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Anteprima “Il Pianoforte” (Edizioni Curci). Intervista a Roberto Prosseda

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Anteprima “Il Pianoforte” (Edizioni Curci). Intervista a Roberto Prosseda

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Fra pochi giorni potremo sfogliare IL PIANOFORTE – Guida all’ascolto del repertorio da concerto, di Roberto Prosseda, con prefazione di Ennio Morricone, di imminente pubblicazione per le Edizioni Curci. Il volume è un’agile guida all’ascolto di quei brani della letteratura pianistica maggiormente eseguiti in concerto e per questo più noti e amati dal grande pubblico. Un’opera divulgativa cha ha la finalità di fornire uno strumento di consultazione per facilitare e rendere più consapevole l’ascolto in quanti si avvicinano alla musica per pura passione, ma contemporaneamente anche un ottimo supporto per musicisti professionisti e operatori del settore. All’interno troviamo anche notizie biografiche sugli autori, aneddoti, curiosità e un ricco repertorio diillustrazioni. Il libro è inoltre corredato da un cd in cui sono contenute le esecuzioni di alcune delle composizioni più celebri della letteratura pianistica da parte di interpreti che rappresentano l’eccellenza del pianismo mondiale di tutti i tempi.

Il PIANOFORTE fa parte della collana “Lezioni private” delle Edizioni Curci, guide all’ascolto dedicate agli strumenti musicali e redatte in un linguaggio semplice e chiaro allo scopo di favorire la massima divulgazione. A oggi hanno visto la luce in questa collana anche i volumi La chitarra di Angelo Gilardino e L’opera di Piero Mioli.

Per gentile concessione delle Edizioni Curci, qui potrete trovare in anteprima assoluta un estratto del libro, che potrete quindi leggere prima della sua imminente pubblicazione.

Abbiamo inoltre intervistato il Maestro Roberto Prosseda, autore de Il pianoforte, che oltre ad essere un pianista concertista affermato e protagonista di alcune importanti incisioni di opere di Mendelssohn per Decca, si dedica da tempo e in modo molto proficuo a questa attività di divulgazione musicale. Per conoscere meglio l’attività artistica di Roberto Prosseda potete visitare il suo sito web.

Intervista a Roberto Prosseda

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Paola Parri: Maestro fra pochi giorni potremo leggere il suo IL PIANOFORTE – Guida all’ascolto del repertorio da concerto – collana “Lezioni private”, con prefazione di Ennio Morricone, che uscirà per i tipi delle Edizioni Curci. Un contributo prezioso alla divulgazione della conoscenza del repertorio pianistico e una guida all’ascolto di alcuni fra i brani più celebri che lo compongono. Vuole illustrarci quali sono la struttura e la finalità dell’opera?

Roberto Prosseda: È proprio una guida all’ascolto della musica per pianoforte. È stata pensata proprio come uno strumento di consultazione, sia per chi già conosce il repertorio pianistico, sia per chi non lo conosce, quindi anche per il lettore non musicista che magari si sta avvicinando da poco al mondo del pianoforte. Si tratta quindi di un libro pensato per ogni tipo di lettore, che da un lato non rinuncia a offrire una visione abbastanza dettagliata e articolata della poetica di ciascun autore musicale e di ciascuna opera descritta, ma dall’altro però, appunto, è pensato anche per un lettore che non abbia una conoscenza tecnica della musica, quindi non ci sono termini tecnici troppo specifici.L’ obiettivo è proprio essere una sorta di modo per avvicinarsi al mondo poetico di ciascun brano, in vista magari dello stesso brano in disco o in concerto.

Ho immaginato di trasporre su carta quello che io spesso faccio, come dico anche nella prefazione, prima dei miei concerti. Per me è molto bello prima di suonare in concerto parlare al pubblico e dire in pochi minuti quale è il mio punto di vista sulle musiche che sto per eseguire, cosa per me queste musiche rappresentino, quali sono i significati emotivi che queste musiche mi suscitano, con la speranza che poi tutto ciò venga anche condiviso durante l’ascolto con il pubblico.

