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K. Hafner, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto (2009, Einaudi)

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K. Hafner, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto (2009, Einaudi), 5.0 out of 5 based on 2 ratings

K. Hafner, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto (2009, Einaudi)

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Questo libro racconta una storia d’amore. È la storia d’amore di Glenn Gould e del suo pianoforte e a raccontarcela è Katie Hafner, giornalista, scrittrice e pianista dilettante, in “Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto”.

Il genio e l’arte del pianista canadese sono noti a tutti e anche le sue ossessioni, le sue manie che ci hanno restituito l’immagine di una personalità complessa ed eccentrica. “Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto” non è una biografia dell’artista e nemmeno un esempio di buona saggistica di settore. Attraverso interviste, lettere, narrazioni di testimoni del tempo, Katie Hafner accende un riflettore su uno degli aspetti meno frequentati relativi al pianista: il suo rapporto con lo strumento. Attraverso le pagine di questo libro ricostruiamo il tortuoso e accidentato percorso che Glenn Gould ha seguito nella spasmodica ricerca di un pianoforte che lo rappresentasse pienamente, uno strumento dalla meccanica leggera che gli consentisse di rendere un suono quasi clavicembalistico e lo favorisse in quella perfezione tecnica che la musica di Bach, suo compositore del cuore, richiedeva.

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Gould riconosce la sua anima gemella in uno Steinway denominato CD 318 che era stato fabbricato negli anni del secondo conflitto mondiale, quando anche la nota fabbrica di pianoforti aveva dovuto piegare la propria produzione alle esigenze belliche e si era data prima alla fabbricazione di alianti e poi di bare. Un pianoforte dunque che nasce in un momento in cui era difficile costruire nuovi strumenti e che avrà una vicenda singolare anche in seguito, quando finirà ad abbellire gli spazi di un rivenditore di Toronto e poi addirittura in un sottoscala. Gould troverà per caso il CD 318 e non se ne separerà più.

Alle vicende di Gould e del suo pianoforte si intreccia la storia di un un’altra figura importante, quella dell’accordatore che si prenderà cura del CD 318. Katie Hafner ne fa figura di primo piano nella narrazione. Charles Verne Edquist era di umilissime origini, cieco, aveva cominciato ad apprendere l’arte dell’accordatura per sfuggire alla miseria ed era diventato un’eccellenza del settore, il migliore. Gould lo incontra e instaura con lui un rapporto esclusivo, ma complesso, fatto di fiducia e un attaccamento viscerale ma anche di lunghi periodi di separazione.

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La narrazione della Hafner è avvincente, proprio quella di un romanzo ben costruito, ma parte da testimonianze reali e questo ce la rende ancora più preziosa. Sono pagine che ci avvicinano un po’di più al genio e alla sua sregolatezza, alla sua sofferenza, che ci commuovono, soprattutto quando assistiamo alla fine del CD 318, entità quasi umana a questo punto, per una brutta caduta che non ne consentirà più il ripristino delle condizioni ideali. L’accanimento di Gould per salvarlo, i tentativi disperati non saranno sufficienti a restituirgli quello che è stato lo strumento su cui ha registrato le sue performance migliori. Attraverso questo libro scopriamo anche un po’ della storia della Steinway&Sons e dei suoi strumenti musicali, dei suoi manager, dei suoi accordatori, del suo rapporto con gli artisti nel corso del tempo.

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Un libro avvincente a cui non è l’aliena l’emozione di avvicinarci ancora un po’ all’artista nel tentativo di comprenderne le più intime necessità, di carpire il segreto della perfezione e di entrare nel vivo del processo creativo che generalmente conosciamo solo attraverso il suo risultato finale: l’opera d’arte.

 

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