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Effetto Mozart. Intervista a Gianluca Di Donato

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Effetto Mozart. Intervista a Gianluca Di Donato
a cura di Paola Parri

Parte in questo neonato 2013 un importante progetto dedicato a Mozart promosso e realizzato dal Maestro Gianluca Di Donato. Concerti, incontri, conferenze, seminari e lezioni in tutta Europa e in parte del Sud America, per diffondere la conoscenza della musica mozartiana non solo nella sua valenza esclusivamente artistica, ma anche in relazione al suo valore formativo e terapeutico. Ideatore e realizzatore di questo Progetto Mozart che si concluderà nel 2016 è il Maestro Gianluca Di Donato, classe 1972, formatosi musicalmente con pianisti del calibro ad esempio di Aldo Ciccolini o Lazar Berman e con all’attivo concerti in prestigiose istituzioni musicali internazionali e un’intensa attività didattica. Abbiamo incontrato il Maestro Di Donato per una breve conversazione sulla sua carriera musicale, sulle peculiarità musicali dei grandi compositori e naturalmente sul suo Progetto Mozart.

Per conoscere in maniera approfondita l’attività del Maestro Gianluca Di Donato potete visitare il suo sito web.

Gianluca-Di-Donato

Ecco la nostra intervista.

Paola Parri: Maestro partiamo dagli inizi. Lei ha un percorso accademico, vuol raccontarci le tappe della sua formazione?

Gianluca Di Donato: Abbastanza tradizionali. Conservatorio, anche se fu una triste esperienza, perché mi radiarono per le assenze dovute ai concerti, all’età di 16 anni, e mi diplomai da esterno con una fatica immane perché in una sola sessione di esami dovetti fare armonia, esame di ottavo e diploma. Poi, quando avevo già conosciuto Ciccolini, vinsi una borsa di studio e andai a studiare tra l’altro al Mozarteum di Salisburgo e fu un’esperienza esaltante anche perché ebbi modo di studiare con Lazar Berman e Noretta Conci Leech allieva del grande Michelangeli. Ho seguito poi masterclass con Andras Schiff e Piero Rattalino. Ma lo studio con Ciccolini fu per me determinante.

P.P.: In che modo ha inciso sul suo modo di fare musica l’incontro con Aldo Ciccolini?

G.Di D.: Ad Aldo Ciccolini debbo tutto! Lui mi ha insegnato il rispetto assoluto per il testo la giusta umiltà nell’affrontare i grandi compositori. Grazie a lui sono passato dal suono istintivo a quello razionale attraverso la consapevolezza di ciò che facevo affinando la mia tecnica, nel senso ampio del termine, quindi non semplice meccanismo. Inutile dire che tutto questo ha comportato uno studio durissimo che ho affrontato con grande impegno visti i risultati che non hanno tardato a presentarsi.

P.P.: Quali sono i compositori che maggiormente ama e frequenta musicalmente?

G.Di D.: Dopo aver letto in gioventù un po’ tutti i grandi pilastri della letteratura pianistica, da  Bach a Prokofiev, mi sono concentrato negli ultimi 10 anni sui compositori del repertorio classico – romantico di aria tedesca, quindi Mozart Beethoven Schubert Brahms soprattutto e contemporaneamente a Debussy, Shostakovich e alla seconda scuola di Vienna che amo in modo straordinario. Questi autori, che sento particolarmente adatti alle mie peculiarità sia pianistiche che musicali, mi permettono di sviluppare non solo il mio suono ma mi danno anche la costante possibilità di imparare a leggere il testo non necessariamente in termini pianistici

P.P.: Qual è la sua idea di interpretazione? In che modo lei si avvicina allo spartito di un grande compositore?