La musica soprattutto si basa sulla condivisione, la condivisione fra chi la suona e chi la ascolta evidentemente. Se non ci fosse l’ascoltatore non avrebbe senso per noi fare i musicisti e quindi questo libro per me è uno strumento, è un ulteriore sbocco di questo mio lavoro di concertista, ma finalizzato proprio alla comunicazione della musica, alla condivisione della sostanza musicale più profonda, più intrinseca che è nella musica e che non sempre, magari, chi ascolta un concerto riesce a cogliere al primo tentativo. Spero quindi che sia un libro utile e che chi lo legge possa, grazie a questo libro, avere una conoscenza più approfondita della musica, una maggiore gratificazione quando poi la ascolterà sia dal disco che dal vivo.

P.P.: Come sono stati selezionati i compositori e i brani che lei propone in queste pagine?

R.P.: Sono stati selezionati in base alla loro effettiva disponibilità nel repertorio che viene comunemente suonato in concerto o disponibilità su disco, quindi si è data priorità evidentemente alle musiche più diffuse, più note, perché sono quelle che l’ascoltatore poi si troverà probabilmente con più facilità ad ascoltare, quindi ad aver voglia di approfondire. Le musiche sono ordinate in ordine alfabetico per compositore, quindi si comincia con Albéniz e si finisce con Webern. Ci sono più di 80 compositori trattati. È stata chiaramente per me molto delicata la scelta dei compositori. C’era un limite di spazio, di estensione del libro per l’impaginazione e il formato editoriale. È un libro che non doveva superare le trecento pagine e quindi abbiamo dovuto operare una scelta abbastanza drastica nella scelta del repertorio, perché il repertorio pianistico è davvero enorme, sconfinato, però l’idea era quello di essere uno strumento utile di consultazione, quindi non tanto di essere un’enciclopedia della musica pianistica, altrimenti avremmo dovuto farla in dieci volumi, uno strumento agile, sintetico, rapido per chi magari sta per uscire di casa per andare a sentire un concerto e vuole leggere in pochi minuti una nota di copertina, una nota di sala che riguarda i brani che andrà ad ascoltare. Quindi non è un libro che va letto da capo a fondo ma che appunto è pensato per essere consultato brano per brano.

Sono quindi circa ottanta compositori che sono stati scelti chiaramente dando la priorità chiaramente a quelli che più frequentemente sono presenti nel repertorio concertistico, quindi grandi nomi. Quelli la cui voce è più estesa sono quelli che per il pianoforte hanno scritto le cose più importanti, quindi Chopin, Beethoven, poi a seguire Mozart, poi ancora Brahms, Bach, Schumann e poi ancora Debussy, Mendelssohn, Liszt naturalmente. Ci sono chiaramente questi compositori che hanno una sezione notevole, di oltre dieci pagine ciascuno, ma ci sono poi anche compositori molto più rari che però io ho voluto a tutti i costi inserire perché ritenevo importante che fossero presenti in una guida del genere e quindi compositori importanti nella storia del pianoforte che però molti non conoscono, per esempio Alkan o Gounod, Scelsi o Aldo Clementi. Quindi da un lato è una guida che, come dicevo prima, tende non certo a essere completa, però comunque a offrire un panorama abbastanza articolato e non scontato della musica pianistica e dall’altro però dà la priorità alle musiche che più frequentemente poi sono ascoltate. Questo non è un criterio necessariamente di merito, non sempre le musiche più eseguite sono anche le più belle, però, visto che il libro nasce come strumento di consultazione secondo me era giusto dare questo tipo di servizio al lettore.

Per quanto riguarda ciascun autore ho cercato di dare spazio alle musiche più importanti di ciascuno senza tralasciarne però quelle che magari sono meno eseguite ma che hanno un’importanza. Chiaramente ho dovuto fare anche qui una scelta drastica. Per esempio ho dovuto escludere tutti i compositori nati dopo il 1930 e quindi escludere anche alcuni importanti jazzisti, molti autori di musica contemporanea o del secondo Novecento. Ho fatto una scelta che mi sembrava potesse dare un quadro completo almeno dei compositori nati entro il 1930, infatti i più giovani di quelli inclusi sono Pierre Boulez, Stockhausen ed Ennio Morricone che oltre tutto ha anche firmato la prefazione del libro.

