Chucho Valdés

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Chucho Valdés

Terra madre: Cuba, uno dei paesi al mondo in cui la musicalità sembra quasi far parte del Dna, una sorta di elemento genetico basilare, uno dei luoghi in cui la musica è parte integrante del quotidiano ed è voce privilegiata per esprimere gioia e dolore, speranza e disperazione. E a Cuba infatti è nato nel 1941 Chucho Valdés, figlio del pianista e compositore Bebo Valdés e di Pilar Rodríguez, insegnante di pianoforte e cantante. Nato quindi con la musica nel sangue, dentro e intorno, un destino quasi obbligato.

Leggendo la sua biografia ufficiale scopriamo che a 3 anni Chucho già suonava a orecchio le canzoni udite in radio e che, dopo il diploma al Conservatorio municipale dell’Havana, a soli 15 anni, formava il suo primo trio.

Segue il padre Bebo e suona nell’orchestra da quello diretta “Sabor de Cuba”. Nel 1963 fonda il suo primo combo con cui l’anno successivo pubblica il suo primo lp “Jazz Nocturno”. Il punto di partenza di Chucho è la musica della sua terra, Cuba, con i suoi ritmi, la sua peculiare struttura, il retaggio pianistico del padre Bebo, una formazione classica e l’interesse per il jazz. Un viaggio, il suo, attraverso e verso quello che viene definito Latin Jazz, qualcosa che non è una sola musica, ma molte musiche insieme, ibrido prodotto dell’incontro fra culture musicali differenti.

Chucho riesce a mettere in relazione la musica classica acquisita con la sua formazione, da cui deriva un forte senso melodico, il bebop e la complessa ritmica della tradizione afro-cubana.

Già nel 1970, in occasione del suo debutto in Polonia con un combo in forma di quintetto, Chucho Valdés era definito uno dei 5 migliori pianisti al mondo insieme a Bill Evans, Oscar Peterson, Herbie Hancock e Chick Corea.

Decisivo il 1973, anno di fondazione del suo gruppo “Irakere”, dal suggestivo nome che rimanda alle foreste africane inesplorate dai bianchi, regno del percussionismo africano più puro poi esportato in territorio cubano. “Irakere” rappresentò all’epoca una vera e propria rivoluzione musicale a Cuba, un tentativo da parte delle giovani generazioni di musicisti cubani di dare nuova forma e impulso vitale alla musica della propria terra. Forte impianto ritmico di ascendenza afro-cubana, jazz, latin jazz appunto, “Irakere” fu un evento protratto nel tempo, di cui fecero parte anche grandissimi musicisti come Paquito D’Rivera e Arturo Sandoval, e con cui Chucho Valdés ha prodotto ben 52 dischi.

La vera scoperta di Chucho Valdés e la rivelazione del suo talento al mondo avviene nel 1977, grazie a Dizzy Gillespie che si reca a Cuba con Stan Getz. Un incontro di reciproco arricchimento che conferma la direzione della musica di Chucho, una espansione dettata non solo da curiosità intellettuale, ma anche da un desiderio di ripercorrere la storia della musica di Cuba aprendo alle sollecitazioni esterne come fonte di prezioso sapere. Il risultato è un approccio alla tradizione autoctona nel senso della modernità e una rilettura di quelli che sono invece gli standard jazz più noti con la ritmica tipica del latin jazz.

Uno degli elementi caratterizzanti le formazioni musicali di Chucho Valdés è la presenza di numerose percussioni, ad esempio i cosiddetti tamburi batà, legati al rituale della santería, la pratica religiosa nata dalla sintesi fra elementi del cattolicesimo e della tradizionale yoruba, propria invece degli schiavi africani deportati ad esempio proprio a Cuba. La musica svolge la fondamentale funzione di scandire il rituale, è elemento imprescindibile della pratica religiosa e le forme ritmiche peculiari sono pronunciate proprio dalle percussioni.

D’altro canto Chucho non prescinde nemmeno da uno dei precursori del latin jazz, Chano Pozo, percussionista che lavorando con Dizzy Gillespie aveva introdotto i ritmi afrocubani nel bebop e ne aveva resa possibile l’appropriazione da parte della cultura musicale nordamericana.

Come ogni grande Chucho Valdés è musicalmente l’intersezione di linguaggi diversi, fonte inesauribile di innovazione.

In piano solo Chucho Valdés ci ha regalato alcuni dischi come “Live in New York”, in cui esprime un virtuosismo tipico dei musicisti della sua terra, una tecnica strepitosa, finalizzata però all’espressione del sentimento, a quella qualità dell’individuo che attiene alla sfera emotiva, quindi un virtuosismo mai disgiunto da una predilezione per la melodia come voce primaria.

Abbiamo ascoltato Chucho Valdés a Umbria Jazz 2011, in una strepitosa performance con i suoi Afro-Cuban Jazz Messengers, nome che cita implicitamente Art Blakey per una comunanza di intenti. Il suo ultimo disco: “Chucho’s Steps” gli ha procurato l’ottavo Grammy della sua carriera.

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