G.Di D.: Come le dicevo, grazie a Ciccolini, ma anche ai rapporti avuti con Andras Schiff, per me interpretare significa presentare e non presentarsi, tutto parte da ciò che è scritto, noi siamo  dei medium tra il pubblico ed il compositore, quindi la prima cosa che faccio è cercare, leggendo il testo, di capire la strada da prendere e solo in un secondo momento mi siedo al pianoforte per testare le mie idee e studiare il brano dal punto di vista tecnico. Ovviamente questo processo può durare anni, perché, non essendoci una verità oggettiva, la ricerca deve essere costante e ovviamente con l’età le cose cambiano spesso radicalmente, ma come spesso dico ai miei allievi l’importante è comunque farsi un’idea prima di mettere le mani sullo strumento. La musica è arte e quest’ultima non merita mai approssimazione.

P.P.: Quanto conta una buona cultura musicale in genere, fatta di letture e ascolti, per un interprete?

G.Di D.:  È fondamentale! Noi siamo musicisti e non musicanti; non si può capire Beethoven se non si hanno conoscenze di ordine filosofico, così come è impossibile dar voce a Schumann senza conoscere la letteratura o a Shostakovich ignorando la situazione storico politica di quel periodo. Ovviamente va da sé che è del tutto inutile provare a suonare qualcosa senza conoscere tutta la produzione di quel compositore ed in alcuni casi, vedi Mozart Beethoven o Schubert, è una conditio sine qua non. Non posso interpretare un concerto di Mozart senza conoscere il suo teatro o una sonata di Beethoven senza sapere cosa avviene nei suoi quartetti o nelle sinfonie così come la liederistica schubertiana è alla base di tutta la sua produzione sia dal punto di vista strutturale che musicale.

P.P.: Lei ha suonato l’integrale di Schubert. Qual è il motivo del suo interesse per questo compositore?

G.Di D.: Quello che sarebbe stato l’autore con il quale oggi spesso vengo identificato è stato un traguardo molto particolare, perché, pur amandolo molto, da ragazzo non riuscivo a suonarlo in pubblico senza aver paura, e questo mi ha fatto capire tante cose, in primis che l’istinto ha i suoi limiti ( da ragazzino suonavo tutto d’istinto) e poi che se si sale sul palco dicendo < ascoltate come sono bravo> invece che < ascoltate com’ è bella questa musica>  non solo si ha paura di suonare, perché il tutto è vissuto come un esame o un test,  ma soprattutto non si rende per niente un buon servizio alla musica, ma questo vale anche per il teatro e l’arte di rappresentazione in genere. Lo studio e l’esecuzione integrale della sua musica hanno rappresentato per me un traguardo importantissimo, ma soprattutto mi hanno insegnato a scavare nello spartito cercando di trovare quel filo rosso che collega tutta la produzione di questo immenso artista. Purtroppo ancora oggi molte delle sue sonate sono delle Cenerentola nel repertorio di tanti pianisti e questa cosa la trovo grave e ingiustificabile.

P.P.: Ha inciso un cd dedicato alla musica di Claude Debussy. Debussy il rivoluzionario?

G.Di D.: Debussy è un unicum nella storia della musica, un genio assoluto, non ha precedenti ne epigoni, il suo fascino è immenso ed è forse l’unico grande compositore del 900 che non è mai caduto nel kitsch. Non amo le etichette e più che mai parlare di impressionismo in Debussy è limitante e spesso fuorviante, sarebbe  più opportuno parlare di simbolismo, ma la sua fantasia la sua capacità di creare un suono unico di grande suggestione e nello stesso tempo comporre brani che non fossero solo sfoggio di timbri lo ha reso, come dicevo, talmente unico che nessuno, nonostante qualche tentativo anche in casa nostra (vedi Malipiero) è riuscito a imitarlo. La sua evoluzione, dai primi brani bohèmien passando per la magia dei Preludi, Images, La mer fino alle  ultime opere come i geniali 12 studi per pianoforte, è per me un vero miracolo di chiarezza compositiva, lui stesso era maniacale nella scrittura preciso come nessuno prima di allora nelle indicazioni dinamiche e nel calibrare un pianismo ereditato da Chopin e che in lui viene portato a livelli eccelsi.

P.P.: Da quest’anno lei mette in atto un progetto dedicato a Mozart di durata pluriennale. Vuol dirci in cosa consiste e quali sono le finalità del progetto?