P.P.: Nella prefazione Ennio Morricone dichiara che il pianoforte ha acquisito nel tempo e mantiene tuttora un ruolo da protagonista fra gli strumenti musicali. Perché secondo lei uno strumento così complesso riscuote un tale successo?

R.P.: Perché comunque è uno strumento da un lato abbastanza completo e come direbbero gli inglesi stand alone, uno strumento in grado da solo di offrire un ascolto musicale abbastanza completo, perché appunto grazie agli ottantotto tasti, alla polifonia che può realizzare, anche se suonato da una sola persona è uno strumento che non ha bisogno di essere accompagnato da altri. Di conseguenza il repertorio per pianoforte è molto più esteso del repertorio per ogni altro strumento solo, non è paragonabile il repertorio per violino solo, per clarinetto solo o per chitarra sola.

E poi è uno strumento che per la sua presenza scenica anche all’interno di un salone privato e tanto più sul palcoscenico di un teatro ha un grande fascino. Anche soltanto con la sua presenza il pianoforte evoca delle emozioni, delle sensazioni, dei sogni e poi il pianoforte grazie alla sua completezza prima dell’arrivo degli impianti di riproduzione, del giradischi, degli impianti stereo era anche uno strumento che poteva riprodurre tutta la musica. Pensiamo ad esempio a quante trascrizioni per pianoforte sono state fatte nell’Ottocento da musica sinfonica o da opere, perché nel salotto era lo strumento che poteva riprodurre la musica anche orchestrale e operistica e animare la vita di una casa. Il fatto che tutti potessero suonarlo da soli, produrre musica era un grande privilegio. Oggi tutto questo da un lato acquista un valore diverso, in quanto appunto oggi quando vogliamo ascoltare della musica in modo immediato andiamo su You Tube, accendiamo lo stereo o l’IPod, però secondo me è invece altrettanto importante che ancora oggi ci siano tanti appassionati di pianoforte che non solo vogliono ascoltare la musica pianistica ma che vogliono anche imparare a suonarla, perché suonandola si riesce a entrare in questo mondo in maniera più diretta e consapevole.

Io ho questo grande privilegio appunto di aver conosciuto questa musica, perché in gran parte l’ho suonata, o addirittura anche insegnata. In questo libro ho cercato di infondere un po’ la mia esperienza diretta di chi era dall’altra parte della barricata, quella di chi, appunto ha avuto il privilegio di suonare questa musica e quindi ho cercato di raccontare al lettore le mie emozioni, il mio feeling nel suonare un determinato brano, sperando che anche attraverso questo libro colui che ascolta possa in qualche modo guardare il brano dal punto di vista dell’interprete.

P.P.: Partendo da un livello zero di conoscenze musicali, in che modo possiamo avvicinarci all’ascolto della musica? C’è un modo universalmente valido?

R.P.: È difficile dare dei consigli così generali e che valgano per tutti. Io partirei più che altro proprio dalle premesse e dagli scopi che ognuno di noi può avere. La prima necessità è che ci si avvicini alla musica perché ci piace. È importante che tutto ciò sia spinto da un motore che sia l’entusiasmo, la voglia di scoprire e quindi il percepire quasi a priori che nella musica troveremo qualcosa che ci fa stare meglio, che ci farà capire meglio chi siamo noi e come si possa in qualche modo vivere la vita a tutto tondo, in maniera più completa, più gratificante.

Per me personalmente, che ho dedicato ovviamente tutta la mia vita alla musica, è proprio questa la chiave, cioè la musica non è un mestiere, non è un argomento di studio come potrebbe essere qualunque altro, ma è un modo per guardare dentro me stesso, e attraverso la musica, attraverso questo filtro, questa lente che è la musica di qualità un modo per vivere più intensamente e quindi capire meglio me stesso e di conseguenza capire meglio gli altri, vivere meglio con gli altri, in armonia con tutti. Mi piacerebbe che tutti coloro che si avvicinano alla musica siano a conoscenza di questa grande potenzialità. Questa è la premessa per me indispensabile.

