedrich Gulda, che vediamo, in un concerto del 1981, alle prese con alcune composizioni di Bach eseguite su un clavicordo amplificato.

Ma le possibilità non si esauriscono qui. Partendo dal funzionamento del clavicordo e sfruttando l’evoluzione delle tecnologie elettriche ed elettroniche, infatti, l’ingegnere e musicista Ernst Zacharias brevettò negli anni Sessanta, per l’azienda tedesca Hohner, un nuovo tipo di strumento: il clavinet. A differenza del clavicordo, il clavinet ha la tastiera posizionata sopra le corde: le tangenti, di gomma anziché di metallo, si trovano direttamente sotto i tasti. Lo strumento è sprovvisto di tavola armonica: proprio come nella chitarra elettrica, la vibrazione acustica della corda viene convertita in segnale elettrico tramite i pick-up e inviata all’amplificatore. Alcuni pulsanti di controllo sulla sinistra consentono di modificare il timbro e la distorsione del suono. Malgrado le affinità con la chitarra elettrica, il clavinet possiede una sua sonorità caratteristica e permette di eseguire staccati molto marcati ed espressivi. È stato impiegato massicciamente negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, sia nel rock sia nel pop e, in modo particolare, nella musica funk. Nel video di seguito riportato possiamo apprezzarne il suono.

Un limite del clavinet rispetto al clavicordo tradizionale, dovuto alle sue caratteristiche strutturali, è l’impossibilità di eseguire il vibrato o il bending. Volendo usare un termine musicale di moda oggigiorno, esso è privo di aftertouch. Per ovviare a questo problema, sì è tentato – per ora solo a livello amatoriale – di costruire strumenti elettrici che recuperassero la struttura del clavicordo e le sue possibilità espressive. Possiamo ammirare, nel video che segue, un prototipo ideato negli anni Novanta da uno studente inglese: malgrado la modesta qualità timbrica – dovuta certamente ai limitati mezzi del costruttore – questo strumento può eseguire vibrati, bending e altri effetti che vanno al di là delle possibilità stesse del clavicordo, come ad esempio il cosiddetto palm muting, che si ottiene appoggiando una mano sulle corde e stoppandone la vibrazione.

Vediamo quindi come, attraverso queste evoluzioni moderne del clavicordo tradizionale, si possono oggi ideare strumenti a tastiera che, pur legati alle nuove tecnologie elettriche ed elettroniche, siano strumenti reali, in cui vere corde vengono messe in vibrazione. Molto spesso, invece, i tastieristi sono costretti a servirsi di strumenti “finti”, che si limitano a riprodurre suoni campionati (i pianoforti digitali e le master keyboard) o creati da un computer (i sintetizzatori), senza poterli generare autonomamente.

Insomma, possiamo affermare che la semplice ed efficace tecnologia del clavicordo, uno strumento d’epoca, legato alla musica rinascimentale e barocca e relegato nelle camere degli apprendisti, apre oggi nuove strade alla sperimentazione timbrica e alla costruzione di strumenti elettrici innovativi, che creino un connubio fra antico e moderno.

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Mi chiamo Andrea Vanacore, sono nato a Roma il 12/05/1989. Sono da sempre appassionato di poesia e letteratura, passione che da più di qualche anno convive con quella per la musica e per il pianoforte, che mi diletto a suonare in modo amatoriale da quando avevo 16 anni. Mi sono laureato con 110 e lode in Lettere (triennale) a Roma Tre, ed ho conseguito, nello stesso Ateneo, la laurea magistrale in Italianistica. Ho partecipato ai due incontri del workshop Come ti insegno a comporre, tenuti dal maestro Remo Vinciguerra e organizzati da Pianosolo. Credo che la musica, la poesia e la letteratura, arti fra loro complementari, siano le più alte forme d’espressione dell’animo umano.

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