G.Di D.: Ho deciso di dedicare i miei prossimi anni allo studio della musica di Mozart, sia per crescere che per provare a capire quello che considero il più grande genio della musica. Nell’ottica di quella completezza di cui le parlavo prima ho ritenuto opportuno lanciarmi nell’esecuzione integrale di tutta la sua maggiore produzione pianistica, dalle sonate per pianoforte solo a quelle con violino, dai concerti con orchestra alle opere a quattro mani e due pianoforti senza tralasciare i due meravigliosi quartetti ed il quintetto con strumenti a fiato. All’esecuzione pubblica affiancherò anche incontri con gli studenti per parlare della sua musica perché è di fondamentale importanza interagire con quello che sarà il pubblico di domani e questo anche per supplire alla grave carenza di insegnamento della musica nelle scuole soprattutto in quelle  elementari.

P.P.: Parliamo della musica di Mozart. Sospeso fra leggerezza e drammaticità, Mozart da sempre esprime un meraviglioso compendio dell’animo umano. C’entra qualcosa il teatro?

G.Di D.: Il teatro in Mozart è l’alfa e l’omega, tutto parte e finisce lì. Lui stesso considerava quella forma la più alta del genere musicale, quella che gli permetteva di parlare nel modo più chiaro possibile ed è nel genere teatrale che Mozart ha scritto alcuni fra i massimi capolavori non solo della musica ma dell’arte in genere. Ed è in quest’ottica che mi muovo per capire alcune soluzioni che trovo nei suoi lavori per pianoforte e che diversamente non si spiegherebbero. Mozart per me è molto più drammatico d Beethoven, la sua azione in questo senso spesso si palesa nelle pause o in momenti apparentemente calmi ma che sono carichi di dramma e tensione, potrei fare esempi innumerevoli, ma basterebbe parlare del valere della tonalità e del significato che dà alla stessa per capire che se un brano è scritto in re minore, ad esempio,  non poteva essere scritto che in quella tonalità. La luce del suo do maggiore, la potenza di certe soluzioni armoniche o del miracoloso senso dell’orchestrazione, mi fanno rifuggire dall’idea di leggerezza che è spesso molto pericolosa perché Mozart si presta a diverse interpretazioni ma certo non a quelle in punta di piedi, altrimenti si commetterebbe lo stesso errore che si è commesso con Chopin per troppi anni, per motivi diversi.

P.P.: Quali sono secondo lei i principali contenuti della musica mozartiana? C’è una coerenza logica e quindi musicale nella sua prolifica produzione?

G.Di D.: È tutto chiarissimo, non una virgola è fuori posto, ma sulla carta; ecco perché la traduzione fisica in suono è un’operazione tremendamente difficile, perché una volta che hai eseguito le note, mai come nel suo caso, non hai fatto assolutamente nulla. È pur vero che in Mozart tutto dovrebbe essere semplice, mai un eccesso mai un’esagerazione, ma è proprio questo il problema, riuscire a dire tutto in modo chiaro ed esauriente senza forzare il testo, senza far ricorso ad un suono troppo cesellato, troppo artificiale, tutto andrebbe declamato, cioè cantato anche nei passaggi veloci, credo che sia l’unico modo valido per articolare correttamente una sua frase.

P.P.: Il progetto ha rilevanza non solo per la musica di Mozart in sé, ma anche per le sue finalità didattiche e per alcuni aspetti legati alla musicoterapia. Cos’è l’effetto Mozart?

G.Di D.: Come dicevo uno degli aspetti fondamentali di questo progetto è portare la musica di Mozart nelle scuole non solo per permettere ai ragazzi di ascoltare la sua musica ma anche per testare gli effetti scientifici che molti dei suoi lavori hanno soprattutto nello sviluppo di alcune facoltà dei bambini nell’apprendimento. Grazie a mia moglie, Elisa Vesce, che è una fantastica musico terapeuta, da oltre quindici anni ho scoperto in modo più specifico le potenzialità extramusicali di Mozart e questo anche attraverso testi importanti come quelli di Tomatis e Don Campbell autore del libro Effetto Mozart. Le tesi sono molte, gli effetti sono palesi sia nello sviluppo delle facoltà logiche sia nella capacità di infondere, soprattutto nei bambini di età inferiore ai dieci anni, una senso di calma e di equilibrio straordinari; come avvenga tutto questo è complesso da spiegare, ma so che avviene, l’ho visto ed è uno dei maggiori miracoli della sua musica.

