Home Classica Chopin: Preludio Op.28 N.15 – “La goccia d’acqua” (Spartito)

Chopin: Preludio Op.28 N.15 – “La goccia d’acqua” (Spartito)

12
GD Star Rating
loading...
CONDIVIDI
Chopin: Preludio Op.28 N.15 - "La goccia d'acqua" (Spartito), 5.0 out of 5 based on 300 ratings

Oggi vi proponiamo un brano che fa letteralmente sognare. Si tratta del preludio op.28 n.15 di Chopin in Reb maggiore. Questo brano viene anche chiamato “La goccia d’acqua”. Perché viene chiamato così?

Perché questo brano è caratterizzato da una nota, quel Lab ostinato che si presenta in tutto il brano, che ora è un Lab, e poi un Sol# (che enarmonicamente sono la stessa nota) e questo continuo ribattere del Lab ricorda appunto il cadere di una “goccia d’acqua“.

 

Nella prima parte del brano abbiamo dunque il Lab che è ribattuto con molta delicatezza ma in modo ostinato:

È un “Lab benevolo” come spiega il maestro Modugno nel Dvd Raccontare Chopin, di Corrado Augias. Il Lab continua ad essere ribattuto fino a quando dalla mano sinistra viene ceduto alla destra sotto forma di “Sol# malevolo”:

 

Questa è una notazione particolare. Come vedi nella figura, quei Sol# sono delle minime con una linea obliqua sulla gambetta della nota e sopra hanno 4 puntini. Cosa significa?

È un segno di abbreviazione. Anziché scrivere sempre quartine di crome di Sol#, chi ha trascritto il brano ha preferito scrivere una minima (che forma 4 crome) con quella linea obliqua che sta a significare che la minima viene scomposta in crome. Se le linee oblique fossero state 2, la minima avrebbe dovuto essere scomposta in semicrome e così via.

Quei 4 puntini sopra in genere non vengono segnati graficamente, però qui sono stati inseriti per specificare che ci sono solo 4 crome per minima.

Qui  trovi il download dei Preludi op.28.

 

Pianosolo consiglia

12 COMMENTI

  1. Gentissima Maria…. sai sicuramente molto molto bene , quanto sia ” laborioso” giungere ad ..”imbastire” un pezzo di ” apparente” semplicita’…. ma laborioso o come dice il Sig. Giulio Cinelli a ragione, “complesso” ; ma questo non significa impossibile….. nulla e’ impossibile quando si dedica del tempo, anche se poco, al nostro pianoforte che amiamo e sicuramente moltissimo, altrimenti non staremo qui a parlarne..nel mese di agosto…
    se pensi a dedicarTi al pianoforte in periodo di vacanze , hai dalla Tua parte la costanza, l’amore per la musica , la necessaria voglia di studiare…quando tutti pensano al mare…!!!!!!!!
    e vedrai come riuscirai ad eseguirlo bene !!!!!!! parlane con il tuo Maestro… in bocca al lupo!!!!! giuseppina.

  2. Ciao Maria, credo che l’esecuzione di questo pezzo sia abbastanza complessa. Per complesso intendo che alla base serve una buona padronanza del mezzo e dell’espressività, assolutamente indispensabile in questo tipo di pezzo. Nulla toglie che tu possa esplorarlo e arrivare ad un buon punto, dato che hai molto tempo a disposizione per lo studio. Ti consiglio vivamente di farti affiancare da un Maestro in carne ed ossa che possa darti i consigli e possa seguire i tuoi sviluppi. L’apprendimento è estremamente soggettivo e ricco di variabili.

  3. Perfetta esecuzione. E’ molto difficile imparare a suonare questo brano? Di Chopin ho fatto il valzer 69 n 2, 64 n 2, notturno 9 n 2 però quest’ultimo facilitato. Ho appena terminato l ‘adagio 332 di Mozart e Consolation n 3 di Listz che non ho trovato particolarmente difficile anche se ho impiegato un paio di mesi a studiarla bene tutta e a memoria. Sono seguita da una brava insegnante che mi ha assegnato questo pezzo per l’estate facendomi scegliere tra la “goccia” e il notturno n 20. La ” goccia d’acqua” mi sembra per me più fattibile poichè la devo preparare da sola in quanto le lezioni le riprenderò a settembre. Secondo voi ce la posso fare? Posso dedicare allo studio circa due o tre ore al giorno. Grazie

  4. Non ho mai trovato una descrizione così vera di un brano di chopin

    di Luigi Giussani

    Avevo sentito decine e decine di volte questo pezzo di Chopin con il mio povero papà, che amava sempre sentire musica tutte le mezz’ore che era a casa. Questo pezzo piaceva molto a mio padre e anche a me è incominciato a piacere: man mano che diventavo grande – nove, dieci anni – è incominciato a piacere. Mi piaceva molto la melodia di primo piano, perché è facile ad intendersi ed è molto piacevole: il primo sentore del pezzo impone, infatti la suggestività della musica di primo piano.

    Ma dopo averlo sentito decine e decine di volte – era ancora prima di entrare in seminario (mi mancavano ancora alcune settimane ad entrare, perché avevo deciso: dal giugno all’ottobre avevo deciso) – successe che, mentre ero lì seduto, sento che mio papà attacca ancora questo pezzo. Improvvisamente ho capito: ho capito che non avevo capito niente. Ho capito che il tema del pezzo non era la musica di primo piano, la melodia immediata, tenera e suggestiva, di primo piano; non era l’audizione istintiva del pezzo che faceva emergere la verità del pezzo.

