Intervista a Diego Amador. Amarone in jazz, Verona 31/10/2011

Diego Amador Verona
  • 21 gennaio, 2012
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Intervista a Diego Amador. Amarone in jazz, Verona 31/10/2011

Diego Amador, ovvero quando il flamenco incontra il jazz, ma potremmo anche dire il pianista che suona il piano come una chitarra. Nato in una famiglia gitana a Siviglia, Diego Amador ha intrapreso la sua formazione musicale non accademica proprio con la chitarra, strumento eletto del suo genere musicale di riferimento, il flamenco. Dal flamenco al jazz, grazie anche ad incontri illustri con Chick Corea, Pat Metheny, Charlie Haden e molti altri, senza abbandonare le origini, fino a creare un linguaggio originale in cui si mescolano stili e generi differenti. Lo abbiamo ascoltato in versione pianista e cantaor in occasione dell’Amarone in jazz di Verona e gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo mondo musicale di polistrumentista e appassionato, appunto, amador della musica in tutte le sue forme.

Si ringraziano: Pepe Gasparini e Andrea Ponzoni dell’Amarone in jazz ed Elisa Menchini e Patxi Godifredo Larrañaga per il prezioso aiuto nella redazione della trascrizione dell’intervista.

Di seguito video intervista e trascrizione in italiano.

Paola Parri: Tu suoni molti strumenti, dalla chitarra, tuo primo strumento, alla batteria, fino al pianoforte. Raccontaci il tuo incontro con il pianoforte, quando e come è avvenuto?

Diego Amador: È una lunga storia, perché io ho iniziato con la chitarra. La mia famiglia è una famiglia di chitarristi, quindi da piccolo ascoltavo la chitarra e il “cante”, poi ho esplorato, ho giocherellato un po’ con gli strumenti, con la batteria, ho suonato il basso fino ad arrivare al piano. Mi divertivo a giocare con gli strumenti, mi divertivo con gli strumenti come un gioco, finalmente mi decisi per il pianoforte, perché mi identificavo con ciò che seguivo, ossia con il piano e il canto.

P.P.: Chi sono stati i tuoi maestri?

D.A.:  I miei maestri sono stati prima di tutto mio padre, che all’inizio ha dato ai miei fratelli la carica, poi ho cominciato ad ascoltare la musica dei miei fratelli che mi fecero ascoltare una grande quantità di dischi di jazz, di tutta la musica, di Miles Davis, Chik Corea, Weather Report, tutto questo, poi ho ampliato la discografia e poi passavo io a loro i dischi che non conoscevano.

Da lí è nata la passione per questo genere di musica, mi innamorai del jazz. Successivamente mi piaceva la musica classica, tutto quello che mi pareva bello, per la melodia, quello che avesse qualcosa, ero molto rilassato e tranquillo: ascoltavo sempre qualcosa e anche ora continuo nello stesso modo ad ascoltare tutto quello che si muove.

P.P.: La tua musica è molto ricca e varia, la sua componente principale è il flamenco. Se tu avessi davanti qualcuno che non conosce il flamenco, come potresti spiegarglielo?

D.A.: Io suono il piano in un certo modo, lo dico sempre, io non sono un pianista, non mi considero un pianista, mi considero un chitarrista che suona il piano e mi riferisco a questo perché vengo dal flamenco: il piano non é uno strumento che consideriamo molto “flamenco”. Adesso vediamo molti più pianisti che stanno utilizzando questo strumento. Diciamo che io vedo il piano come la chitarra, chiudo gli occhi e immagino che sto suonando la chitarra, però quando li apro ho davanti la tastiera bianca e nera e vedo che è un pianoforte. Posso vedere la chitarra nel piano, le percussioni, la batteria, tutto. Non c’è un limite. La mia musica non ha limiti, ascolto sempre qualcosa, e qualunque cosa ascolti, anche un rumore, può essere musica, tutto.

