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E’ una brutta abitudine suonare col “Pilota Automatico”?

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E' una brutta abitudine suonare col "Pilota Automatico"?, 4.6 out of 5 based on 5 ratings

Per motivi di sopravvivenza il nostro sistema nervoso regola le funzioni vitali in modo automatico. Pensiamo alla respirazione o al battito cardiaco. Noi possiamo influire su queste funzioni solo in minima parte, non possiamo invece averne un controllo totale.

Ma non solo le funzioni vitali vengono compiute in modo automatico. Un’azione ripetuta di continuo si trasforma in automatismo. Pensa alle prime volte in cui guidavi. A malapena qualcuno ti poteva parlare altrimenti ti distraevi. Ora invece musica a tutto volume e Smartphone all’orecchio.

Scherzo! 🙂 Bisogna essere sempre prudenti al volante, ma in ogni modo con la pratica si acquisisce una grande padronanza dell’auto e non si pensa più ai dettagli dell’atto del guidare, come il rilascio della frizione, i singoli comandi da azionare ad esempio per mettere la freccia direzionale a destra.

Oppure, sempre rimanendo in tema “cellulare”, ora scrivi un sms in pochi secondi perché conosci già la posizione delle lettere, ma appena cambi il telefono ti ritrovi a punto e a capo.

È l’abitudine che rende automatica l’azione, e meno male che esiste! Ti immagini a dover imparare ogni volta la diteggiatura di una scala musicale??

Così come l’abitudine può essere una grande amica può essere al contempo una grande nemica. Tutti quei passaggi in un brano che sono ormai gestiti dal “pilota automatico” sono molto difficili da modificare. Anche il semplice cambiare una diteggiatura può rivelarsi un’operazione complicata.

Questo perché il nostro cervello ha ormai memorizzato la posizione di uno specifico dito su un determinato tasto, ha memorizzato il movimento della mano, del gomito, del braccio e ha memorizzato tutti quei movimenti in relazione all’altra mano. Quello che devi fare è decidere di interrompere lo schema (il “pilota automatico”) e sostituire le vecchie abitudini con una nuova. Quindi con la massima concentrazione, in quel preciso istante, tu prendi coscienza del fatto che vuoi apportare quel cambiamento. Il cambiamento avviene in maniera efficace se c’è concentrazione.

La concentrazione è un grande potere ma bisogna sfruttarlo bene. Hai mai assistito a delle presentazioni? Quelle classiche in cui siete circa un centinaio in una sala e c’è un relatore con una presentazione Power Point che spiega? Ok. Nove volte su dieci finite per annoiarvi o addormentarvi se il relatore non è in grado di catturare la vostra attenzione e quindi la vostra concentrazione. Se il relatore è mediocre tornate a casa e vi ricordate solo una minima parte di tutto ciò che avete ascoltato, forse l’inizio. Nelle presentazioni in cui il relatore invece riesce a mantenere attiva la vostra concentrazione tornate a casa e vi rendete conto che potreste praticamente ripetere tutto.

Ecco il dono della concentrazione. Proprio perché non abbiamo una concentrazione infinita, consiglio sempre di fare molte pause all’interno di una seduta di studio, proprio per riuscire a dare il massimo nel momento in cui ci si siede al pianoforte.

Per concludere questo breve articolo: suonare col “pilota automatico” va bene ma va ancora meglio se si è sempre coscienti di quello che si sta facendo. La maggior parte dei vuoti di memoria si verifica laddove il “pilota automatico” viene a mancare e subentra la ragione che fino ad allora non era mai stata interpellata. Una mia esperienza l’ho avuta sull’attacco del primo tempo della sonata “Appassionata” di Beethoven. È un passaggio che avrò fatto almeno 1000 volte eppure qualche minuto prima di un’esecuzione mi sono chiesto: “ma che diteggiatura utilizzo?” PANICO! Se oltre all’automatismo fossi stato cosciente delle dita che utilizzavo, avrei evitato quel bruttissimo momento di panico. Fortunatamente accanto all’aula dell’esibizione ce ne era una con un verticale dove ho potuto risolvere il problema 🙂 .

Pianosolo consiglia

3 COMMENTI

  1. Il pilota automatico che citi è come la storiella Zen della rana e del millepiedi.
    Una rana incontrando un millepiedi gli chiese: Ma come fai a mettere così bene i piedi uno dopo l’altro e con quel perfetto sincronismo?
    Il millepiedi si mise a pensarci solo un attimo, ma da quel momento non riuscì più a camminare senza ingarbugliarsi!

  2. Bell’articolo, davvero.
    Il vuoto di memoria è un incubo costante che mi porto dietro da quando suono, e ho notato che questa forma di amnesia mi colpisce sui pezzi ai quali ho lavorato e ripassato di più. In questo periodo sto cercando di capire se rendo di più col metodo di Busoni e stando a quello che ho letto pare proprio di sì.

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