    La verità dei quel pezzo era una cosa assolutamente monotona, tanto monotona è una sola nota che si ripete continuamente, con qualche leggera variazione, dal principio alla fine. Ma quando uno si accorge di questa nota, è come se il resto – e così deve essere – passasse, non in seconda linea, ma ai margini, diventando come la cornice di un quadro. Nel quadro c’è questa nota, il quadro è fatto solo di questa nota, che diventa come una fissazione, e così, dal principio alla fine, si è come percossi continuamente da questa fissazione.

    E io ho capito, senza poterlo pronunciare in un discorso, ho intuito allora di che si trattava. Ho detto: “Così è la vita! Questo pezzo è bellissimo perché è il simbolo della vita”. Nella vita l’uomo è percosso dalle cose che lo inteneriscono più istintivamente, che istintivamente gli piacciono, gli sono di comodo, di gusto… Insomma, domina l’istinto, l’immediato, il facile, il travolgente.

    Invece la vita è una cosa che sta al di là della musica di primo piano: è una nota sola dal principio alla fine, da quando si è fanciulli a quando si è vecchi.

    Una nota sola. Quando ci si accorge di questa nota non la si perde più, non si può più perderla, resta una fissazione. Ma è una fissazione che rende saggi, è la fissazione che fa il sapiente, è la fissazione che fa l’intelligente, è la fissazione che fa l’uomo: è il desiderio della felicità. Quella è la nota che dal principio alla fine domina e decide del significato di tutto il brano di Chopin; questa è la nota che decide dal principio alla fine cos’è la vita dell’uomo: è la sete di felicità. Qualunque cosa ti piaccia, qualunque cosa ti attiri, qualunque cosa desideri, al momento ti fa lieto, ma dopo passa. Ma c’è una nota che rimane intatta, pur con qualche leggera mutazione; dal principio alla fine rimane intatta nella sua profondità e nella sua semplicità assoluta, e – dicevo prima – nella sua univocità domina la vita: la sete di felicità.

    Tutti gli artisti hanno, in qualche loro pezzo più bello degli altri, il genio di ricomporre e ripetere questa monotonia, che è più bella di qualsiasi variazione.

    A un certo punto, se si segue la nota come fissazione, è come se non si riuscisse più a fiatare, perché si è come oberati, diventa un peso questa nota, tanto che a un certo punto la nota si ritrae e la musica di primo piano sembra averla vinta. Come dire: “Finalmente ci siamo! Finalmente siamo liberi!”. E scandite due, tre, quattro note, in fondo. Ma uno ha appena finito di pensare: “Siamo liberi da questa nota”, che quella nota riprende e finisce il pezzo. La sete di felicità, il destino di felicità si può per breve tempo obliterare, dimenticare, ma ritorna, come urgenza senza della quale l’uomo non può vivere: inizia e finisce il breve brano della nostra vita.

    Così abbiamo fatto risentire questo brano di Chopin perché quella nota sia riconosciuta da voi in voi stessi: perché l’io è un brano di musica fatto di quella nota, che ha a tema quella nota, anche se le cose che fanno impressione sono quelle più superficiali: il piacere immediato, il gusto immediato, la riuscita immediata, l’impressione immediata, la reazione, l’istintivo… Quella nota distrugge continuamente l’istinto e impedisce che ci si adagi e ci si fermi; impedisce che ti fermi, ti arresti, perché l’istintivo impietrisce: l’istintivo dell’amore, l’istintivo della bellezza, l’istintivo del gusto del lavoro, l’istintivo della riuscita ti fossilizza, ti impietrisce. È questa nota che sbriciola queste pietre e muove tutta la realtà del tempo della nostra vita, la muove come l’acqua del fiume muove i sassi e come il mare muove la sabbia.

    Cristo è la risposta alla sete di felicità, perché è il Mistero di Dio che si è fatto uomo per farci capire; si è fatto uomo per mangiare insieme, mangiare e bere insieme, camminare insieme. Parlava come parlava qualsiasi altro, solo che c’era dentro qualcosa, c’era dentro una nota in quell’uomo…. “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo”. Finché non ne poterono più e lo assassinarono. Ma lui risorse… e la nota finisce il pezzo.

  5. Il passaggio da La bem a sol diesis da punto di vista sonoro non implica più di tanto, ma, proprio nel momento in cui si ha il passaggio è come se ci si trovasse in un trapasso, una catarsi; la mestizia del tema e l'armonia che ne deriva sono carichi di tristezza, come se quella goccia che si libra nel vuoto, andando inesorabilmente ad infrangersi e disintegrarsi verso quel limite invalicabile che le si oppone; è evidente la metafora che la piece contiene: la vita segnata dal destino crudele della fine.

    • A dirti la verità nemmeno io prima di qualche mese fa, ed è da quando l'ho conosciuto che non passa un giorno in cui io non lo ascolti o lo esegui… mi fa molto piacere il fatto che lo apprezzi anche tu Alessio! =)

  6. In assoluto uno dei miei pezzi preferiti.
    Credo sia un'opera che dimostri la geniale capacità compositiva di quel miracolo che era Chopin.
    Interpretata magnificamente da Valentina, BTW.

LASCIA UN COMMENTO