P.P.: Cosa ti piace del jazz?

D.A.: L’apertura. Il fatto che si possa mescolare con differenti culture musicali, si può unire al flamenco, a tutto. Il flamenco è sempre stata una musica molto chiusa, anticamente era una soleá o una seguidilla  da cui non si poteva uscire. E ora con il tempo si sta un po’ aprendo tutto questo ventaglio di possibilitá, come nel jazz. Quando Paco De Lucia introdusse il jazz nel flamenco lo fece in maniera così bella, sana e naturale che suscitó l’attenzione di tutti noi che venivamo dal flamenco. Credo che da lì abbiamo iniziato a mescolare flamenco e jazz. Mio fratello, con i Pata Negra, suonava Flamenco da Camarón, Antonio Mairena, aveva come elemento centrale il cante, e dopo aver ascoltato un disco di Jimmy Hendrix lui e il suo gruppo diventarono pazzi per tutta questa musica. Il fatto è che la musica è viva, è li, bisogna prenderla, mettersi dentro, e aprire il cuore in maniera che entri tutto ciò che è buono.

… Aprire il cuore e far entrare tutto quello che è buono.

 

P.P.: Come componi la tua musica? Qual è il punto di partenza per te? Pensi prima a una melodia o al ritmo?

D.A.: Succede che inizio con una melodia o anche con un ritmo. Trovo un ritmo e penso che mi piace e allora lo esploro, ma può essere anche una melodia, dipende. Io compongo molto con la chitarra e poi passo al pianoforte normalmente. A volte cammino per la strada cantando una melodia, dipende dal momento. Ascolto qualcosa, vedo un film, ascolto di tutto, i bambini. Mi ispirano molto i bambini, mi ispirano molto i film horror, mi ispira tutto. Sono una persona che si ispira con qualsiasi cosa.

P.P.: Una domanda generale. Cos’ è la musica Diego? È emozione? È comunicazione? È ispirazione?

D.A.: Io credo che la musica sia soprattutto comunicazione con le persone, perché se non ci fosse comunicazione con le persone che vengono a vederti non avrebbe senso che ci fossero i musicisti.  Ci sono musicisti che suonano molto bene, che però si chiudono nelle loro case e passano tutto il giorno studiando, e si dicono che suonano bene, però se non entrano in contatto con il pubblico non c’è nulla. Quando il pubblico viene a vederti, tu senti la vibrazione del pubblico, perché a volte non serve che il pubblico dica niente per sentirne il calore, si sente l’energia. Io sento il calore del pubblico, di ognuno che è seduto lì, e desidero solo comunicare la musica. Questa é la musica: trasmettere.

P.P.: Hai un buon consiglio da dare a coloro che iniziano a studiare musica?

D.A.: Essere il più aperti possibile, tenere la mente aperta a tutto e mai dire “questo no”. Mi è capitato a volte di dire “questo non mi va bene” quando suonavo con qualcuno, dato che suono sempre con molta gente, all’inizio dicevo così, poi magari suonavo e restavo estasiato, mi sentivo in sintonia con quello e da là ho imparato che devo essere aperto a tutto. Chi comincia, noi che iniziamo, e io mi considero sempre uno che è ancora agli inizi, dobbiamo essere aperti a tutto, perché tutto è musica. Ogni cosa contiene qualcosa di buono.

P.P.: Quali sono i tuoi progetti futuri?

D.A.: Ora ho un progetto molto bello che da molto tempo desidero intraprendere. Ho cominciato a suonare con i miei fratelli, con Pata Negra, con Raimundo, con Rafael. Raimundo è il maggiore dei miei fratelli, io sono il minore. Ora realizzeremo un progetto insieme, pianoforte e chitarra e ho molta voglia di suonare con mio fratello che è una persona che ha molta energia. Questo è solo uno dei progetti, poi incidere un disco e molte altre cose.

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