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Acquisire agilità al Pianoforte

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Carl Czerny scrive nella prefazione della “Scuola della Velocità”: “Fra le buone qualità che si richieggono ad un pianista, la prima è l’agilità che è il fondamento di tutta l’esecuzione”.

Spesso si tende a confondere l’agilità con la velocità.

La teoria definisce agile tutto ciò che può muoversi o essere mosso agevolmente. Per far sì che un oggetto, o il corpo umano stesso possano muoversi con agilità, è necessario che non vi siano forze o ostacoli che si oppongano al loro moto.

La facilità di movimento non dipende dalla leggerezza o piccolezza di un oggetto. Se fosse così, un’enorme nave da crociera o un carro armato non potrebbero muoversi. Ovviamente in un carro armato, per esempio, l’unica forza che rappresenta un impedimento – oltre al suo peso – è quella dell’attrito.

È ancora più semplice imprimere un moto rapido a un corpo che si può muovere agevolmente, come per esempio il corpo umano. La causa principale della nostra velocità (ovvero rapidità nei movimenti) è l’agilità con cui possiamo contrarre determinati muscoli, che a sua volta è connessa all’indipendenza di cui sentiamo tanto parlare. Questa indipendenza altro non è che la dissociazione muscolare.

Ciascun muscolo ha una funzione ben precisa e distinta, così come i nervi hanno la funzione di trasmettere energia a un dato muscolo. I nervi però, pur essendo indipendenti, hanno dei fasci di comunicazione: può avvenire dunque che qualora un fascio muscolare non sviluppi sufficiente energia per produrre il lavoro voluto, il nervo conduttore di energia si aggreghi all’energia passante per un altro nervo.

Questo processo è una lama a doppio taglio. È vero che viene aumentata l’energia potenziale, ma non si contribuisce ad aumentare l’energia di quel fascio muscolare debole.

Tutta questa energia limita la dissociazione e quindi la velocità potenziale. Possiamo perciò definire che un accrescimento d’energia va a scapito della velocità, producendo in taluni casi irrigidimento.

Per essere più concreti, farò un esempio. Supponiamo di entrare in una grandissima casa.

casa-lusso

Immaginiamo che questa casa abbia un problema. Non ci sono dei pulsanti posizionati fuori dalle camere che ti permettano di accendere la luce di quella stanza, ma c’è un unico grande interruttore generale posizionato all’ingresso dell’abitazione.

Se è la prima volta che entri in quella casa e devi per esempio accendere la luce della camera da letto ma non sai qual è, probabilmente la mossa che faresti sarebbe quella di accendere tutte le luci, così da far accendere sicuramente anche quella della camera che ti interessa. Così facendo però risolviamo parte del problema e sprechiamo molta energia inutilmente.

Col passare del tempo farai diverse prove, vari tentavi, e riuscirai a capire a quale interruttore corrisponde la luce di una determinata stanza.

Ecco, noi agiamo un po’ in questo senso quando siamo davanti a una difficoltà tecnica, come può essere per esempio un trillo. Quello che facciamo per cercare di risolverlo è concentrarci al massimo e concentrare tutte le nostre energie sul trillo. Per ritornare al paragone di prima, noi accendiamo tutte le luci, sovraccaricandoci di energia e irrigidendoci.

Così facendo non sempre risolveremo i nostri problemi. Ecco perché abbiamo bisogno della dissociazione muscolare.

Le smorfie che vediamo fare con la bocca da alcuni pianisti sono effetto della mancata dissociazione. È bene sapere che qualunque contrazione nei muscoli della testa, può arrivare a turbare l’indipendenza nei movimenti del braccio e di conseguenza in quelli delle dita.

Rossomandi consiglia in una lettera pubblicata su “L’arte pianistica nella vita e nella cultura Musicale” (rivista musicale) di costringere l’allievo a tenere la bocca aperta mentre suona. Questo serve a rendere indipendenti i muscoli del collo e della bocca, senza creare abitudine, o dipendenze inutili, come quella di contare per esempio a denti stretti.

Come in fisica, due forze uguali e contrarie annullano il movimento. Quindi se contemporaneamente ai Flessori si contraggono gli Estensori, l’azione dei primi diventerà nulla o sarà limitata.

Non è sufficiente dunque considerare nello studio di opere importanti solo la necessità di muovere le dita con velocità straordinaria. È altrettanto importante comunicare con le funzioni cerebrali con destrezza e velocità superiore a quella delle dita.

Ricorda che non puoi fare nulla se non ha prima ben chiaro come farlo nel tuo cervello. Non puoi andare a una velocità superiore a quella che ti permette in quel momento il tuo cervello. Non puoi pensare di eseguire a velocità uno Studio di Chopin dopo qualche minuto di studio. Non perché le tue mani non siano capaci di farlo, ma perché il tuo cervello non è pronto.

