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George Gershwin, Rhapsody in Blue (1924)

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George Gershwin, Rhapsody in Blue (1924), 5.0 out of 5 based on 289 ratings

Ci sono composizioni che hanno marcato punti nodali della storia della musica contemporanea e che dimostrano la loro rilevanza proprio nella loro persistenza, non solo nel nostro immaginario, ma nei repertori che concretamente vengono eseguiti da artisti ed orchestre di tutto il mondo o nel loro connotarsi come elementi didattici di primo piano.

Rhapsody in Blue”, del compositore americano George Gershwin, rientra a pieno titolo in questa categoria di composizioni ineludibili per chiunque si avvicini alla conoscenza dell’evoluzione storica della musica americana.

Composta nel 1924 ed eseguita per la prima volta il 12 febbraio dello stesso anno all’Aeolian Hall di New York, “Rhapsody in Blue” rappresentava il tentativo di creare una sintesi tra elementi della musica colta occidentale ed elementi jazzistici, con il fine ultimo di ottenere un autentico e originale prodotto musicale americano, la cui base culturale di partenza, all’epoca, Gershwin individuò potenzialmente proprio nella musica afroamericana, nel jazz.

Commissionatagli da Paul Whiteman e orchestrata da Fred Grofé, questa composizione nacque originariamente dal nucleo di un brano intitolato “American Rhapsody”, e,  concepita prima per soli 2 pianoforti, fu poi orchestrata per pianoforte e big band e solo un anno dopo il suo debutto fu ritrascritta per pianoforte e orchestra.

La prima esecuzione vide lo stesso Gershwin al pianoforte e rappresentò una vera e propria novità, una sorta di esperimento che mirava ad offrire la parte più genuina della moderna musica americana. Si dice che fossero presenti al debutto importanti compositori come Igor Stravinsky e Sergej Rachmaninov.

La composizione, come si deduce dal titolo, è una rapsodia, ovvero una  forma musicale generalmente libera, in un unico movimento, che non segue uno schema fisso, ma si articola piuttosto in una successione di episodi il cui legame reciproco è costituito da alcuni temi ricorrenti, progressivamente arricchiti e resi più complessi nel corso dello svolgimento musicale.

È proprio quanto accade nella rapsodia gershwiniana: il tema principale, introdotto in apertura dal clarinetto, viene poi rielaborato dal pianoforte, successivamente affidato all’orchestra, destinato a cedere il passo ad altri temi, altre melodie, ma comunque ricorrente. Questo tema riemerge, a volte mascherato, trasformato, in vari punti della composizione, alternandosi con altri temi, subendo variazioni ritmiche e dinamiche, elaborazioni armoniche, per riproporsi, quasi parola definitiva e unificante, nel finale. Elaborazione tematica a vari livelli dunque, a cui l’aggettivo “blue” conferisce il colore ed il linguaggio di uno dei più autentici prodotti della cultura americana: il blues appunto.

Gershwin definì in prima persona la sua “rhapsody”: “una sorta di multicroma fantasia, un caleidoscopio musicale dell’America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio nazionale, i nostri blues, la nostra pazzia metropolitana” e basta ascoltare la sua musica per sentire quanto vera sia questa definizione. In questa musica c’è tutta l’America, con i suoi umori contrastanti, con i rumori delle sue città, con quell’energia e quel senso concreto del fare che la connotano da sempre.

A testimoniare il valore della composizione ci sono le sue esecuzioni in tutto il mondo da parte delle più importanti orchestre sinfoniche o di illustri pianisti. Ultima ma non ultima la recente incisione ad opera del Maestro Riccardo Chailly e Stefano Bollani al pianoforte, con l’ Orchestra del Gewandhaus di Lipsia.

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