Detto questo poi è evidente che ognuno si ritaglia il proprio sguardo personale, la propria scelta su come vivere la musica e cosa fare con la musica. Quindi non posso dare consigli generali. A chi studia il pianoforte, magari giovani studenti che sperano di farne una professione posso dire che è sempre utile, anche se sembrerà strano, non vedere nella musica, nello studio di uno strumento prevalentemente una prospettiva di carriera. È evidente che tutti lo speriamo, però non deve essere quella la finalità prioritaria, perché altrimenti già ci stiamo allontanando dalla verità che invece poi grazie alla musica poi noi possiamo scoprire. Certo si è privilegiati quando si riesce a fondere una grande passione, quella del suonare uno strumento, del vivere la musica direttamente, con quella che poi può diventare anche una professione, quindi senza dovere dividersi in due tra hobby, passione e lavoro, però mi piace pensare che anche per chi fa per professione la musica non sia mai un lavoro come un altro, ma sia sempre una ragione di vita, anche perché solo in questo modo vi si può dedicare con l’entusiasmo che merita.

P.P.: Oggi spesso la musica colta occidentale soffre dell’errato ma diffuso pregiudizio di una sua eccessiva difficoltà a essere ascoltata e dunque compresa, di conseguenza amata. Questo accade soprattutto fra le generazioni più giovani. Come possiamo abbattere questo preconcetto? Quali potrebbero essere gli strumenti per una divulgazione a 360°?

R.P.: Questo apre a tante riflessioni. Credo ci sia stato un grande frainteso negli ultimi decenni che riguarda proprio la musica classica, cioè che la musica classica sia qualcosa di elitario, o comunque di riservato a chi già la conosce, o che appartenga, peggio ancora, a un certo ceto sociale. Questo è un grande problema, un grande limite. Non deve essere così e io cerco, per quello che posso, in qualche modo di far capire che non è così e che chiunque ha diritto, è in grado di apprezzare e di capire la musica di qualità, a prescindere dal background personale. È evidente che la differenza fra la musica classica e quella leggera è che la musica classica non ha come principale fine l’intrattenimento o la distrazione, ma al contrario la concentrazione, cioè richiede in chi la vuole ascoltare in maniera seria e appagante un impegno, una concentrazione, un’attenzione che però sarà certamente ripagato poi dalla gratificazione, dalla bellezza, dalle scoperte che si possono fare grazie alla musica.

Detto questo è anche vero che a livello di immagine, cioè se guardiamo come spesso oggi i concerti di musica classica, di pianoforte, vengono presentati, pubblicizzati è vero che il target a cui spesso si riferiscono è quello delle persone di una certa età, di un certo ceto sociale, che magari sono abbonati al teatro. A me capita di suonare a stagioni concertistiche specie in Italia e mi rendo conto che l’età media è abbastanza alta, ci sono tante signore impellicciate e pochi giovani. Senza volere fare discriminazioni sociali in un senso o nell’altro, io però penso che veramente occorra trovare il modo per rivolgersi a tutti, non soltanto a chi si veste in un certo modo o a chi è abituato a mettere piede in un teatro. Sono sicuro che sono tantissimi giovani i che magari non frequentano i teatri e non vorrebbero mai mettere piede in un teatro perché non lo considerano il proprio mondo e che però, dal punto di vista del contenuto, della sostanza di quello che noi proponiamo ai concerti sarebbero bene interessati a scoprirlo , ma chiaramente siamo noi musicisti che dobbiamo avvicinarci a loro. Non possiamo aspettare che siano loro a varcare la soglia di un teatro.

Questo è un problema molto complesso che non possiamo risolvere da soli, però da un lato spero che gli organizzatori di concerti si rendano sempre più conto di questo, cosa che sta già avvenendo in realtà, dall’altro noi musicisti in prima persona dobbiamo smettere di essere autoreferenziali, cioè pensare che tutto sia dovuto e che la gente da sola debba venire a sentirci. Non è così, non è mai stato così e non sarà mai così, ma al contrario dobbiamo anche rimboccarci le maniche e scendere dal nostro palcoscenico e cercare di far capire a tutti, anche a costo di ribaltare la forma, il format del concerto, quanto sia bella la musica, quanto sia importante condividerla insieme. Questo vuol dire appunto, per chi ha voglia, come nel mio caso, tenere lezioni concerto, sia per radio, scrivere libri come questo in cui cercare, rivolgendosi a tutti, un linguaggio non snobistico, non elitario, non autoreferenziale, non da professore, ma semmai da amico, da fratello maggiore. Far capire a tutti quant’è bella la musica e quanto è tutto sommato semplice avvicinarcisi se si ha voglia e interesse e quanto non sia vero che certa musica sia limitata a un certo tipo di target legato al ceto sociale o all’età.