“Gli esecutori che, scodellandoci un diluvio di note, non riescono a produrre in noi alcuna sensazione artistica, non posseggono per intero l’agilità […]” (“Dinamica Pianistica, p.119, Attilio Brugnoli, Ed.Florestano Edizioni).

Sia l’espressività che la velocità dipendono dalla velocità contrattile. Quest’ultima è la capacità che ci permette di influire sul tasto in maniera voluta a qualsiasi velocità. Perciò dando i giusti accenti, creando suoni e colori diversi.

L’agilità contrattile può essere sviluppata a un grado massimo attraverso uno studio intelligente ma soprattutto un allenamento intelligente. Non dobbiamo mai dimenticarci che per svolgere azioni di tutti i giorni, non sempre attiviamo tutti i muscoli di cui disponiamo. Se i muscoli esclusi non vengono attivati per un lungo periodo di tempo, c’è il rischio che questi diventino inetti o si atrofizzino del tutto.

Infatti coloro che iniziano a suonare da bambini riescono a sviluppare pienamente e con maggiore facilità tutte le qualità funzionali atte a ottenere una buona esecuzione.

Con allenamenti intelligenti è possibile avere risultati inaspettati. Alcuni prestigiatori riescono a tenere con mano aperta e dita rivolte verso l’alto una moneta sul palmo, senza curvare minimamente la mano. Questo perché hanno allenato la dissociazione degli interossei palmari, degli opponenti del pollice e del mignolo.

Paganini era in grado di piegare il pollice a tal punto da far toccare la superficie palmare della mano con l’unghia.

“Se le nostre azioni muscolari sono coscienti, perfezionando la funzione si perfeziona l’organo preposto alla funzione; cosicché avviene che, dopo un certo tempo, si riesce ad agire bene, od a far bene ciò che prima non riusciva affatto, pur non avendo esplicato nel frattempo un lavoro relativo all’esecuzione di quanto prima non riusciva”. (“Dinamica Pianistica, p.124, Attilio Brugnoli, Ed.Florestano Edizioni).

Oggi come secoli fa esistono diversi congegni meccanici in grado di far allenare le dita. Questi hanno da sempre avuto sostenitori e oppositori. C’è chi ritiene di poter risolvere molti problemi degli allievi con 30 minuti al giorno di esercizi di questo tipo, e c’è chi invece reputa che non ci sia nulla di artistico in lavori del genere e che quindi siano poco utili alla formazione dell’allievo.

Brugnoli ne sostiene l’uso a pag. 126 di “Dinamica Pianistica” sostenendo che possono essere dei buoni supporti allo studioqualora l’azione volitiva dell’allievo si dimostri insufficiente o si riscontrino nell’allievo stesso difetti fisici”.

Gyorgy Sandor invece sostiene che non bisogna fortificare i muscoli, ne abbiamo già a sufficienza, ma bisogna imparare a coordinarli.

“I Pianisti tendono a dare troppa importanza allo sviluppo, alla costruzione di muscoli, onde aiutare così l’indipendenza delle dita, del polso e dell’avambraccio”. (“Come si suona il Pianoforte” Ed. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, a Pag. 232)

Continuando a fare di continuo quei noiosissimi esercizi meccanici atti a sviluppare l’indipendenza delle dita, si possono ottenere col tempo dei risultati positivi da una parte e deleteri dall’altra.

Noi non suoniamo con un dito per volta. Noi coordiniamo un dito con l’altro. Quando suoniamo utilizziamo un insieme di movimenti. Non suoniamo in modo statico e quasi mai ci capita di suonare un pezzo che sia immobile sulle 5 dita, proprio come avviene negli esercizi per lo sviluppo dell’indipendenza. Perciò, a mio parere, non deve essere il nostro scopo principale sviluppare l’indipendenza di ogni singolo dito (anche quelli più deboli), piuttosto focalizzarci sul sapere coordinare al meglio i movimenti.

“Quel che si guadagna in una certa indipendenza delle dita, lo si perde in quanto a uso interdipendente e coordinato dell’intero apparato; per quanto più forti, le unità così isolate vengono staccate dal resto dell’apparato, che potrebbe mettere a disposizione la propria forza se soltanto le dita fossero messe in condizione di cooperare”. (G.Sandor “Come si suona il Pianoforte” Ed. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, pag.233)

Alfredo Casella invece era a favore degli esercizi che hanno lo scopo di sviluppare l’indipendenza del singolo dito, e infatti faceva utilizzare molto questo:

spartito

Tuttavia egli reputava il migliore “esercizio” di tutti l’esecuzione di Bach con la sua musica polifonica.

“Ma il vero insegnamento di questa parte della tecnica si trova nell’opera di Bach, la quale racchiude nella propria mirabile polifonia ogni problema relativo all’indipendenza delle dita […]” (“Il Pianoforte” pag.98 Ed. Ricordi, A.Casella)

Molto spesso, quando si effettuano gli esercizi di articolazione delle dita, agli allievi può venir detto di sollevare bene ciascun dito prima che questo suoni. È importante però non esagerare con questo movimento. Alzare il dito troppo sopra la tastiera può portare ad affaticamenti inutili, e come abbiamo già visto qui, non serve cadere da una grande altezza per aumentare il volume di suono, ma può bastare lo scatto veloce del dito, o quello che viene chiamato “spinta”.

