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Friedrich Gulda: il coraggio dell’eclettismo.

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“Cerco di non dover scegliere”: era questo il motto di Friedrich Gulda. Eccentrico, versatile, camaleontico, Gulda è stato un pianista straordinario, un artista che ha rotto gli schemi, dotato di una personalità dirompente.

A dieci anni dalla sua scomparsa, riguardando i video dei suoi concerti, ancora mi stupisco nel vederlo passare con disinvoltura da Bach a un’improvvisazione jazz, da Mozart al rock anni Settanta dei Doors.

Austriaco di nascita, Gulda studiò alla Vienna Music Academy, iniziando quindi un percorso formativo di estrazione classica che ne ha fatto uno dei maggiori interpreti di Beethoven e in generale del repertorio classico e romantico della musica colta occidentale, concentrando la propria attenzione su Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Schubert, ma anche Ravel e Debussy.

Dagli anni Sessanta, i suoi interessi si sono indirizzati anche al jazz, all’improvvisazione, alla dance music, al funk, esibendosi insieme a Chick Corea, a Herbie Hancock, ai Weather Report, dando prova di un eclettismo illuminato, di un’innata abilità nella contaminazione creativa dei diversi elementi costitutivi i generi musicali.

Il suo non volere scegliere è stato senza dubbio uno degli elementi che ne hanno fatto un pianista eccezionalmente colto e versatile, ma anche estremamente controverso e criticato dal mondo accademico.

Da qualche parte ho letto che è stato definito anche “pianista terrorista”, per aver messo in discussione la struttura tradizionale dell’esecuzione pianistica, del recital. A partire dall’aspetto esteriore, con i suoi cappellini di lana, le camicie a fiori, i  maglioni e i pantaloni di colori sgargianti, Gulda ha offerto se stesso al pubblico in maniera unica, in modo interlocutorio, dialogico, talvolta assecondandone le richieste, rendendolo partecipe (ad esempio battendo il tempo col piede sotto al pianoforte), stupendolo con interruzioni, commenti, apparizioni di ospiti improvvisi, omaggi floreali. Tutto questo è stato Gulda.

Maestro di Martha Argerich e di Claudio Abbado, nel coniugare nella sua carriera pianistica il repertorio classico con altri generi musicali ha dimostrato come con lucida intelligenza si possano abbattere i pregiudizi e le barriere musicali, avvicinando l’oggetto (la musica) al soggetto (il pubblico), eliminando rigidi cerimoniali esteriori, instaurando un clima di complicità, di familiarità, rendendo la musica qualcosa di meno estraneo al contesto storico e sociale in cui si compie, trasformandola in qualcosa di accessibile, reale, concreto.

Ha precorso quello che ormai sembra un assioma convalidato dalla scena musicale attuale: che tutta la musica ha dignità artistica se conosciuta, studiata, coltivata, amata con dedizione assoluta, rigore intellettuale e onestà interiore.

Ribelle alle convenzioni, criticato anche per la sua libertà come esecutore, soprattutto in quei tempi talvolta dilatati o accelerati delle sue esecuzioni del repertorio classico, in realtà Gulda è la prova concreta di ciò che significa mantenere in vita la musica di compositori come Bach o Beethoven, avvicinandola al presente, alienandola dal rischio di invecchiare sotto la patina del tempo, ricomponendone l’anima attraverso il filtro della propria soggettività, attraverso un carattere, il suo, deciso e volto alla continua ricerca, all’esplorazione di sempre nuove possibilità. Non dover scegliere significa anche continuare, appunto, a cercare. Paradossalmente le critiche al suo anticonformismo musicale, spesso dettate da timore di contaminazioni di qualcosa che è ritenuto “puro”, ad esempio una fuga di Bach, e la sua conseguente reazione volta a non assecondare le richieste dell’accademia, hanno avuto il risultato di rendere proprio certa musica qualcosa di non obsoleto, hanno fatto in modo che non fosse rinchiusa in bacheche di cristallo, o ridotta a mero oggetto di studio filologico, piuttosto che divenisse stimolo alla conoscenza e alla crescita culturale di chi ascolta.

Nel 1999, un anno prima della sua scomparsa, Gulda fece girare la notizia della sua morte, attraverso le agenzie di stampa e tutti gli organi di informazione. Quando tutto il mondo pensava che non avrebbe più potuto ascoltare un suo concerto, Gulda ricomparve in un suo spettacolo, a Salisburgo, intitolato “Friedrich Gulda’s Resurrection Party”, resurrezione appunto.

Gulda ci ha lasciato nel 2000, e oggi ci piace ricordarlo con quello che più ha valore di quanto ci ha lasciato: la sua musica straordinaria. La sua eccentricità passa in secondo piano se ci lasciamo andare a quanto ha saputo comunicare e ancora comunica seduto al suo pianoforte.

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3 COMMENTI

  1. Ciao Paola, Complimenti per l'articolo, (come sempre).
    Mi ricordo di avere visto su YouTube un video dove Gulda durante un duetto con Chick Corea improvvisamente smette di suonare, si alza e comincia ad appaludire Corea e gli grida "troppo bravo!!".
    Penso che sia da prendere come esempio sia come musicista che come uomo.
    Grazie!

    • Grazie a te Gianni.
      Mi faceva piacer ricordare questo grande musicista che, al di là del suo anticonformismo, è stato sempre animato solo da un profondo amore per la musica e da una devozione infinita.

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