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Brad Mehldau in concerto a San Giovanni Valdarno

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Brad Mehldau in concerto a San Giovanni Valdarno, 5.0 out of 5 based on 285 ratings

Brad Meldhau concerto san giovanni valdarno

Un concerto è come un rito sacro. Si prepara la scena, si spengono le luci, si fa il silenzio, la magia comincia. A volte la musica è la stessa, identici i protagonisti, eppure ciascun live è un’esperienza unica e irripetibile, ma identica a se stessa.

Qualche giorno fa siamo andati a sentire Brad Mehldau in piano solo in Piazza Masaccio a San Giovanni Valdarno, nell’ambito del Valdarno Jazz Festival e là il rito si è compiuto. Questo pianista introverso, ma generoso, ha proposto un saggio esauriente di cosa un piano solo può suonare e può esprimere. E sul palco era l’anima blues e malinconica di Mehldau a parlarci. Una lunga performance in cui sono stati proposti pezzi storici del repertorio in solo di Mehldau, che da sempre, seguendo le tendenze del pianismo jazz contemporaneo, si appropria di brani del miglior pop-rock prodotto negli ultimi 30 anni e ne fa dei capolavori di composizione e di improvvisazione.

“So real” di Jeff Buckley, “River Man” di Nick Drake, “Smell like then spirit” dei Nirvana, “Martha” di Tom Waits, “Teardrop” dei Massive Attack: quello che abbiamo ascoltato non è rock, ma non è nemmeno jazz: è “solo” musica.

Quasi impercettibile il passaggio da un brano all’altro. Mehldau ha creato un legame indissolubile tra le diverse atmosfere di ogni pezzo, attraverso la sua ritmica possente, spostata continuamente sulla mano destra, tessendo le linee melodiche con la sinistra sulla parte alta della tastiera, dando prova di una totale indipendenza delle due mani, come se a suonare fossero due strumenti distinti. Nessun vuoto, nessuno spazio di silenzio, nessuna esitazione. Lo abbiamo visto e sentito dominare il pianoforte con una tensione drammatica che ci ha tenuti sospesi, ci ha proiettato nell’attesa emozionante di una risoluzione gioiosa del suo ininterrotto discorso musicale. Ma la nostra attesa è stata disattesa: prevalente e permanente è stata un’atmosfera di spleen, in una lucida coerenza emotivo-sentimentale che ci dice quanto da quel pianoforte sia venuto fuori l’uomo oltre che il pianista. Pochi gli interventi verbali di Mehldau, un saluto timido e leggero, poche parole: la musica ha parlato per lui, ci ha incantati e trasportati nel suo universo, ci ha dato un’emozione sincera da ricercare nella parte più profonda di noi, un luogo di passaggio in cui fermarci un attimo. E ce ne torniamo a casa un po’ più ricchi dopo questo stupendo regalo.

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