A riguardo di questo antico uso (di far sollevare troppo il dito agli allievi), Cortot disse:

“Certi insegnanti esigono dagli alunni, nello studio cosiddetto dell’articolazione, uno sforzo maggiore per alzare il dito che per abbassare il tasto. Ci sia concesso di dichiararci contrari all’efficacia di questo sistema decisamente antifisiologico”. (“Il Pianoforte” pag.99 Ed.Ricordi, A.Casella)

Spesso e volentieri si sente parlare di uguaglianza delle dita, ma questa uguaglianza è impossibile da raggiungere perché abbiamo per natura delle dita più deboli e altre più forti. Ancora una volta il nostro scopo non è quello di rafforzare quelle dita, ma di collaborare con tutto l’apparato, in modo tale da riuscire a rendere uniforme il suono, anche attraverso dei movimenti di aggiustamento.

Qui di seguito puoi trovare da scaricare degli esercizi per lo sviluppo della velocità.

1) Alkan, Scarica qui.

2) Brahms, scarica qui.

3) Delucchi, scarica qui.

4) L.Philipp, scarica qui.

5) Czerny, scarica qui.

6) Godowsky, scarica qui.

7) Schafer, scarica qui.

Pianosolo consiglia

7 COMMENTI

  1. Ottimo articolo!!
    condivido molte riflessioni, fatte con logica e criterio; purtroppo però io ero interessato al mezzo e non al fine, mi spiego: sono intenzionato ad aumentare la coordinazione e l’indipendenza muscolare, ma non per suonare il piano, percui rimango fregato per la fase degli allenamenti. Qualcuno ha suggerimenti per allenamenti “ibridi”? Su tastiera per PC ad esempio, scopo finale tra le altre cose. Grazie in anticipo

  2. Gentilissimo Christian. Ti chiedo una spiegazione ( per me molto importante): Nello studio di un brano; è più importante segnare il tempo, come dire 1-2-3-4 o dire le note come Do-o,Re-e,Mi-i,Fa-a? Grazie

  3. Ciao Christian! Bell’articolo davvero. 2 cose:
    1 questa dissociazione muscolare,l’evitare di usare troppa energia anzichè sviluppare il singolo elemento(esempio della casa) ecc..come si acquistano in pratica? li capisce il corpo da solo col tempo a furia di suonare (specialmente brani polifonici come bach) o bisognare prendere qualche accorgimento particolare?
    2 ho preso da poco “tecnica giornaliera del pianista di Pozzoli” che sicuramente conoscerai..si concentra molto su esercizi in cui ogni dito a turno sta giù tutta la battuta e le altre dita suonano..l’ho preso in quanto ho dita un pò legate come il classico mignolo ad antenna e un anulare anch’esso non proprio sciolto..sto facendo rilassamento (cadute ecc..) e ho affiancato questo libro per il problema, dici che sbaglio? tieni conto che non intendo farlo diventare la mia bibbia..lo vorrei usare quel che basta per sciogliermi un pò ma non vorrei creare più danni che benefici anche usandolo non molto. Grazie mille!!

    • Carissimo Massimiliano,

      innanzi tutto grazie per questo commento. Anche io sono entrato da non molto in questo nuovo mondo grazie ad un corso iniziato in conservatorio chiamato “Tecniche di espressione e consapevolezza corporea” col Maestro Giuseppe Pepicelli, pioniere del corso. Questo corso spiega ai pianisti come conoscere al meglio il proprio corpo per poterlo utilizzare col minor dispendio di energie. Spesso quando non ci viene qualche passaggio non facciamo altro che ripeterlo e ripeterlo meccanicamente, quando magari basterebbe guardare con intelligenza i nostri movimenti per poterlo migliorare di gran lunga in pochissimo tempo.

      Aiuta in pratica anche a migliorare la qualità dello studio. E’ un corso che ritengo essenziale, ed è arrivato per me proprio come una manna dal cielo. Dopo la prima lezione, rapito da questi concetti, sono andato ad acquistare libri sull’argomento.

      Alla base di questo corso vi è il “Metodo Feldenkrais”. A questo link trovi moltissimi libri a cui fare riferimento: http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=feldenkrais+metodo
      Il libro migliore per cominciare è questo: Le basi del Metodo. Si tratta di capire, osservare e studiare un metodo per migliorare. Non esistono formule universali, ma tutto è in base a te stesso, al tuo fisico, in quel giorno, in quel dato momento della giornata.

      Io credo che per un pianista sia un discorso assolutamente da approfondire, così come continuerò a farlo io.

      Spero di essere stato almeno un po’ chiaro Massimiliano, alla prossima! 😉

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