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BILL EVANS TRIO, Portrait in jazz (Riverside, 2007)

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BILL EVANS TRIO, Portrait in jazz (Riverside, 2007), 5.0 out of 5 based on 284 ratings

bill evans portrait jazzImpossibile circoscrivere Bill Evans a una definizione. Il suo pianismo ha rivoluzionato non solo la concezione del piano nel jazz, ma ha influenzato molti dei pianisti moderni, ne è divenuto fonte di emulazione e di ispirazione. Dotato di un’incredibile abilità tecnica, definito spesso un poeta del pianoforte, ha creato un suo personalissimo linguaggio in cui poliritmia, espressività, incessante ricerca, hanno dato vita ad alcune pietre miliari del pianismo jazz e non jazz, sia quando si è espresso in piano solo che in varie formazioni. La sua ricerca è stata ininterrotta, la sua vicenda di musicista si è intrecciata a doppio filo alla sua storia di uomo, regalandoci tanta della più bella musica del XX secolo.

Portrait in jazz è il primo disco del trio Bill Evans (piano), Scott La Faro (contrabbasso) e Paul Motian (batteria). Inciso nel 1959, il disco rappresentava non solo l’abbandono da parte di Bill Evans del suo ruolo di sideman, ma anche il tentativo di cambiare le regole del trio. Formazione classica nel jazz, il trio pianoforte, contrabbasso e batteria sviluppava il discorso musicale intorno alla leadership del pianista, mentre gli altri componenti del gruppo svolgevano generalmente un ruolo complementare, di accompagnamento. Evans con questo nuovo trio tenta la realizzazione di un nuovo interplay fra i componenti del gruppo, una maggiore libertà individuale che apra la strada a una sorta di improvvisazione collettiva, in cui ogni parte improvvisata sia cellula di origine della successiva, in una logica strutturale che fa della consequenzialità il suo cardine.

Emblematica in questo senso è la bellissima versione di “Autumn leaves”, o la cover del classico disneyano “Someday my prince will come”, che Evans trasforma in un valzer, o ancora la bellissima “Spring is here”, in cui la linea melodica lascia trapelare quella che è una delle caratteristiche dell’arte di Bill Evans: lo sguardo introspettivo e sincero.

I brani sono standard che Bill Evans ricostruisce e rivitalizza con originalità, fatta eccezione per due sue composizioni: “Peri’s Scope” e “Blue in green”.

Non mancano esempi di sperimentazioni fortemente innovative, come i contrasti dinamici proposti in “What is thing called love”, in cui la poliritmia esaperata della batteria di Motian si scontra con le pulsazioni precise del tempo marcate dal contrabbasso di La Faro, o l’abbandono totale di qualsiasi dialogo fra sezione puramente ritmica (basso e batteria) a scandire un classico 4/4 e la solitudine perfetta del canto del pianoforte in “Peri’s Scope”. Brano di punta del disco è comunque “Blue in green”, già incluso nel celebre “Kind of blue”, la cui paternità è stata sempre attribuita a Miles Davis, ma, come racconta lo stesso Evans in un’intervista negli anni Settanta, Davis si limitò a fornire solo i primi due accordi del pezzo. “Blue in green”, con la sua atmosfera, non può non ricondurci alla inconfondibile cifra stilistica ed emotiva di Bill Evans.

Un disco di transizione dunque, ma contenente già il nucleo di un discorso musicale che questo trio avrebbe perfezionato negli anni successivi, rivoluzionando il concetto di trio.

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