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BRAD MEHLDAU, Live in Tokyo, (Nonesuch Records, 2004)

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BRAD MEHLDAU, Live in Tokyo, (Nonesuch Records, 2004), 5.0 out of 5 based on 282 ratings

In copertina la foto in bianco e nero di Brad Mehldau, ripreso in posizione meditativa, in totale solitudine, ci suggerisce quel silenzio che precede l’inizio di ogni suono, quel raccoglimento necessario alla musica per emergere proprio dal nulla.
Mehldau e il suo piano: solo. Registrato nel febbraio del 2003 a Tokyo, questo disco è la sintesi dell’arte di un pianista caratterialmente introverso, ma prodigo di esibizioni e registrazioni.
Il repertorio è costituito da cover, non necessariamente standard jazz, piuttosto una gamma di brani desunti dalla tradizione musicale americana che sappiamo essere molto vasta e differenziata sia nei generi che negli stili.
Da Nick Drake (“River Man” e “Things Behind the Sun”) e Paul Simon (“50 Ways to Leave Your Lover”) ai Radiohead (“Paranoid Android”), da George Gershwin ( “Someone to watch over me”, “How Long Has This Been Going on?”) fino a Cole Porter (“From This Moment on”) e a Thelonius Monk (“Monk’s Dreams”): siamo di fronte a una varietà che denota curiosità, ricerca, esplorazione.
Nonostante la diversità dei brani, è una sola voce a cantare in tutto il disco: è l’impronta inconfondibile di Brad Mehldau, la sua doppia anima di improvvisatore libero e contemporaneamente di rispettoso osservatore della traccia musicale originale, sempre punto sorgente di molteplici idee, base da cui discostarsi mantenendone però l’identità di fondo attraverso il requisito della riconoscibilità.
Il materiale a sua disposizione, sia che provenga dal rock dei Radiohead che dal complesso jazz di Monk, nelle sue mani diventa materia grezza da lavorare con la medesima cura. E l’esecuzione di Mehldau lascia percepire tutto il fascino che la musica esercita sul pianista, sia a livello di architettura, di struttura formale dei pezzi, che di stimolo all’invenzione. Le melodie note sono affrancate dalla ripetitività schematica con cui si sono sedimentate nella nostra memoria e si lasciano accompagnare da Mehldau in percorsi liberi, emotivamente coinvolgenti per chi ascolta e sentiti in prima persona da chi suona.

Modernità e classicità convivono nell’alternanza delle diverse soluzioni stilistiche che Mehldau adotta, sia che si tratti di trasformare una ballad in un blues sia che si tratti di creare echi sonori da una base ritmica percussiva, quasi a penetrare lo spirito dei compositori e cantautori come Gerswhin e Drake appropriandosene in maniera personale e irripetibile. Non c’è frammentazione o disomogeneità, Mehldau ha una cifra stilistica unitaria che proprio in quanto dettata da questa fatale attrazione ne indirizza ogni idea musicale. Introspezione, ma senza traccia di cupezza in questa musica, introspezione che precede l’atto del suonare, ritaglio di uno spazio interiore in cui cercare e trovare il proprio centro emozionale e trasporlo in note, dinamica che trova il suo culmine nelle uniche due composizioni originali del disco, le due Intro, di rara delicatezza sonora.

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