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Io e Annie

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Io e Annie

fischer

Il mio incontro con l’arte di Annie Fischer è avvenuto qualche anno fa, mentre cercavo di mettere a fuoco un brano che allo stesso tempo mi affascinava e mi respingeva: la Fantasia in do maggiore op. 17 di Schumann. Che fosse musica grande e vera mi era chiaro; quello che non capivo era il come ed il perché. Fu così che, in un sabato pomeriggio di inizio autunno, mi imbattei su YouTube nella registrazione effettuata dalla Fischer. Si trattò di un’autentica rivelazione, una vera pietra miliare nella mia esperienza di ascoltatore e di appassionato. Per la prima volta quelle note cessavano di essere un insieme scollegato di frammenti, un cumulo di preziose tessere da mosaico scompaginate: emergeva prepotente una logica interna, un senso, una forma che definiva sé stessa nel momento esatto del suo farsi. E tutto questo avveniva senza che il senso del rapsodico, dell’improvvisato, del fantastico venisse minimamente sacrificato. E come se non bastasse, ad onta della registrazione monofonica e chiaramente datata, si percepiva con evidenza un suono che – in particolare nei registri di contralto e tenore – era anche di una ammaliante, sensuale bellezza.

Fu così che cominciò un appassionante viaggio attraverso l’eredità discografica (ahimé, estremamente ridotta in termini quantitativi) di una pianista che per me è da annoverare fra le più grandi del secolo scorso, una delle poche cui si attaglia la felice definizione di Piero Rattalino di “immortale in incognito”.

Le ragioni per cui Annie Fischer non godette neanche in vita della popolarità cui pure avrebbe avuto diritto sono da ascriversi innanzitutto alle sue scelte esistenziali (ungherese di origini ebraiche, nata nel 1914, fuggì dall’Ungheria durante la seconda guerra mondiale ma scelse di ritornarvi e di trascorrervi il resto della vita nel 1946) e poi alla sua sostanziale diffidenza nei confronti dello studio di registrazione: tanto che il suo lascito si riduce a poche incisioni per la EMI[1], un ciclo completo delle sonate di Beethoven edito da Hungaroton, un paio di recital ripresi dalla BBC e qualche fortunosa registrazione video.

Ma la qualità complessiva di questa manciata di dischi è tanto alta, tanto costantemente, imperiosamente superba da bastare a renderci conto e ragione della statura artistica di Annie Fischer.  La Fischer possedeva come pochissimi altri (mi vengono in mente giusto i nomi di Richter e di Sokolov) la capacità di illuminare come dall’interno le pagine che veniva suonando. Il suo non è un pianismo che lascia affascinati attraverso il dispiegamento di mezzi virtuosistici, attraverso l’effetto flamboyant. È solo che le sue scelte interpretative, dallo stacco dei tempi alla scelta delle sonorità, risultano sempre ed infallibilmente giuste. E soprattutto giustificate: si legge in esse la volontà di condividere e comunicare idee, riflessioni, intuizioni. È come se suonando Annie Fischer  si mettesse in costante dialogo col compositore, sforzandosi di capirne e di renderne anche le più recondite sfumature.

È un approccio che relega volutamente l’interprete nell’ombra (o almeno nella penombra) per concentrare quanta più luce possibile sulla pagina musicale: tanto che gli autentici miracoli di sensibilità e di differenziazione sonora che vengono compiuti in pagine quali (ad esempio) Von Fremden Ländern und Menschen,  la prima delle Kinderszenen schumanniane, rischiano di passare inosservati e li si coglie solo per confronto.

E probabilmente non è un caso se alla Fischer non sia mai pesato dividere la scena con un’orchestra e un direttore, e se le sue registrazioni dei concerti mozartiani sono fra le poche coeve che ancora oggi si possano ascoltare ricavandone un’impressione di immutata novità, a dispetto di organici orchestrali che oggi troveremmo sovradimensionati o dell’adozione di cadenze non stilisticamente appropriatissime (ma poi in fondo: vorreste veramente sacrificare sull’altare della filologia le deliziose cadenze di Hummel suonate come le suona Annie Fischer?)

E a me pare che questo stile tanto consapevolmente modesto, questa umiltà dell’interprete nei confronti del compositore, questo volersi mettere al servizio della partitura consacrando al suo risplendere tutti i propri talenti sia l’eredità innanzitutto etica più importante che questa signora ungherese ci abbia lasciato.

In un’epoca in cui le esigenze di un marketing sempre più esasperato e la penuria di talenti autentici congiurano insieme nel proporci spesso interpretazioni volutamente forzate, in cui la gratuità nella scelta di tempi e dinamiche viene contrabbandata per novità e freschezza di approccio, riascoltare la voce sincera, onesta e appassionata di un’interprete che non ha mai voluto far dire a Schumann, a Schubert o a Mozart nulla di più di quanto fosse contenuto nelle note e nelle pause ha una valenza davvero catartica.

Mettere sé stessi, le proprie risorse intellettuali e strumentali al servizio di una resa il più possibile fedele della pagina che si sta interpretando: cos’altro si può chiedere a un musicista? Per Annie Fischer viene davvero in mente la chiusa dei Promessi Sposi, quando giungendo al termine della storia Manzoni scrive: “se non v’è dispiaciuta, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e un pochino anche a chi l’ha raccomodata”.

Ecco, a una fantastica raccomodatrice come Annie Fischer è davvero difficile non voler bene.

 

 

 


[1]          I concerti per pianoforte nn. 20,21,22,23,24 e 27 di Mozart, il concerto di Schumann, il primo di Liszt e il terzo di Bartok; le sonate 8,14,18,24,21,30 e 32 di Beethoven; due Improvvisi dall’op. D935 e la sonata in si bemolle maggiore D960 di Schubert; e infine la Fantasia op. 17, Carnaval, Kreisleriana e Kinderszenen di Schumann. Tutte queste registrazioni sono da poco ritornate disponibili in un cofanetto di 8 CD edito da Warner Classics.

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