P.P.: Suonare Mozart. Quali sono secondo lei le principali difficoltà tecniche e interpretative nell’approccio alle sue composizioni pianistiche (sonate, piano concerti, produzione cameristica, ecc)?

G.Di D.: Il grande pianista austriaco Arthur Schnabel diceva: “troppo facile per i dilettanti troppo difficile per professionisti!” Ed è vero. L’apparente facilità di scrittura cela una grande complessità, perché complesso era il carattere di Mozart, un ragazzo che per certi versi non voleva crescere ma che per altri sapeva di essere molto ma molto più grande dell’età che aveva. Le difficoltà interpretative sono molteplici, come accennavo in precedenza, sono legate alla conoscenza che si deve avere di tutta la sua produzione ma anche del carattere dell’uomo Mozart e della sua condizione esistenziale. Mozart fu un uomo moderno, rifiutò le certezze di una vita tranquilla ma che gli avrebbero impedito di realizzare la sua vena artistica nel modo più corretto e giusto, sentiva di avere tanto da dire e non accettò compromessi. Sappiamo gli esiti catastrofici che questo comportò nella sua vita ma sappiamo anche che questo sacrificio ha permesso all’umanità di godere di capolavori universali.

In quanto ai problemi tecnici, ripeto la sua scrittura trae in inganno, quella semplicità è frutto di un grande lavoro e solo studiando in modo intelligente i suoi passaggi potranno avere senso ed essere superati n modo corretto. Diffido delle varianti ritmiche per risolvere i passaggi complessi, hanno molto più senso quelle dinamiche, ma nella musica di Mozart tutto deve essere fraseggiato come passaggi vocali,anche i passaggi rapidi, le scale gli arpeggi, non sono mai delle formule pianistiche ma sono una traduzione pianistica di qualcosa di ben diverso come avverrà in Beethoven,  quindi vanno studiati con le orecchie ben tese ascoltando tutto cercando un suono cantabile anche la dove sembra che canto non ci sia. Questo principio permette di superare moltissimi ostacoli pianistici in tutta la letteratura, se non so dove andare non saprò neanche la strada da percorrere, il segreto per me sta tutto qui, nessun passaggio potrà mai essere risolto se non ho chiara l’idea che ho dello stesso.

P.P.: Lei svolge anche attività didattica. Un consiglio generale per crescere musicalmente.

G.Di D.: Curiosità, ascolto, ricerca e studio, tanto tanto studio!

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2 COMMENTI

  1. Ciao Sergio.
    Concordo con quello che dici. Infatti me ne sono accorto che non potevo capire quello che voleva dire, ho 17 anni.
    Per questo mi sono quasi spaventato quando ha detto che Mozart può essere più drammatico di Beethoven; mi sono molto stupito, perchè io adoro Beethoven, è il mio compositore preferito.
    Ovviamente ho capito subito che c’era qualcosa che non potevo capire.
    Cmq grazie mille a Paola per questa intervista interessantissima =D
    Sempre un motivo per crescere!

  2. Come sempre uno splendido contributo alla cultura ed all’arte; occorre però avere già delle basi di storia della musica per poter, almeno in parte capire, ciò che il Maestro dice, occorre avere delle esperienze di teoria musicale etc etc.. in pratica aver già intrapreso da tempo un percorso culturale tale da poter portare l’ascoltatore ad apprezzare quel che viene detto e che condivido appieno. Vorrei peraltro che i lettori non si spaventassero pensando che la musica possa essere solo così elevata… a questi livelli si arriva con il tempo e lo studio profondo, l’importante è avvicinarcisi e farsi trasportare… con la volontà e l’impegno pian piano si arriverà ad apprezzarne le vette più alte. Grazie Paola.

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