Non è vero che i musicisti classici devono vestirsi con la cravatta o con il frac e che i rapper devono vestire con i jeans a vita bassa e le All Star. Non confondiamo l’apparenza con la sostanza, anzi sempre di più secondo me dobbiamo puntare sulla sostanza a costo di ribaltare le apparenze, scendendo volentieri dal palcoscenico. Molto spesso la musica classica è proposta in una forma chiusa in teatro o proposta magari in un’immagine che esclude automaticamente tutti coloro che non vi si riconoscono. Bisogna ricordarsi che la musica classica non è nata nei grandi auditorium da concerto dove vanno oggi le grandi star, è nata piuttosto nelle famiglie, nei piccoli circoli dove le persone si riunivano per stare bene insieme, anche se erano quattro, sei, otto, dieci. Schubert suonava per gli amici, ugualmente Beethoven, ugualmente Mendelssohn, ugualmente Schumann. Molta di questa musica è nata veramente per essere condivisa fra pochi, ma non pochi eletti perché più ricchi o più bravi, pochi perché erano in pochi a essere accomunati da quel tipo di passione, a prescindere dal ceto o dall’età. Anzi, spesso la musica che oggi chiamiamo classica era tutt’altro che classica, semmai era rivoluzionaria, nasceva da chi aveva le idee più innovative, più progressiste e voleva rompere gli schemi ed è un peccato vedere invece che oggi spesso l’immagine legata alla musica classica è quella di tradizione, di conservatorismo. Già il nome classica per me è fuorviante in questo senso. Pensare che quando Beethoven eseguiva una nuova sonata per la prima volta il suo pubblico non era di persone con la pelliccia e con il collier di diamanti che ascoltava compiaciuta, ma era di persone che rimanevano scioccate dalle sue esecuzioni, perché lui rompeva gli schemi, perché lui faceva cose che nessuno aveva mai ascoltato prima. Oggi invece troppo spesso noi musicisti, e questo lo dico a me stesso e ai miei colleghi, rischiamo di essere autoreferenziali, di riprodurre qualcosa che già conosciamo e che vogliamo che sia uguale a quello che la gente già si aspetta. Questo secondo me non fa bene alla musica. La musica deve sempre essere nuova, dirompente, rivoluzionaria, così come era alla prima esecuzione e in questo senso anche pensare a nuove platee e anche a nuove forme di comunicarla, quindi anche fuori dai teatri, fuori dagli auditorium, fuori dai sistemi ormai legati allo star system dove ciò che conta è il nome del pianista, il nome del direttore d’orchestra più della sostanza.Tornare alla sostanza è quindi dare alla musica tutta l’importanza e l’originalità che aveva all’origine.

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13 COMMENTI

  1. Paola Parri dice della musica classica: “il target a cui spesso si riferiscono è quello delle persone di una certa età, di un certo ceto sociale”.
    Tutto vero, ma che forse tutto ciò sia il risultato di una politica musicale che ha voluto che le cose fossero così? Non ci dimentichiamo che in passato possedere un pianoforte in casa era esclusivo solo di un ceto molto abbiente se non nobile e solo nel recente passato, con l’avvento dei piani verticali, che i costi hanno consentito anche alla classe media di accedere a questo strumento. Ancora oggi i maestri di musica hanno atteggiamenti tutt’altro che “popolari”, anzi spesso spocchiosi e distanti dal grande pubblico. Tutto condivisibile quindi quanto detto dal maestro Parri, ma forse un po troppo semplicistico e a mio parere “ingenuo”. Ricordiamo che ancora oggi assistere ad esibizioni pianistiche costa e molto, se si vuole andare incontro ai giovani questo deve essere il primo punto da risolvere. E non solo, ovviamente.

  2. Li vedo sempre doppi al momento di postare. Poi quando ci torno vedo soltanto uno. Scusate l’off topic.

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